(A volte è bene ripetere) NO

[Chiedo scusa se mi ripeto. Sulla questione israelo-palestinese, nel tentativo di fare chiarezza e mettere in ordine le nostre idee, io e Antonio Moresco l’anno scorso, nei giorni dell’operazione Piombo Fuso, abbiamo scritto una serie di riflessioni a due mani intitolata semplicemente "No". Il pezzo è apparso prima sul sito del primo amore, poi, con qualche lieve modifica, sul numero 5 della rivista cartacea omonima (quello intitolato "Che fare?", uscito nel febbraio 2009). All’epoca l’avevo linkato anche qui sul mio blog, perciò qualcuno dei miei sparuti lettori lo conoscerò di già. Lo ripubblico oggi per intero nella versione definitiva, nonostante la lunghezza (del resto si può anche leggerlo a puntate!), poiché mi sembra davvero di averci messo tutto ciò che penso in merito alla questione. Diciamo che è il mio personale modo di partecipare alla discussione sorta nei commenti ai miei post dei giorni scorsi su Israele e il Giorno della Memoria.]

NO

Di Sergio Baratto e Antonio Moresco


Queste riflessioni a due, condivise reciprocamente e in ogni loro parte da entrambi, che si susseguono senza soluzione di continuità e in cui le due voci non sono diluite ma mantengono entrambe la propria diversa prima persona, intercalate in modo irregolare e libero, sono state scritte nei giorni scorsi sull’onda delle emozioni provocate dai tragici avvenimenti della striscia di Gaza e dal groviglio di ragioni e di torti che vi sono inestricabilmente connessi.

1.
Da quando ero un ragazzo e poi via via nel corso degli anni, mi sono sempre sentito legato da un vincolo forte e da una corrente di condivisione, di affetto e di tenerezza al popolo degli ebrei, cui forse mi lega anche qualcosa di misterioso che si trova sepolto nelle oscure vicende della mia famiglia venuta da lontano e persino nella mia persona fisica e nel mio modo di essere e nel mio carattere. I miei amici e i miei familiari conoscono fin nelle pieghe più personali e intime quanto siano tenaci in me questo legame e questa tenerezza, così come mia figlia sa come le ho parlato di queste cose fin da quando era bambina, sa che libri e testimonianze le ho consigliato di leggere e le ho fatto amare.

2.
So per intuizione ed esperienza che, accanto al vecchio e noto antisemitismo di destra, esiste una corrente di antisemitismo – che mi ostino a ritenere minoritaria – all’interno della sinistra.
Poiché tale antisemitismo non può essere ammesso col suo vero nome, lo si traveste lessicalmente da antisionismo.
Questi antisemiti di sinistra odiano gli ebrei in quanto tali ma, non potendolo ammettere nemmeno di fronte a sé stessi, devono crittografare il loro razzismo investendolo di giustificazioni politiche non razziste («sono antisionista, non antisemita»); di solito si tradiscono da soli, perché la loro limitatezza linguistica e la loro poca astuzia li porta a usare irresistibilmente l’armamentario lessicale e concettuale della destra antisemita: «plutocrazia sionista», «finanza ebraica», «nessun ebreo nelle Twin Towers» ecc.

3.
Però va detta una cosa. Esiste anche una trappola di parole. Se qualcuno, nel portare una critica allo stato di Israele, se la prende genericamente con «gli ebrei» in quanto tali viene (giustamente) considerato un antisemita, perché fa diventare le due cose una cosa sola. Ma, se non sono una cosa sola, neppure farne una cosa sola all’incontrario è accettabile, non è cioè accettabile la pretesa di bollare come antisemita chiunque si permetta di criticare i comportamenti dello stato di Israele.


4.
L’accostamento del nazismo a Israele mi fa orrore perché è una bruttura semantica e storica. Lo stesso vale per la sovrapposizione dei simboli (es. la svastica sulla Stella di David). Per motivi simili, mi fa orrore e mi rifiuto di usare termini quali «nazisionismo».

