In my craft or sullen art

1. Birth by water

Da persona completamente digiuna di poesia eccetto quella liofilizzata che mi insegnavano a scuola e che disprezzavo con grande fervore, ho cominciato a scribacchiare versi intorno ai quindici anni senza reale ispirazione. Per la verità non erano nemmeno versi, nelle mie intenzioni, ma “testi” per ipotetiche canzoni rock. Addirittura, all’inizio, per una forma di totale mimetismo con la musica anglofona di cui ero appassionatissimo, scrivevo in inglese senza mai averlo studiato (al liceo facevo francese) se non da autodidatta allo sbaraglio, con l’aiuto di una grammatica obsoleta che traduceva ancora “Tu sei” con “Thou art”.

Solo verso i diciassette anni ho cominciato a sfogliare i primi libri di poesia: La terra desolata e le poesie di Dylan Thomas. Erano due volumetti della bianca Einaudi che giacevano impilati insieme con molti altri libri in camera di mia zia.
Come è noto, l’edizione Einaudi della Terra desolata riporta in copertina la sezione del poemetto intitolata “Morte per acqua” (Fleba il fenicio, morto da quindici giorni / dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo dei mari…), che allora mi colpì in maniera indecifrabile ma forte.
Dato che sono sempre stato preda dei miei impulsi mimetici, pochi mesi dopo, nell’autunno del ’90, mi sono messo a comporre le mie prime poesie, le prime cioè che non fossero “traduzioni” di ipotetiche canzoni. Poiché allora non ero animato da alcun reale afflato poetico, ne vennero fuori certi esercizi stilistici da liceale con velleità di letterato ma del tutto privo degli strumenti del mestiere. Imitavo goffamente la voce oscura e metaforica di Dylan Thomas, con i risultati che ci si può immaginare.

È stato solo nel dicembre del 1990, al culmine di una clamorosa crisi esistenziale (ovvero, a voler essere meno mitologici, di una classica tempesta ormonale adolescenziale), che ho sperimentato l’impulso improvviso, spontaneo e irresistibile che va sotto il nome di ispirazione poetica. Ricordo lo stupore per quelle frasi che mi uscivano dalla testa senza preavviso e senza che io avessi fatto niente per “inventarle” o “costruirle”. Ricordo anche che in quel momento ho capito – e mi sono detto – che nella vita volevo essere poeta. Non è stata una decisione, piuttosto una specie di illuminazione, e forse nemmeno l’invenzione di un futuro, ma la rivelazione di ciò che era già dentro di me e che semplicemente fino a quel momento avevo ignorato.

Da allora, per quasi vent’anni, non ho più smesso di scrivere poesie. E devo aggiungere, perché la cosa ha una certa importanza, che salvo ai tempi ormai remoti della mia spensierata bohème tardoliceale non ne ho mai parlato con nessuno né ho più fatto leggere nulla, perché sentivo che non ero ancora pronto, che ero ancora un apprendista alle prime armi, alle prime parole, e quasi tutto ciò che scrivevo era ancora troppo acerbo o comunque troppo crudo.
E ho continuato a tacere e a lavorare così, appartato, fino a una manciata di anni fa.

Dall’autunno scorso, per la prima volta, la mia umile musa ha smesso di “dettarmi dentro”. Non so se si sia disseccata la fonte o se sia solo una pausa dovuta all’ingorgo di impegni e incombenze. Comunque sia, direi che è il momento giusto per guardarmi indietro e cercare di capire cosa fare del gran mucchio di parole che nel frattempo si è accumulato.
La qui presente sbrodolata, molto personale e molto ombelicale, serve sostanzialmente a questo, a chiarirmi le idee. La metto qui, in questo luogo che è sì personale, ma anche pubblico, non tanto per narcisismo (credo di aver ampiamente superato quella fase della mia carriera di blogger, e per di più sono abbastanza intelligente da capire che gli autobiografismi non producono particolare interesse se non, forse, in qualche familiare curiosone – cioè il tipo di persona che meno si vorrebbe li leggesse) quanto perché, dopo tanti anni e tanti post più o meno inutili, questo blog si merita che per una volta io parli di una delle cose che più mi stanno a cuore e che costituiscono una parte fondamentale della mia vita e della mia persona.
Tanto più in questo periodo di piccoli ma sostanziali cambiamenti.

