«…L’obbligo di partecipare al Parlamento ultrareazionario e a un certo numero di altre istituzioni sottoposte a leggi reazionarie.»
V- I. Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo

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Una delle cose più sciocche e cattive che siano state scritte contro – anche – il Primo amore (indirettamente, e direttamente contro Tiziano Scarpa, che – com’era prevedibile – da quando ha vinto il premio Strega si attira gli strali di parecchie animelle livorose) è una specie di invettiva in versi apparsa su Nazione Indiana prima di Natale, in cui ci viene detto che ci masturbiamo con bei discorsi su fantasie inesistenti come l’anima e gli dèi e ci mescoliamo con i clericofascisti mentre qua e là si linciano i negri e si bruciano gli zingari.

Abbiamo fatto un numero della rivista che è, a mio modesto parere, uno degli attacchi più radicali contro la religione che si possano leggere oggi in Italia. Molto più radicale dell’Uaar o dei pezzulli satirici alla maniera del Vernacoliere, sempre uguali e alla lunga piuttosto stucchevoli. In quel numero cerchiamo di affrontare il cuore della questione religiosa e del’uso autoritario del bisogno di trascendenza, anziché limitarci a tuonare come si fa di solito contro le malefatte della Chiesa.

Con buona pace di chi trancia giudizi sommari senza avere la minima idea di ciò che sta giudicando, parlare di crocifisso oggi come abbiamo fatto noi è un atto politico. Un gesto di lotta. Parlare, come ha fatto Tiziano Scarpa nel suo pezzo, dell’assurdo di una religione che si pretende fondata sulla resurrezione del proprio fondatore ma che si aggrappa con tetro e ossessionato accanimento all”immagine di lui morto e ne fa il proprio simbolo identitario non è innocuo.

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Una polemica tra

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ždanovisti e destroidi ha per me lo stesso appeal di una torta alla merda, tuttavia, per amor di chiarezza, mi piacerebbe che gli agonisti in lizza prendano atto che Tiziano Scarpa non ha scritto un pezzo su o per "Libero": "Libero" ha pubblicato – con il consenso di TS, questo sì – un brano tratto dal suo lungo intervento che compare sul numero 6 della rivista Il primo amore (quello stesso numero di cui parlo qui sopra). Il consenso alla pubblicazione è stato dato dal suo autore al giornalaccio in questione dopo che il medesimo brano era rimasto abbandonato per tre settimane a prender polvere virtuale in una specie di limbo nella redazione culturale di un noto quotidiano di centrosinistra che l’aveva infine rifiutato.

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