5.
Credo che l’accostamento polemico a Israele di simboli, parole o comportamenti riconducibili al nazismo non sia solo una questione di ignoranza, volgarità e cattivo gusto. Tale atteggiamento contiene in sé molte altre cose: la rozzezza di ragionamento, la pigrizia intellettuale che porta a ripetere meccanicamente i più abusati luoghi comuni (un esempio tipico è la frase-cliché «oggi gli ebrei/israeliani si comportano con i palestinesi come una volta i nazisti si comportavano con loro»), che servono solo a diffondere bacilli semantici nocivi, una certa patina sporchiccia dell’anima, l’ignoranza dei più elementari rudimenti di storia e soprattutto un meccanismo mentale perverso che ha molto a che fare con la relazione vittima-carnefice.

6.
Questo meccanismo mentale, perverso o malato, che manda in cortocircuito l’antigiudaismo storico e la relazione vittima-carnefice, è tipico di molti antisemiti camuffati.
Costoro riconoscono legittimità all’ebreo solo se si attiene e resta confinato al ruolo tradizionalmente impostogli nella società occidentale: la vittima. L’unico ebreo buono è il santino dell’ebreo perseguitato. Se l’ebreo mostra di volersi comportare come chiunque altro, cioè esplica senza pudore la propria propensione naturale alla violenza, all’aggressività, persino al crimine, o esercita semplicemente la propria volontà di potenza, sfilandosi dal buco in cui lo si è sempre tenuto, compie un atto che viene percepito come particolarmente sacrilego e intollerabile: «Come osa diventare un miliardario, uno squalo della finanza, un ufficiale dell’esercito ecc.?». Questo vale per i Rothschild, per i sionisti storici, per gli israeliani di oggi, che osano rompere le righe e, anziché continuare a giocare soltanto la parte delle vittime, si trasformano a volte in carnefici.

7.
Nel corso degli ultimi anni ho partecipato a molte manifestazioni politiche: controvertici finiti nel sangue, marce per la pace, presidi contro la guerra, cortei contro le violenze israeliane nei territori occupati. In diverse di queste occasioni mi è capitato di osservare con rabbia la presenza di manifestanti che portavano bandiere israeliane ritoccate, su cui, al posto della Stella di David, era stata vergata una svastica.
Portare una svastica è in sé un gesto alla cui sola idea provo ribrezzo. Questo è il motivo per cui mi fanno impressione persino le magliette con la svastica sbarrata o spezzata. Come potrebbe anche solo venirmi in mente di sventolarne una in una manifestazione di sinistra?
Ma qual è il senso recondito dell’accostamento della svastica e della bandiera israeliana? Questo: «Voi (israeliani, stavolta sì, intesi nel senso di ‘ebrei’) state compiendo su altri ciò che avete subito, vi siete trasformati nei vostri carnefici. Non siete diversi dai nazisti».
Tale pensiero (oltre che essere falso, se non altro perché non si hanno notizie di Auschwitz israeliane, di camere a gas, crematori e soprattutto di Soluzioni Finali sistematiche) implica una sorta di accomodamento della coscienza, di riparazione del rimorso: «Siccome non siete diversi dai nazisti, siccome state replicando l’abominio che avete subito, esso si annulla da sé e io non sono più tenuto a ‘patire’ la tragedia della Shoah».
Perciò a volte mi viene da pensare che chi esibisce la svastica sulla bandiera israeliana si comporti in modo persino più volgare e stupido di chi brucia la bandiera israeliana. Perché in quest’ultimo caso, per lo meno, non si ha l’aggravante dell’ipocrisia. Bruciare una bandiera non comporta dissimulazioni e doppi sensi nascosti, vuol dire semplicemente quello che mostra: «Compio un gesto simbolico del mio odio (o della mia disperazione)».

8.
Ma poi, detto questo, bisogna anche dire che spesso la giusta e indignata critica a chi brucia bandiere israeliane nei cortei diventa un alibi per non parlare di tutto il resto. Durante gli anni ’70, nelle manifestazioni contro la guerra del Vietnam, molte bandiere degli Stati Uniti sono state bruciate. Questi gesti – sbagliati, stupidi, inaccettabili, odiosi – avevano la stessa gravità di quanto stava avvenendo sul terreno? Chi bruciava bandiere aveva la stessa responsabilità e la stessa colpa di chi bruciava bambini col napalm? Massacrare civili e bambini è meno grave che bruciare bandiere?

9.
Nonostante alcune discutibili modalità della sua nascita (ormai perfettamente a conoscenza degli storici e di chiunque abbia a cuore la verità), ritengo giusto che Israele abbia il diritto di continuare a esistere in pace. Le eventuali colpe di Lord Balfour o Theodor Herzl non possono ricadere sulle generazioni successive di israeliani come un peccato originale, e lo stesso vale per il terrorismo e per i crimini dell’Irgun o per le violenze perpetrate contro i palestinesi durante la Nakba.

