Mentre i soliti quattro gatti spelacchiati massimalisti fanno a gara a chi è più nemico di Obama e sparano grandi minchiate da una posizione che s’illudono possa definirsi con l’espressione "da sinistra" – E’ come Bush, Obama è peggio di Bush -, l’immenso gregge teocratico dei pecoroni statunitensi è già al lavoro per sanare l’anomalia: ma da destra.
 Abbiano pazienza ancora tre anni (*), i compagni, e si consolino al pensiero che hanno molte possibilità di venire soddisfatti.
Certo che con una Sarah Palin alla presidenza sarebbe tutta un’altra musica…

Detto in soldoni, mentre qui si arriccia il naso perché il presidente degli Stati Uniti è troppo di destra, laggiù dalle sue parti la gente  sempre più decisa a cacciarlo il prima possibile perché è troppo di sinistra.

Questa estate parlavo con un avvocato di Dallas, una persona mediamente colta, che aveva preferito portare i figli a visitare l’Italia anziché a Las Vegas. Dopo avermi spiegato che Bush è stato un pessimo politico ma una very good person, ci ha tenuto a spiegarmi che Obama sta sbagliando tutto, perché il ritmo con cui vuole cambiare l’America è troppo veloce e radicale.
Troppo veloce? Se senti i compagni di qua, ti dicono che è troppo lento e timido.

L’avvocato texano aveva ragione, in un certo senso: a un anno di distanza dall’arrivo di Obama alla Casa Bianca, l’impressione è che per molti americani Obama stia esagerando in senso socialista. Il che è una palese assurdità, ma non mi stupisce. Tale è l’America. Il poeta Charles Simic, serbo per nascita e americano d’elezione:

«Per fortuna avevo con me una Bibbia.
Quando gli alieni mi portarono via…»

America, gridai alla radio,
anche alle due di notte sei un manicomio!

No, ritiro!
Sei un angelo di pietra nel cimitero

che ascolta le oche in cielo,
gli occhi accecati dalla neve.

Ciò che invece continua a stupirmi è come sia potuto accadere che Obama abbia vinto le elezioni.
Deve essere stato come una specie di enorme sbronza collettiva.
Adesso che si sono risvegliati, e i postumi stanno lasciando il posto al ricordo di ciò che si è combinato durante la sbronza, si guardano l’un l’altro attoniti e pieni di vergogna e di paura: "Cosa cazzo abbiamo fatto?", sembrano dirsi.
E si ripromettono che la prossima volta non ci ricascheranno, che non si faranno fregare.

(*) A meno che gli attacchi (sacrosanti) di Obama contro le banche e Wall Street non affrettino la sua dipartita – dio non voglia – secondo modalità non nuove al sistema yankee, vedi Lincoln e Kennedy, tanto per dire.

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5 risposte a

  1. Cordless ha detto:

    E cosa ne pensi allora del colpo di stato in Honduras del giugno 2009 completamente ignorato dai media e realizzato anche con il supporto degli Usa ?

  2. razgul ha detto:

    Questa spiegazione mi sembra convincente.

  3. Cordless ha detto:

    Da questa ricostruzione sembrerebbe che il golpe sia stato fiancheggiato da una frazione interna al governo Usa anche per silurare Obama. La cosa sembra inverosimile a meno che non si ammetta che Obama sia un fantoccio manovrato da altre mani. Ben più sostanziose sono le altre motivazioni indicate nell’articolo: è innegabile che questo colpo di stato, e la pseudo- normalizzazione successiva, con le elezioni farsa, rafforzano la posizione Usa, nel cortile di casa, indeboliscono l’Alba e tutti gli stati progressisti che cercano di emanciparsi dall’influenza statunitense, riaprono il campo agli interessi speculativi delle multinazionali, vedi Chichita e compagnia cantante.

