Next stop is Kandahar

Dopo nove anni catastrofici – il conflitto più lungo in cui si siano impelagati gli USA – la Cia ammette che la guerra in Afghanistan è (e sarà) "più lunga e più dura di quanto fosse possibile prevedere". "Di quanto fosse possibile prevedere"? Mai che questi coglioni malvagi e ignoranti s'informino, porima di andare a spargere le loro bandierine di morte qua e là per il mondo. Avessero letto non dico dossier specialistici e informative riservate, ma un libro di giornalismo storico divulgativo come Il grande gioco di Hopkirk (lettura peraltro bellissima e caldamente consigliata: in Italia l'edita Adelphi), avrebbero scoperto che – da sempre – in Afghanistan, quantunque difficile, non è impossibile entrare. Pressoché impossibile, al contrario, è uscirne. Vivi, per lo meno.

La guerra in Afghanistan copre praticamente tutti gli anni Zero a partire da quello che altrove ho definito il vero début de siècle: l'anno orribile 2001. Un conflitto che è stato peraltro presto oscurato dall'altra dissennata (fors'anco più dissennata, se mai fosse possibile istituire una graduatoria della dissennatezza yankee nell'era bushiana) guerra in Iraq. Mentre questo secondo conflitto in qualche modo ha fagocitato – fintanto che sono durate – le proteste antimilitariste, il primo è rimasto come sullo sfondo, una brace ancora ardente sepolta sotto un sottilissimo strato di cenere. Salvo poi riavvampare periodicamente – sui nostri media, giacché laggiù dove si combatte veramente le fiamme non hanno mai cessato di levarsi – e svelarsi per quello che, anche a una mente poco acuta che avesse una minima cognizione della storia, è stato fin dall'inizio: un verminaio senza via d'uscita. Che in Afghanistan, quasi per una misteriosa legge naturale, nessun invasore per quanto potente possa uscire non dico vittorioso ma vivo, lo scoprono sempre di più, di mese in mese, le potenze occidentali che con cieca stupidità (ma la stupidità è sempre cieca) vi si sono buttate, come se fosse un affare da non perdere, una promessa di futuri banchetti sul tavoliere geopolitico globale.

La guerra più lunga della storia americana, dunque, eppure per ora non misembra che abbia avuto sull'immaginario americano (e non) una ripercussione anche solo minimamente paragonabile a quella che ebbe il Vietnam. Non ci sono stati film, o perlomeno non film degni di nota (l'Iraq in questo ha lasciato più segni), canzoni, grandi slanci collettivi come alla fine dei Sixties, quando i giovani briciavano le cartoline diprecetto sulla pubblica piazza, gli hippie venivano picchiati a sangue dai bravi cittadini per via dell'"aria da froci" e il socialista psichedelico Country Joe cantava

Well, come on mothers throughout the land,
Pack your boys off to Vietnam.
Come on fathers, don’t hesitate,
Send ‘em off before it’s too late.
Be the first one on your block
To have your boy come home in a box…

Ma forse, come per la guerra in Vietnam se ne sarebbe dovuta attendere la fine, per vederla immortalata in quel capolavoro assoluto della storia dell'arte novecentesca che è Apocalypse Now, così oggi bisogna aspettare che anche quest'altra carneficina termini, prima che la coscienza collettiva prenda coscienza delle sue dimensioni e produca la perla con il suo consueto movimento peristaltico di sulimazione della colpa.
E' che questa guerra sembra interminabile. Peggio: sembra impossibile che non termini in un disastro ancora più grande e luttuoso.

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