Vent’anni fa a settembre succedeva questo: una stupida crisi adolescenziale, proprio all’apice della mia carriera di diciassettenne sfrenato e discretamente popolare, che poi ingrossandosi a valanga a mano a mano che l’autunno s’incancreniva in una poltiglia di nebbia freddo e galaverna si è trasformata in un piccolo ma definitivo terremoto. Di lì a poco sarei diventato – e per sempre – un’altra persona. Settembre ottobre novembre dicembre: un diaframma sottile come un’ostia, ma un oceano di eoni tra i miei due me stessi, quello di prima con manti amici notti fonde macchine veloci bevute pomiciate cazzate pericolose ecc. e quello che è venuto dopo, solingo cum poesie nello zaino e Kerouac a mo’ d’amuleto.
Adesso, negli anfratti tra il sonno e la sveglia, se il cervello si nega a più nobili perdite di tempo e razzola appeso con idiozia bovina allo schermo del pc, capita a volte che  rispuntino da posti immondi tipo facebook le facce di quegli altri, di quelli di prima del settembre Novanta, che pure un’era fa mi furono cari – e sono tutte slargate e invecchiate, mi soffermo a scrutarle, sorpreso di vederle lì, e mi domando se anch’io farei loro quell’effetto – vent’anni sono lunghi, Sergio, si fa tanta strada in vent’anni.

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