2. Parade sauvage all’idrogeno

La mia prima poesia “vera” è scaturita da un verso di Dylan Thomas, addirittura inizia con quel verso, come se per spiccare il balzo avessi avuto bisogno di far leva col piede su un appoggio solido e sicuro. Per la cronaca (non per la gloria, che se fosse per quella anziché ricopiarla dovrei occultarla) è questa:

“Lampo, e le piume scrosciano”
e non m’importa di niente
di questo bellissimo, fottutissimo dicembre
del pomeriggio che invecchia

Miei 180 centimetri senza colpa
seduti sulla piscia del progresso
che udite il canto dell’autogrill
al tramonto

            e il cemento palpitante
– e noi sappiamo            questa è
un’altra fine di tutto

In generale, le mie cose degli esordi erano uno specchio fedele della confusione – gioiosa – che regnava nella mia testa, nelle mie letture e nei miei ascolti. C’era dentro di tutto: molto, troppo Allen Ginsberg, per cui all’epoca avevo sviluppato una devozione prossima al fanatismo religioso, Kerouac (idem), Whitman, Kit Smart, Bob Dylan, persino un po’ di Syd Barrett. Erano come gli scarabocchi di un bambino che sta imparando a disegnare e si trova a maneggiare per la prima volta i colori con grande imperizia e infinito godimento.

La prima raccolta si intitolava There ain’t noone here I can come to in my bones. Il titolo viene da “Prayer Blues” di  Ginsberg (poteva essere altrimenti?). È stata concepita durante la primavera del 1991, ha accolto le cose che avevo cominciato a buttar giù a partire dalla folgorazione e si è interrotta nel settembre dello stesso anno.
La seconda, che ho inaugurato più o meno in concomitanza con l’inizio della quinta liceo (quindi nell’autunno del 1991) e che inglobava anche There ain’t noone here…, aveva un doppio titolo, dato che non sapevo decidermi tra i due candidati: Spunk – Parade sauvage (entrambi presi dalle Illuminations di Rimbaud). Anche qui, le fonti di ispirazione erano varie e disparate. Comunque, se dovessi menzionare i nomi delle influenze più importanti, direi – a parte il solito Ginsberg – Rimbaud, Shelley e Whitman.
Spunk si è semplicemente e definitivamente interrotta verso l’estate del 1993. Dal settembre di quell’anno, infatti, ho cominciato a battere a macchina le poesie che andavo scrivendo (di solito su taccuini o foglietti sparsi) su una vecchia Olivetti Lettera 32 che mio padre aveva portato a casa dall’ufficio e a raccoglierle in cartelline di cartone ordinate per anno. Questo andazzo è continuato fin verso il 1997-98, con la breve eccezione di un tentativo (abortito) di raccolta appositamente pensata per essere spedita a riviste/poeti laureati: in pratica una scelta delle cose che reputavo (allora, intorno alla m
età del decennio) migliori con un titolo a fare da collante.

3. Rigenerare lillà dalla morta terra

Gli anni che vanno dal ’94 all’inizio del ’97 sono stati per certi aspetti gli anni peggiori della mia vita, per l’intorpidimento, la nevrastenia e la depressione. Non mi va di parlarne né vedo perché dovrei infliggere a me stesso e ad altri una simile tortura, perciò dirò soltanto che quel triennio abbondante nella mia biografia mi appare come una voragine e una sospensione della vita. Inevitabilmente le cose scritte entro questi due limiti temporali hanno tutte in comune un sottofondo di buio e vischiosa tristezza.
Nulla die sine linea. Ho scritto una marea di versi, in quegli anni. A un certo punto era diventata quasi un’attività compulsiva, una reazione patologica all’horror vacui: un giorno senza almeno una poesia era un giorno ancora più inutile e sprecato.
Certamente quella logorrea aveva anche un’altra spiegazione: era diventato il mio modo di riflettere per iscritto. Ma da un punto di vista più puramente poetico, quel triennio non è stato nient’altro che un lungo, faticoso e decisamente poco brillante tirocinio. Con qualche rara eccezione, come questa non indecente ekphrasis di un formidabile quadro di Munch, Pubertà:

Ha lo sguardo fisso,
ti ci puoi scontare
e terrorizzarti –

solo la morte
porta innocenza.

Ha piedi troppo grossi
e freddi, se li sfrega
l’uno contro l’altro, pieni
di gonfiori rossicci.

Ha occhi troppo grandi,
guarderanno processi
di decomposizione.

Ha seni troppo piccoli
ancora, non mammelle di donna ma
fredda pelle rigonfia
su costole e cuore.