10.
Tuttavia, oltre che dell’antisemitismo di sinistra, bisognerà pur cominciare a parlare del «filosemitismo» reazionario di cui oggi si fregia quella stessa destra reazionaria che, in un’altra epoca, avrebbe fiancheggiato la mostruosa compagine degli anti-dreyfusards, plaudito alla condanna di Dreyfus, alle leggi razziali fasciste e alla Soluzione Finale.
Molti degli attuali «fieri amici» di Israele replicano in un contesto diverso le stesse pulsioni e le stesse categorie di pensiero della borghesia e delle plebi antisemite di inizio Novecento. Oggi il gusto di amare il più forte porta tutta questa gentaglia – che in altri tempi avrebbe creduto ciecamente a tutte le menzogne sui Protocolli di Sion e sui giudei come causa di ogni male – a supportare Israele e a odiare gli arabi. Ma in fondo il movente psichico è lo stesso. Semplicemente, ieri gli ebrei erano la parte debole, la vittima sacrificale, perciò hanno odiato e perseguitato gli ebrei. Ora gli israeliani – non si fa altro che continuare a identificare Israele con l’ebraismo – fanno parte dei vincenti, dei potenti.

11.
Perché la politica dello stato di Israele degli ultimi anni piace improvvisamente e così tanto agli ex fascisti e agli ex persecutori di ieri? E’ anche questa una scomoda e inquietante domanda che le comunità ebraiche e lo stato di Israele dovrebbero porsi, invece che limitarsi a sfruttare le contingenze politiche utili alle proprie azioni di oggi. Altra domanda scomoda: il filosemitismo della destra reazionaria, razzista e qualunquista di oggi è meno preoccupante e inquietante dell’antisemitismo di sinistra?

12.
Trovo inaccettabile l’uso, a volte cinico e strumentale, che molti israeliani e molti esponenti delle comunità ebraiche europee e statunitensi fanno della Shoah (cosa denunciata anche in libri di ebrei israeliani): nelle loro mani essa diventa un vero e proprio manganello calato a tutta forza e indiscriminatamente contro ogni dissenso. L’esercito israeliano massacra civili libanesi e palestinesi con l’avallo della prima superpotenza mondiale e con le spalle protette da una colossale campagna internazionale di propaganda e disinformazione, eppure questa gente ha talmente poca anima e talmente tanto pelo sullo stomaco da continuare a spacciarla virandola sull’immagine dell’ebreo ovunque e comunque perseguitato (anche quando invece si comporta da persecutore), e perciò legittimato a difendersi in qualsiasi modo.
Perciò nella mia rabbia disperata apparento queste persone alle carogne antisemite: fratelli in perenne lotta fratricida, contrari e gemelli, entrambi immersi fino al collo nello stesso male.

13.
Oggi, come ieri, come sempre, bisogna parlare, bisogna testimoniare, bisogna dire la verità, e dirla tutta, non solo una parte. Come si fa a non vedere (nell’ultima e sanguinosissima invasione della striscia di Gaza), assieme alla legittima esigenza di por fine allo stillicidio dei missili lanciati criminalmente dai miliziani di Hamas sulle case dei civili israeliani, anche lo spregiudicato calcolo politico, le scadenze in cui si inserisce: prossime elezioni in Israele, interregno americano prima dell’insediamento del nuovo presidente, che si troverà di fronte al fatto compiuto e a una situazione devastata a livello politico e diplomatico da un simile evento e dai prevedibili eventi terroristici che ne seguiranno?

14.
Assistiamo, sui media e non solo da parte di ex fascisti riconvertiti, ma anche per voce di stimabili appartenenti alle comunità ebraiche italiane e straniere, al trionfo del sillogismo, della realpolitik, del due pesi due misure, del fine che giustifica i mezzi. In questa informazione pilotata e spesso a senso unico, dovremmo accettare la spiegazione che si massacrano i bambini palestinesi di oggi per il bene di quelli di domani.

15.
Mentre oggi non vale neanche più l’arcaico codice della vendetta bilanciata e dell’occhio per occhio, perché le nuove logiche geopolitiche e militari richiedono che la deterrenza sia devastante e che per un morto israeliano ci siano cento morti arabi, per un occhio israeliano vengano strappati cento, mille occhi arabi.

