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L’unica volta che ho visto Fernanda Pivano dal vivo, nel 1996, quando Allen Ginsberg è venuto per in Italia l’anno prima di morire, mi è parsa un po’ sgarbata e sopra le righe. Il carattere bizzoso di certo l’aveva già come bagaglio caratteriale innato, ma all’epoca era anche, ormai, una signora molto anziana e probabilmente molto sola.


Negli ultimi anni Fernanda Pivano veniva menzionata soprattutto come oggetto di facili prese per il culo. È vero che si era trasformata nella parodia di sé stessa, che aveva avallato il peggior ciarpame pseudo-pop (Ligabue, Jovanotti e – mi si perdoni il termine – Morgan), che i suoi ultimi interventi sulla letteratura statunitense erano insensati. È vero che certe sue traduzioni sono datate o per così dire “discutibili”. Però com’era facile e da stronzi sparare su di lei, e più che altro per colpire un presunto totem.

 

Ci sono tanti professorini dell’accademia che a ottant’anni non si trasformano in parodie di sé stessi, ma solo perché lo sono già a venticinque, e non possono vantare un millesimo dei meriti della Nanda. Che, per amor di cronaca, ha fatto conoscere alla provincialissima Italia del secondo dopoguerra una serie sterminata di scrittori americani – e che scrittori:

Edgar Lee Masters, Francis Scott Fitzgerald, Ernst Hemingway, William Faulkner, Kerouac…

Ma, a differenza di tanti professorini frigidi, Fernanda Pivano amava gli scrittori di cui si è fatta talent scout. È stata amica di Hemingway, Kerouac ha pianto sulla sua spalla, Neal Cassady l’ha scarrozzata per le strade di Frisco guidando nel suo stile (cioè follemente).


Negli anni Sessanta, con l’allora compagno Ettore Sottsass, ha prodotto la mitica rivista underground Pianeta fresco, una finestra aperta dalla bigottissima Italia pre-sessantottina sulla nascente controcultura hippie, con Allen Ginsberg nelle vesti di ponte umano tra quest’ultima e la precedente seminale generazione beat. Importando certo anche molto ciarpame spiritualistico legato allo Zeitgeist di allora, com’è il caso dei deliri pseudobuddhisti a imitazione di Watts, Snyder e dello stesso Ginsberg. Però, cazzo, si vada a sfogliare le pagine della rivista: era una figata spettacolare!

 

Io sono stato ripartorito al mondo della letteratura grazie a Kerouac e Ginsberg. Per anni sono stato un beat in incognito scagliato da qualche assurda macchina dello spazio-tempo in un’altra e poca e in un luogo inverosimilmente alieno. In fondo, sotto un’apparenza ingannevolmente normale, resto sempre l’hippie straniero in terra straniera che sciorinava ua sapienza enciclopedica per la controcultura americana, dall’esorcismo intorno al Pentagono alla contro-convention di Chicago passando per Mario Savio e le comuni di Haight-Ashbury, rimpiangendo amaramente di non essere ancora al mondo nell’anno della Summer of Love. Perciò non dimentico nulla e sarò finché campo debitore di Fernanda Pivano.

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2 risposte a

  1. aitan ha detto:

    la mia condivisione

    (anche se io mi sento straniero ma non hippie)

  2. foglia ha detto:

    ci sto.

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