Quand'ero piccolo, per ovvie ragioni di eredità familiare, tifavo Inter. Erano gli anni '80, quelli di Rummenigge e Altobelli, che infatti erano i miei idoli, e l'Inter non era più da molto tempo la squadra leggendaria di Herrera ma non era ancora la schiacciasassi vincente di adesso. Perciò del mio tifo infantile così serioso ricordo sopratutto la sofferenza, che si faceva insopportabile durante certi mercoledì sera di coppa in cui, puntualmente, l'Inter veniva eliminata dai vari, odiatissimi Real Madrid, Bayern eccetera. Ricordo che a un certo punto venivo spedito a letto, o forse ci andavo io di mia volontà per non dover protrarre il supplizio di languire davanti al teleschermo, e allora, il cuore trafitto dalla delusione, mi infilavo sotto le coperte e restavo lì con la mia radiolina portatile di plastica bianca incollata all'orecchio, accesa al volume più basso, al limite dell'inudibilità, torturandomi nell'attesa sempre più disperata di un gol che rovesciasse le sorti della partita. Ma quel gol non arrivava, non arrivava mai, e alla fine capivo che non c'era nulla da fare, che l'Inter aveva irreparabilmente perso. Addirittura spegnevo la radio qualche minuto prima del fischio finale, per risparmiarmi almeno quell'ulteriore trafittura. E per un po' continuavo a rigirarmi nel letto senza riuscire a prendere sonno, in preda a una tormentosa febbriciattola sentimentale e con in bocca un saporaccio salato di sconforto.
Poi, intorno ai sedici, diciassette anni, mi sono improvvisamente rotto le palle di seguire il calcio. Di punto in bianco ho smesso di tifare, di guardare le partite, zero interesse assoluto. Mi allontanavo persino, fuggivo a gambe levate succhiando la pipa da duemlire che avevo comprato in colletta col Robi e il Luca, quando in miei amici attaccavano a parlare di sport. Di calcio in particolare e in generale di qualsiasi sport (foss'anche il lancio del tronco).
A distanza di vent'anni questo disamoramento non mi è ancora passato, per grazia di Dio, e spero che lo stesso Dio misericordioso voglia conservarmi felicemente agnostico per il resto dei miei giorni. Però, in ricordo del ragazzino sfigato che ero e di tutta quella sofferenza dei mercoledì sera, in ricordo della cartolina con l'autografo di Altobelli che mio fratello ha cercato di mangiare una mattina mentre io ero a scuola e lui in piena fase di dentizione, della foto di Kalle ritagliata dal Giornalino e incollata alla cazzo sul diario, in ricordo e a redenzione della mia breve e non molto onorata carriera di tifoso nerazzurro, oggi anch'io ho brindato, sobriamente, tracannando una bottiglia di birra bella fredda.

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Una risposta a

  1. elos ha detto:

    Il mio nonno -il prediletto-. era un interista di quelli Seri. Come dire, un interista alla Serio.Ne conservo la spilletta a scudetto che portava nella giacca per i momenti topici, per le feste, per le convocazioni religiose obbligate (se devo andare in Chiesa, sia almeno con la spilletta dell'Inter, diceva). E a me piaceva, quella sua piccola protesta.Sul tavolo in cui nonna stendeva la pasta per i ravioli di ricotta e spinaci, lui poggiava la radio infarinata. E ci fumava sopra dieci malboro rosse.A me del calcio non è mai importato nulla. Però il brindare gentile, l'abbraccio del dopo mondiale, le risate degli scudetti e le auto che girano strombazzando, m'hanno sempre messo allegria. E allora dicevo: anch'io sono interista. Poi con la sua morte me ne sono scordata.Di fatto, il  resto, i residui di marcio, il calcio anni duemila,quello è da gettare nel burrone cieco.(questa sera, invece,  in Piazza suona Philip Glass, un compositore d'oltreoceano. Non lo conosco. Però il pianforte arriva sin qui. Finestre aperte, l'aria è mite. Ho ricominciato a scrivere. Qui dentro, anche, ma specialmente altrove. Pagine e pagine e lunghezze. Ho un carillon per Bianca, ricordalo.)ta souer invisible

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