16.
Tutta questa spietatezza non porterà del bene a Israele. Come fanno a non rendersene conto? «Mai più agnelli!» Sì, sì, certo. Ma per diventare cosa? Per diventare lupi? Non bisogna farsi intimidire. Bisogna parlare. Bisogna dire ai fratelli di Israele: «State sbagliando, state rovinosamente sbagliando, state seguendo una strada a senso unico, che porterà del male a tutti, a voi e a noi che vi siamo vicini». E quanto a voi, amici e fratelli delle comunità ebraiche italiane che avete il privilegio e la responsabilità di parlare a molte persone e di influenzarle attraverso i media, perché siete quasi sempre così allineati, così catafratti, così annichiliti? Perché accettate le veline e le esigenze propagandistiche così a scatola chiusa e a capo chino. Perché non fate come Primo Levi, che non si lasciava intimidire, che diceva la verità, continuava a dirla, a testimoniarla, anche e soprattutto nei momenti difficili, che aveva il suo radicamento nella verità e nella pietà? Che ne è della grande tradizione solitaria e profetica dell’ebraismo? Riuscite a dormire tranquilli di notte solo perché avete trovato i sillogismi mediaticamente azzeccati per rintuzzare le motivazioni dei vostri avversari, e ancora di più lo sgomento sincero dei vostri amici? Con artifizi retorici saltate a piè pari la critica alle attuali politiche dello stato di Israele, «Di questo si può sempre discutere, però…» è la frase che usate come escamotage retorico per poi passare subito al resto. Però poi non ne discutete mai. Quando accetterete di iniziare una discussione senza reticenze su tutto questo, senza cedere al ricatto perenne dell’allineamento nell’ora del pericolo. Fate il bene di Israele e di voi stessi dicendo la verità e dicendola tutta. C’è già chi lo sta facendo, persino là dove è più difficile farlo. Ci sono libri di storici e uomini politici e militanti ebrei e israeliani che raccontano onestamente tutto quello che è successo e che sta succedendo. Perché non avete lo stesso atteggiamento e lo stesso coraggio e lo stesso senso di giustizia anche voi? Fareste del bene a Israele, non del male. C’è una tragedia nella tragedia, in questi anni: quella del vostro quasi totale allineamento e del vostro silenzio.

17.
Sillogismi di corto respiro, artifici retorici che si ritorcono contro se stessi. Per esempio: «Voi che manifestate contro gli eccidi israeliani nella striscia di Gaza, perché non avete manifestato anche contro i massacri del Darfur e della Cecenia!». Senza rendersi conto che questo espediente retorico è una lama a doppio taglio, perché significa riconoscere che anche quello che sta succedendo nella striscia di Gaza è un evento della stessa criminale natura e perché si potrebbe facilmente obiettare a chi usa questi argomenti: «Perché voi vi indignate solo per il Darfur e per la Cecenia e mai quando succede qualcosa in cui è implicato Israele?»

18.
Al di là delle mie personali proiezioni utopiche di fratellanza, nella situazione attuale la soluzione percorribile meno indecente mi sembra quella riassunta nella formula «due popoli due stati». Ma perché questo possa avvenire bisogna operare in un’altra direzione e non all’interno di questo rimpallo cieco, chiuso, privo di lungimiranza e di genio politico, tutto giocato su contingenze pilotate, dove prevalgono sempre e solo le stesse logiche. Da una parte, nel fronte arabo, c’è chi gioca cinicamente sulla disperazione e sull’irredentismo del popolo palestinese umiliato oltre ogni limite; dall’altra, nel fronte israeliano, c’è chi crede di risolvere il problema con la sola enorme superiorità militare, l’impunità e l’escalation. Per cui, quando la dirigenza palestinese è debole e screditata, a che pro trattare? Rendiamola anzi ancora più debole e screditata, umiliamola sempre più agli occhi del suo stesso popolo. Quando invece – sospinta dalla disperazione e dalla mancanza di vie d’uscita – si instaura una nuova dirigenza terrorista e fondamentalista eterodiretta, vista come unico, possibile riscatto in una simile disperazione, allora ugualmente non si può trattare con essa perché non bisogna scendere a patti col terrorismo. Questo cerchio e questa spaventosa simbiosi sembra non doversi mai spezzare. Si va avanti così, con continue morti da una parte e dall’altra, con la manipolazione delle informazioni, da una parte e dall’altra, con l’occultamento strumentale della verità, da una parte e dall’altra.