Ha fianchi troppo larghi
per le sue spalle da bambina,

già gorgogliano di mestruo –
può riprodursi.

Ha braccia troppo lunghe,
secchi rami
che rabbrividiscono nella stanza
gelida di lenzuola e capelli:

si copre il ventre ma
è tutto inutile,

un mattino scivolandole addosso
da dietro l’ombra
le squarcerà l’imene
e sarà l’età adulta.

Nel gennaio del ’97 ho toccato il fondo. Poi, all’inizio di febbraio, una manesca polmonite da mycoplasma mi ha costretto a letto per un mese. Quando mi sono ripreso, marzo era cominciato, c’era il sole e con la febbre e l’inverno se n’erano andati molti fantasmi. Ero morto e poi rinato, come la divinità fenicia gettata nel Nilo. L’intensità di questa percezione era vertiginosa.
Per coincidenza, erano anche i giorni del passaggio in cielo della cometa Hale-Bopp. Naturalmente, come Pierre Bezuchov in Guerra e pace, le ho subito attribuito un valore simbolico particolare: l’avvento di una nuova “era” della mia storia, l’annuncio di tempi nuovi, la primavera in arrivo, le nuove energie interiori… Insomma, incipit vita nova.
Di colpo mi sono accorto che anche le poesie avevano cambiato tono e aspetto. Era come se, chiusa la lunga parentesi di tristezza e compressione, stessi tornando al vecchio spirito eccitato degli esordi. Avevo guadagnato una voce poetica nuova.
Per mesi sono andato avanti continuando ad accumulare come prima le cose che man mano scrivevo. Poi, improvvisa, l’illuminazione. Erano gli ultimi giorni del ’97. Una notte, mentre mi rigiravo nel letto, ho realizzato che tutte le poesie composte da marzo in poi erano unite da un filo conduttore e che, a metterle insieme, finivano per comporre una specie di poema. L’idea della raccolta “tematica” (diciamo un “concept album” di poesia) è nata così, in quel momento.
Il titolo che le ho dato allora – Il rimbombo dei crepuscoli – adesso mi sembra insopportabilmente tronfio, una specie di scimmiottamento di certi nomi di raccolte poetiche della prima ondata simbolista russa. All’epoca invece mi era parso assolutamente necessario.
Bisogna dire che il ’97-98 è davvero stato il mio periodo romantico e simbolista. Aleksandr Blok, che avevo scoperto all’università, era subito diventato il mio punto di riferimento poetico e spirituale.
Siccome da dopo la febbre vivevo in uno stato di formicolante attesa, il “rimbombo del crepuscolo” per me simboleggiava proprio questo: come Hale-Bopp, una specie di segno soprannaturale, un “indizio” della Rivelazione ventura.
Blok attendeva la Bellissima Dama, io – meno neoplatonicamente e più materialmente – attendevo quella che chiamavo e continuo a chiamare la” vita lucente”: ciò che altrove ho definito la vita perfettiva, l’esistenza nel senso più alto, la vita nella sua pienezza. Bytie, in russo.
Il rimbombo si è concluso per così dire da solo un anno dopo con un doppio finale: una invocazione a Martin Eden, l’eroe del formidabile romanzo di Jack London,

Eden, Eden
che eri più bello e più forte di me
tra le alghe dei fondali vaticinami
futuri approdi, o la gloria discreta
di un viaggio sempre al timone
fino al gorgo finale

e una specie di colpo di scena o “svolta ideologica acmeista” (quasi una formazione reattiva dopo tutta quell’orgia simbolista), in cui, senza prendermi la briga di avvertirmi, mi dicevo che forse la cosa migliore è vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, senza investire troppo in un futuro mistico nebbioso e incerto.

Deciso a credere persino
alla balla dei fiori e dei prati
sorseggio drink al chiaro di stelle
in attesa che cadano giù.

Riletta a tanti anni di distanza, la raccolta mostra impietosa tutti i suoi limiti. Ma ognuna delle poesie che la compone si porta dentro molto di quanto accadeva tumultuosamente dentro di me in quel periodo e rimanda a cose che solo io posso sapere, perché sono parte della mia storia interiore. Perciò Il rimbombo ha per me ancora un valore affettivo enorme.