  4. razgul ha detto:

    Messa così la cosa è inverosimile perché è una semplificazione. Ma l’idea che mi sono fatto (non da qualche fonte confidenziale, ovviamente, ma semplicemente raccogliendo le informazioni disponibili sull’argomento) è sostanzialmente questa. E’ assurdo pensare che il potere centrale sia monolitico e assoluto, che l’imperatore (il presidente) possa / riesca a controllare tutto l’immenso apparato. Non era così nemmeno ai tempi dell’Impero romano, valeva forse per Stalin negli anni Trenta, difficile pensarlo in America, un "impero" che è attraversato da incroci/scontri di apparati di potere, dinastie, corporations, lobbies ecc. e dove nonostante tutto, grazie al meccanismo del voto, sopravvive un residuo di imprevedibilità che fa la differenza tra democrazie (sia pur a sovranità limitata del demos) e dittature e a volte è in grado di scompaginare anche i piani più sistematici.

    All’epoca delle primarie democratiche, mi sembra evidente che il candidato prescelto fosse la Clinton, cioè un esponente di primo piano di una delle due dinastie imperiali che da un Ventennio si contendono la Casa Bianca (l’altra è quella dei Bush). Obama era un outsider su cui nessuno, all’inizio, avrebbe scommesso un dollaro. Eppure quel misto di carisma, retorica, astuzia comunicativa hanno avuto la meglio sull’immaginario degli elettori, prima solo democratici, poi di tutti gli States.
    Il blocco di potere che sta dietro la casata Clinton è stato battuto, ma è ancora una potenza, tanto che Obama è stato in qualche modo costretto a cederle uno dei ministeri più importanti (anzi forse il più importante). Peraltro la figura del Segretario di Stato ha già in passato giocato un ruolo di primo piano (nefasto) nelle vicende dell’America latina: penso soprattutto al famigerato Kissinger e al golpe cileno…
     Un’altra figura chiave per cercare di decifrare qualcosa della silenziosa guerra di poteri ai vertici dell’amministrazione americana è quella del ministro della difesa, responsabile del Pentagono: il ministro in questione nel gabinetto Obama è Robert Gates, che non solo ha già ricoperto la stessa carica sotto l’ultima amministrazione Bush (e già solo questo vorrà pur dire qualcosa), ma è stato anche il direttore della CIA (questo poi la dice lunga).
    C’è da chiedersi perché mai Obama abbia “voluto” imbarcare nel proprio governo un figuro del genere.
     Io una risposta me la sono data, e ha molto a che vedere con una cosa che ho sentito dire all’epoca dell’elezione di Obama da un americanista intervistato alla radio. Questi (purtroppo ho dimenticato il nome) sosteneva che non sarebbe stato lecito aspettarsi da Obama alcun cambiamento radicale nel suo primo mandato, perché – al pari di qualsiasi altro presidente, o forse con ostacoli ancora maggiori, data la contingenza di una devastante crisi economica e i due fronti di guerra aperti contemporaneamente dal suo dissennato predecessore – avrebbe dovuto fare i conti con una nazione lanciata già a gran velocità lungo una certa direzione pregressa: e deviare la rotta storica di un simile mastodonte è impresa difficilissima; infine si diceva sicuro che solo con un eventuale secondo mandato Obama sarebbe riuscito ad assicurarsi un margine d’azione più ampio.
     Se ci pensi è verosimile che le cose stiano così. Obama – che non è un santo senza difetti o un supereroe , ma un progressista moderato, da cui non mi aspetto certo che sciolga gli USA (United States of America) e proclami la nascita degli USA (United Soviets of America) – deve affrontare un’opinione pubblica largamente reazionaria, un congresso infido in cui i nemici sono anche nelle file del suo partito, lobbies d’ogni tipo (delle società assicurative, sioniste, dell’industria aerospaziale, delle armi…), un partito avversario che non esita a usare contro di lui delle campagne diffamatorie rivoltanti, una struttura militare ostile ecc.
    Per questo non mi faccio particolari illusioni su questi primi quattro anni di Obama, ma gli do credito nella speranza che possa guadagnare altri quattro anni per imprimere un cambiamento di rotta più sostanziale all’America – all’Occidente tutto.
    Detto così, appare meno inverosimile – al netto delle semplificazioni – la ricostruzione dei retroscena del golpe in Honduras.

  5. Cordless ha detto:

    Così articolato il quadro risulta meno inverosimile è vero, speriamo che questa analisi risulti reale, aspetteremo il secondo mandato per averne testimonianza.

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