19.
L’occupazione da parte di Israele dei territori palestinesi è un crimine, così come la politica di apartheid e la violenza di stato esercitata contro la popolazione palestinese. Stragi di stato, omicidi mirati, torture, sprezzo per le risoluzioni internazionali, civili umiliati nei modi più vigliacchi, cacciati dalla loro terra, massacrati senza motivo, discriminazioni, razzismo, l’erosione del territorio, muri, colonie, gli ulivi sradicati, le case abbattute, l’acqua sottratta ai loro legittimi proprietari, le sassaiole contro gli scolari, lo stillicidio dei check-point e delle perquisizioni, la dissoluzione scientifica di ogni tentativo da parte palestinese di tenere in vita una società civile, la promozione strumentale delle forze più retrive all’interno della società palestinese… Le rivendicazioni dei palestinesi, la loro lotta per la libertà, la sovranità e la dignità sono giuste e meritano la simpatia e il sostegno di qualsiasi persona giusta e di qualsiasi cittadino democratico del mondo.

20.
E adesso, dopo aver parlato di Israele, veniamo alla controparte.
La svolta religiosa nella lotta per la liberazione della Palestina è stata una catastrofe per la causa palestinese ed è stata favorita – anche – dalla spietatezza delle politiche dello stato di Israele nei confronti dei palestinesi, che hanno prevedibilmente giocato a favore dei predicatori del terrorismo e dell’odio. Mi fa orrore l’idea che una futura Palestina libera e indipendente possa ridursi all’ennesima repubblica islamica bigotta, fascistoide, misogina, omofobica e farcita di slogan crudeli su Satana e l’Occidente pornografico e ateo. Mentre fino a poco tempo fa il popolo palestinese era la componente più libera e laica dell’intero scacchiere mediorientale. Come si è arrivati a questo? È colpa di una sola parte? Sembra che, quando spunta la religione, venga prima o poi fagocitata qualsiasi altra cosa – compresi il cervello e il cuore di tutti. Sembra che le strutture religiose stiano di nuovo tornando utili come supporto identitario per altri scopi e altre ambizioni mirate – da una parte e dall’altra – al dominio geopolitico locale o mondiale.

21.
La scelta della seconda Intifada di ricorrere agli attentati suicidi contro la popolazione civile israeliana è stata, oltre che profondamente immorale, una catastrofe per la causa palestinese e ha minato alle fondamenta la nobiltà e la giustezza della sua lotta.

22.
Provo un’invincibile ripugnanza per un certo sostrato ideologico del fronte palestinese e filopalestinese.
Un esempio per tutti: la carta costitutiva di Hamas, un guazzabuglio delirante che sarebbe ridicolo se non fosse tragicamente serio.
«La carta costitutiva di Hamas, scritta nel 1988, dichiara che il suo obiettivo è di ‘sollevare la bandiera di Allah sopra ogni pollice della Palestina’, cioè di eliminare lo Stato di Israele, e di rimpiazzarlo con una teocrazia islamica.
La carta (…) dichiara che i Protocolli dei savi di Sion sono autentici, e che la massoneria, il Lions Club e il Rotary ‘lavorano nell’interesse del Sionismo’ segretamente. I membri di Hamas inoltre dichiarano che il popolo ebraico è collettivamente responsabile della Rivoluzione francese, del ‘colonialismo occidentale’, del comunismo e di entrambe le guerre mondiali.
I massimi leader di Hamas sono promotori della negazione dell’Olocausto. ‘Abd al-‘Aziz al-Rantisi, quand’era in vita, ha affermato che l’Olocausto non è mai avvenuto, che i sionisti erano dietro le azioni dei nazisti e che il sionismo finanziò il nazismo».
Il perfido giudeo col naso adunco e l’aria grifagna dietro la Rivoluzione francese, il nazismo, il comunismo, il Rotary Club e perfino le camere a gas! Perle assolute della voragine mentale e morale umana, di fronte alle quali non ci può essere alcuna complicità.