4. The aspirant liftboy

La raccolta successiva, quella che si sarebbe rivelata l’ultima del mio lungo tirocinio, è la testimonianza fedele, in versi, della considerevole svolta “filosofica” che si è consumata in me intorno al ’98. Le bestie sottili, cosi si intitola, è soprattutto una raccolta teologica. Un nuovo concept album, per proseguire con la metafora rock, non più sull’attesa della vita lucente, ma su Dio e sulla vita animalesca. Una delle sezioni in cui è suddivisa la raccolta ha un titolo di cui vado molto fiero perché spiega bene il concetto: “The Aspirant Liftboy”. “L’aspirante ascensorista” è capace di andare su e giù a piacimento, da Dio ai piccoli animaletti che vivono una vita piena e inconsapevole di sé, priva di zavorra razionale, dubbi e disperazione… Insomma, come dire: “O la Rivelazione, o altrimenti meglio vivere come le bestie sottili un’esistenza pre-umana non felice ma sfrenata e piena”.

Essere un cazzo di lirico
ed esserlo furiosamente
oppure una bestia sottile
non dico Dio
ma una scimmietta.

Ma non è solo questo. Le bestie si possono intendere come sottili anche in senso morale, sono in un certo senso la mia elaborazione personale del superomismo nietzschiano: nella mia fantasia sono consapevoli come e più di noi umani ma non portano come un peso la propria condizione mortale e non hanno bisogno di postulare un Dio e un complesso sistema di colpe, tabù, dannazioni e paradisi.

È venuto l’arcangelo a bussare alla mia porta
in panni di feltro e cappello nero
ma io ero fuori col cane di fango
a mangiare la pioggia della sera

Ha scalpicciato sulle scale sbirciato
i cognomi sulle porte le scarpe gli zerbini
ma tra le case a tradimento me ne stavo
accovacciato e cagavo saggezza alla rinfusa

È venuto l’arcangelo
vestito di verde e di fede
ma io ero fuori a complottare con il ragno
stretto a pugno nella crepa del muro
portiamo entrambi peli scuri sulle gambe
abbiamo entrambi colla in bocca in pancia
progettavamo attentati contro il futuro

Si è fatta mattina dal cielo è venuto giù Dio
si è scusato mi ha detto Ti avevo mandato l’arcangelo
era uno scambio di persona Io mi vendico solo
dei miei.

Dal punto di vista formale, nelle poesie delle Bestie sottili ho cercato di liberarmi dalle pastoie autoimposte di metri, accenti e artifici poetici, con cui in passato avevo persino esagerato, trasformando un’ottima palestra tecnica in una piccola ossessione e una zavorra…
L’attitudine acmeista, inoltre, mi ha aiutato a ripulire la voce dal ciarpame poetico che la zavorrava. Perciò il linguaggio delle “Bestie sottili” è anche un tentativo di farla finita con tecnicismi e versi aulici in favore di una maggiore colloquialità.

5. La fin c’est le début

Nel 2001, nell’arco di pochi mesi, la mia vita ha subito un vertiginoso cambiamento: mi sono trasferito a Milano e mi sono buttato anima e corpo nella militanza antiliberista. Questo ovviamente ha comportato grandi mutazioni anche nell’attitudine del mio lavoro poetico.
Alla fine di luglio, una manciata di giorni dopo la mattanza del G8, ho chiuso le Bestie sottili. Non potevo più lasciar vagare lo sguardo tra le nuvole, i manganelli spaccavano la carne nel mondo di qua e c’era da continuare la lotta. Proseguire su quel tono mi sarebbe sembrato intollerabile:

Devo costruirmi nuove corde vocali
ché i giorni d’ora in poi
vorranno nuove parole.

Poi sono partito per San Pietroburgo.
In Russia ho trascorso un mese senza scrivere  una riga, occupato a gironzolare per le strade di Piter mangiando georgiano e comprando cd di rock sovietico (come ho raccontato  agli albori del mio blog).
A settembre, di ritorno in Italia, due giorni prima degli attentati che hanno cambiato il corso della storia, ho cominciato una nuova raccolta, con uno spirito profondamente mutato e una voce tutta nuova, più sicura e robusta.
Dalla Rivelazione alla Rivoluzione, da Dio all’uomo. Detto così sembra una sciocchezza, invece per la mia autobiografia poetica è stata una svolta epocale quanto quella del ’97.
La nuova raccolta, che si intitolava Per la notte in arrivo e ha finito per diventare la prima sezione di una raccolta più ampia che prende dentro quasi tutto il decennio appena trascorso, ha segnato la fine del mio apprendistato e l’inizio della mia maturità poetica (il che non significa necessariamente belle poesie, ma solo che la mia voce poetica ha superato la sua lunga adolescenza).
Perciò mi fermo qui: perché tutto ciò che ho scritto dal settembre del 2001 in poi è lavoro poetico presente. Mentre tutto ciò di cui ho parlato fa parte del passato, è un lavoro concluso.