23.
Capita di sentire vecchi comunisti (vecchi anagraficamente o ideologicamente) dire che, siccome «chi porta avanti la resistenza contro l’occupazione colonialista sionista oggi è Hamas», allora bisogna supportare Hamas. Evidentemente, per loro quelli di Al Fatah sono i cadetti e i menscevichi, mentre quelli di Hamas sono i bolscevichi. O forse sono quelli di Hamas gli utili idioti cadetti e menscevichi, mentre Al Fatah fa la parte degli zaristi e si resta in attesa che un Lenin arabo arrivi in treno da qualche Germania a Gerusalemme Est. In ogni caso – da una parte e dall’altra – che bello far tornare sempre i conti, quant’è comodo far quadrare sempre le proprie categorie!
Le stesse cose si sentivano dire ai tempi di Khomeini e della cacciata dello scià. Poi s’è visto che razza di regime è sortito dai ‘compagni’ pasdaran. Ma cosa credono che verrebbe fuori, da una Palestina a immagine e somiglianza di Hamas? «Palestina libera Palestina rossa» (come amano cantilenare i soliti antagonisti a senso unico in ogni corteo che non si rispetti)?
Dicono i vecchi compagni «che ragionano ancora in termini di classe»: siamo stati in Palestina e gli esponenti di Hamas che abbiamo incontrato ci hanno fatto un’impressione positiva. Ma anche nella Lega Nord capita di trovare qualche amministratore locale umanamente dignitoso e che, magari, il suo lavoro politico sul territorio lo fa in maniera meno schifosa di tanti sinistroidi con la mano sull’appalto. Peccato che niente esista nel vuoto pneumatico, herr Beliebig Schmidt nel 1941 poteva anche essere la miglior persona del mondo, ma la tesserina della NSDAP nel suo taschino conserva nella Storia il peso specifico del piombo.
Dal momento che Hamas detiene oggi (dopo libere elezioni) il controllo della Striscia, è ovvio che qualsiasi organizzazione umanitaria debba necessariamente interagire con i membri di Hamas che rivestono ruoli pubblici, amministrativi e di governo. Ma da qui a conferirle legittimità ideologica! Io non riesco a conferire alcuna nobiltà alla lotta di Hamas. Possono esserci al suo interno persone buone, coraggiose, perfino eroiche, ma la causa per cui combattono resta per me aberrante.

24.
La punizione collettiva inflitta al milione e mezzo di abitanti della Striscia di Gaza dal governo israeliano, prima tramite l’assedio e lo stillicidio di uccisioni e poi attraverso l’aggressione militare da parte di un potente esercito professionale contro una popolazione civile accusata collettivamente di dare copertura e sostegno a un gruppo di terroristi, è un crimine che nessun artifizio retorico e nessun sillogismo riusciranno a nascondere.

25.
Ma, al di là delle considerazioni che ho cercato di esprimere, al di là delle motivazioni propagandistiche e delle cortine fumogene, dei bambini di Gaza e del senso della loro morte lascio che sia Ivan Karamazov a parlare per me:
«Io voglio vedere con i miei occhi il daino sdraiato accanto al leone e la vittima che si alza ad abbracciare il suo assassino. Voglio essere presente quando d’un tratto si scoprirà perché tutto è stato com’è stato. Tutte le religioni di questo mondo si basano su questa aspirazione, e io sono un credente. Ma ci sono i bambini: che cosa dovrò fare con loro? È questa la domanda alla quale non so dare risposta. Per la centesima volta lo ripeto: c’è una miriade di questioni, ma ho preso soltanto l’esempio dei bambini, perché nel loro caso quello che voglio dire risulta inoppugnabilmente chiaro. Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocca pure a loro comprare l’armonia con le sofferenze. Perché anch’essi dovrebbero costituire il materiale per concimare l’armonia futura di qualcun altro? La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco. Qualche spiritoso potrebbe dirmi che quel bambino sarebbe comunque cresciuto e avrebbe peccato, ma, come vedete, egli non è cresciuto, è stato dilaniato dai cani all’età di otto anni. Oh, Alëša, non sto bestemmiando! Io capisco quale sconvolgimento universale avverrà quando ogni cosa in cielo e sotto terra si fonderà in un unico inno di lode e ogni creatura viva, o che ha vissuto, griderà: ‘Tu sei giusto, o Signore, giacché le tue vie sono state rivelate!’ Quando la madre abbraccerà l’aguzzino che ha fatto dilaniare suo figlio dai cani e tutti e tre grideranno fra le lacrime: ‘Tu sei giusto, o Signore!’, allora si sarà raggiunto il coronamento della conoscenza e tutto sarà chiaro. Ma l’intoppo è proprio qui: è proprio questo che non posso accettare. E fintanto che mi trovo sulla terra, mi affretto a prendere i miei provvedimenti. Vedi, Alëša, potrebbe accadere davvero che se vivessi fino a quel giorno o se risorgessi per vederlo, guardando la madre che abbraccia l’aguzzino di suo figlio, anch’io potrei mettermi a gridare con gli altri: ‘Tu sei giusto, o Signore!’; ma io non voglio gridare allora. Finché c’è tempo, voglio correre ai ripari e quindi rifiuto decisamente l’armonia superiore. Essa non vale le lacrime neanche di quella sola bambina torturata, che si batte il petto con il pugno piccino e prega in quel fetido stambugio, piangendo lacrime irriscattate al suo ‘buon Dio’! Non vale, perché quelle lacrime sono rimaste irriscattate. Ma esse devono essere riscattate, altrimenti non ci può essere armonia. Ma in che modo puoi riscattarle? È forse possibile? Forse con la promessa che saranno vendicate? Ma che cosa me ne importa della vendetta, a che mi serve l’inferno per i torturatori, che cosa può riparare l’inferno in questo caso, quando quei bambini sono già stati torturati? E quale armonia potrà esserci se c’è l’inferno? Io voglio perdonare e voglio abbracciare, ma non voglio che si continui a soffrire. E se la sofferenza dei bambini servisse a raggiungere la somma delle sofferenze necessaria all’acquisto della verità, allora io dichiaro in anticipo che la verità tutta non vale un prezzo così alto. Non voglio insomma che la madre abbracci l’aguzzino che ha fatto dilaniare il figlio dai cani! Non deve osare perdonarlo! Che perdoni a nome suo, se vuole, che perdoni l’aguzzino per l’incommensurabile sofferenza inflitta al suo cuore di madre; ma le sofferenze del suo piccino dilaniato ella non ha il diritto di perdonarle, ella non deve osare di perdonare quell’aguzzino per quelle sofferenze, neanche se il bambino stesso gliele avesse perdonate! E se le cose stanno così, se essi non oseranno perdonare, dove va a finire l’armonia? C’è forse un essere in tutto il mondo che potrebbe o avrebbe il diritto di perdonare? Non voglio l’armonia, è per amore dell’umanità che non la voglio. Preferisco rimanere con le sofferenze non vendicate. Preferisco rimanere con le mie sofferenze non vendicate e nella mia indignazione insoddisfatta, anche se non dovessi avere ragione. Hanno fissato un prezzo troppo alto per l’armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d’entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, Alëša, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto».
(F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov.)

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3 risposte a (A volte è bene ripetere) NO

  1. galati ha detto:

    Chapeau.
    La stratificazione di riflessioni che denota anni di rovelli su questo tema – quindi l’articolata competenza;
    ma soprattutto la capacità di rimanere sul sottile crinale dell’onestà di sguardo,
    rendono questo post davvero molto bello.

    Sono talmente tanti i punti sollevati che mi limito a commentare i punti 10 e 11, che forse sono quelli che spiegano la maggior parte dei fenomeni e della Storia.
    Evidentemente l’uomo è portato a sentirsi <b>forte con i deboli e debole con i forti</b>. E’ impossibile sfuggire a questa natura, purtroppo. A noi non resta che cercare di combatterla. D’altronde, pensando ai giorni nostri e al recente discorso del nostro premier alla Knesset, è facile realizzare che sia proprio questa la logica che sottosta al suo intervento. La si accetta nostro malgrado come una verità storica, difficile davvero da contrastare.

    Grazie. Un saluto rispettoso.

    Davide Galati
    http://coordinategalattiche.splinder.com

  2. galati ha detto:

    OOPSSS…Solo oggi ho scoperto a chi avevo rivolto i miei complimenti…
    Va beh, allora rilancio e vi invio altri complimenti -più in generale- per la vostra attività culturale!!
    Grazie per quello che fate.

    Saluti.

  3. razgul ha detto:

    Grazie mille, i complimenti di sorpresa fanno sempre molto piacere :-)

    Ma grazie soprattutto per aver avuto la pazienza di leggerci.

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