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5 risposte a In my craft or sullen art

  1. Cordless ha detto:

    Sono belle queste tue poesie, ne avevo lette anche altre che avevi segnalato sempre qui,  di queste che segnali mi piace molto quella ispirata a quel quadro che ben conosco, ma di più quella che attacca con  " E' venuto l'arcangelo a bussare alla mia porta" . Però essere una "bestia sottile" , se ho capito bene quello che intendi, non mi piacerebbe affatto, la consapevolezza può rivelarsi un grande carnefice ma è preferibile un carnefice interiore che uno gratuito ed esterno.

  2. aitan ha detto:

    Ho trovato interessante questo tuo guardarti indietro. Mi pare quasi un modo per archiviarsi osservando cosa resta di quello che è stato.Pubertà l'ho trovata anch'io molto 'suggestiva' e non mi dispiace affatto il titolo reboante dei crepuscoli.

  3. razgul ha detto:

    @Cordlessgrazie per avermi letto e per l'apprezzamento, che mi fa davvero molto piacere (e anche qualcosa in più).Sai, è vero quello che dici a proposito della consapevolezza della propria condizione (mortale), ma quell'oscillazione amletica , "è meglio soffrire portandone nobilmente il peso o vivere ciecamente ma sgravati dal fardello aggiuntivo dell'autocoscienza?", è stata una tappa importante della mia crescita intellettuale. Ci sono dovuto passare, per capire.

  4. razgul ha detto:

    @Aitangrazie anche a te per l'attenzione e l'indulgenza :-)In effetti questo scritto (che in verità  sono stato a lungo indeciso postare o no) è nato proprio dall'esigenza di fissare per iscritto questa archiviazione del "cammino fatto e concluso" in un momento della mia vita in cui, per le circostanze che ho menzinate, posso guardare al passato con un po' di distacco.

  5. Graziella ha detto:

    Caro Sergio il tuo blog è formidabilmente ricco della tua storia biografica/creativa. Nella tua intenzione di pubblicare tue poesie ci vedo il desiderio e il coraggio di mostrare la parte più intima di te, una parte che non vuole nascondersi, che è, con le sue ombre, che ovviamente tutti abbiamo…quando ci guardiamo indietro possiamo provare un senso di vergogna e/o di ostilità per ciò che eravamo e ciò che abbiamo fatto…il passo successivo deve essere per forza l’accettazione e l’accoglienza, perché senza vivremmo male e non potremmo iniziare ad accogliere l’altro (ad esempio i nostri figli)… mi racconta anche un processo in divenire, un movimento, un cammino che fra sofferenze e prese di coscienza raccontano progressivamente di un uomo nuovo.. ho percepito la sofferenza e la tua insofferenza nei confronti della vita, la tua lotta interiore nel tentativo di non soccombere…e ti confesso che ho vissuto davvero un senso di liberazione il tuo passaggio alla fase “rigenerativa” dopo la tua polmonite (e questo mi riconferma quanto la malattia, soprattutto quelle importanti, possa essere un prezioso strumento di cambiamento).
    Nella “prima” poesia vedo un ragazzo catapultato in un mondo in cui non si riconosce, i tuoi 180 cm, innocenti seduti sulla feccia del progresso…mi piace questa immagine e quella dopo del canto dell’autogrill altroché il canto dei grilli!…senti la fine, il crepuscolo, il declino….ancora non puoi percepire che la fine è anche l’inizio. Terribile!
    “Pubertà”, impietosa analisi del corpo della fanciulla, in cui sottolinei le disarmonie di un abbozzo di donna, in cui si può riflettere un abbozzo di te, di un adolescente alle prese con i casini di una metamorfosi in atto, che può fare paura, e che deve fare i conti col sesso, con altro che solo tu sai…c’è un senso di gelo e di morte…mi piace l’espressione.. fianchi troppo larghi…già gorgogliano di mestruo…questo gorgogliare è onomatopeico, ti fa come percepire fisicamente il suono e secondo me coglie veramente il carattere dinamico si può dire del ciclico evento mestruale…
    ciao

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