There ain’t no cure for the summertime blues

Fino ai tempi del liceo, per me l’estate è incominciata l’ultimo giorno di scuola. Ma allora, da bambino, ragazzino e poi adolescente, il tempo aveva un incedere lento e solenne, così se gli anni scolastici duravano quanto un’età dell’uomo, anche le estati si allungavano tanto che potevo quasi misurarle in anni.
Poi, all’università, quando il tempo ha cominciato a marciare più veloce, il discrimine tra il tempo degli affanni si è spostato in avanti, e allora sono stati i giorni tra il 14 e il 16 luglio a segnare il passaggio: la data dell’esame orale conclusivo di letteratura russa, cioè la testa principale del mostro che, come nella miglior tradizione delle saghe antiche e dei videogiochi, i russisti quadriennalisti si trovavano – in altre ere accademiche e sotto altri ordinamenti di studio – a dover affrontare e decapitare, sempre puntualmente in un’afa impietosa. Era l’ultima suprema prova di forza e coraggio prima di potersene finalmente andare a ritemprarsi schiantandosi in santa pace chi a colpi di cannoni chi di scopate chi di pivo, šaverma, Belomorkanal i rulet s makom, Amsterdam, la Scandinavia, l’Inghilterra, Praga, la Francia, il mare, Cuba, San Pietroburgo.
Erano gli anni Novanta e non esisteva ancora la sindrome della pizzica, che negli ultimi tempi ogni estate spinge greggi di migliaia di borghesi bohémien e tatuatori fintoalternativi verso il Salento, tramutando quel misconosciuto buco del culo terronico in un supposto paradiso de lu sole lu mare lu ientu (e trasformando altrettanto inopinatamente i bobos di cui sopra in etnologi esperti in grado di annoiarti per ore con la storia sociale della pizzica-tarantolate-balli tradizionali ecc., il tutto gagliardamente desunto da qualche Newton Compton di seconda mano comprato al Libraccio dei Navigli).

Per me, credo che siano stati gli anni di massima separazione dal mondo circostante inteso come byt, come routine quotidiana e costume. Non per semplice snobismo, ma per una ben più insidiosa forma di isolamento e autoesclusione (dei cui lati oscuri non mi va qui di parlare). Perciò, tranne le migliaia di film che mi sono ciucciato al cinema e al cineforum, di quei tempi non saprei dire che musica commerciale andasse per la maggiore, quali tormentoni linguistici o pubblicitari, quali diktat vestimentari (a parte, se non ricordo male, le divise alternative d’ordinanza della prima metà del decennio – felpa della tuta vintage anni settanta-ottanta, camicia a scacchi da boscaiolo, maglietta a maniche corte su maglietta a maniche lunghe e adidas gazelle – e, a un certo punto, una specie di revival anni Sessanta/Settanta con improvvisa ricomparsa dei jeans a zampa d’elefante: per inciso, i miei preferiti da sempre), quali programmi televisivi. In questo, ne sono certo, sono molto più bravi di me quelli che allora erano bambini o ragazzini, e perciò molto più presenti di me davanti al teleschermo e molto più sensibili alla pubblicità e al costume (come lo sono stato io da piccolo negli anni Ottanta).
Oggi è il 16 luglio di nuovo, all’improvviso mentre bevevo il caffè mi sono sorpreso a ripensare a quelle sessioni d’esame canicolari all’istituto di slavistica della Statale, alle domande del professor Malcovati (“Si ricorda cosa contiene il bauletto di Čičikov?”), alla tensione e all’attesa spasmodica delle vacanze che mi aspettavano fuori, nel sole, a pochi passi dalla cartina geografica dell’Urss e della firma sul registro eppure ancora lontanissime.
E poi, scivolando a ritroso con la memoria, alle lunghe terre inesplorate che erano le estati dell’adolescenza.

Nell’estate del 1991, Radio Popolare aveva ancora gli studi in Piazza S. Stefano, di fianco alla Statale. Di sera nella piazzetta si faceva musica, per la precisione si trattava di una rassegna di concerti vari curata da Giancarlo Nostrini, il mitico “Bacicìn” autore e conduttore della Sacca del diavolo, “settimanale radiodiffuso di musica, musica acustica, musica etnica, musica tradizionale popolare, di cultura popolare, dai paesi e dai popoli del mondo”. Erano i tempi in cui Radio Popolare amava (o riusciva a) uscire dall’etere.
Il 16 luglio mia zia mi trascinò con sé a uno di questi concerti, non ricordo bene la scaletta ma sono quasi sicuro che si esibissero un gruppo di cantori delle Quattro Province e un ensemble di trallallero (che, per chi non lo sapesse, è un’antica forma di canto popolare polivocale tipica della Liguria). Insomma, roba che in confronto il Black Metal era un affare da verginelle.

Avevo appena compiuto diciott’anni e l’ebbrezza della maggiore età aveva coinciso con il culmine della fase beat. La mia identificazione con Kerouac era totale, quasi patologica, secondo gli stessi identici meccanismi di immedesimazione fusionale dell’adolescente col proprio cantante di riferimento (a me tre anni prima era successo con Syd Barrett). Quella sera, pungolato a dovere da mia zia che in fatto di incitamenti non conosce mezze misure, mi avvicinai timidamente al Bacicìn e gli chiesi informazioni sul Festival Interceltico di Lorient. Non che mi interessasse particolarmente la musica celtica, ma la Bretagna era una meta abbastanza esotica e lontana, per un adò di provincia appena sgusciato fuori dall’utero della casa e della chiesa ( e poi non era forse la terra d’origine dei Kerouac?). Due settimane dopo, fatalmente, sarei partito per la Francia. Il mio primo viaggio in solitaria, per festeggiare la mia vita nuova di aspirante poeta  e scrittore beat e per dilapidare tutti i risparmi accumulati in diciotto anni di mance parentali e BOT regalo.

Ma tutto questo è successo in agosto. Il 16 luglio 1991 invece ero ancora intento a pesticciare l’asfalto molle di Milano in stato di fibrillazione. Due giorni dopo tornai per un altro concerto, stavolta di percussioni. Ero solo. Avevo preso il treno delle otto e qualcosa dopo aver cenato in fretta. Mentre attraversavo la campagna nel vagone vuoto aprii il finestrino e guardai il cielo sgombro che imbruniva lentamente. Sopra Milano, sull’orizzonte ancora chiaro, vidi pesare una cappa grigia di afa e smog. Allora presi un foglietto e vergai in fretta qualche riga, fedele alla mia regola monacale-scrittoria, che mi imponeva (dolce dovere) di registrare e “salvare” con la parola ogni Visione:

“E così eccomi qua, completamente immerso dentro questa sera – cielo sgombro – 20:23 – solo soletto sul treno per Milano. Scrivo la data su questo foglio spiegazzato (accidenti, è già il 18 luglio 1991 e io ho già 18 anni e un mese!), riposo, penso e guardo fuori dal finestrino – l’aria mi corre tra i capelli e sulla faccia – guardo i prati e le capanne negli orti, guardo verso Milano… questa pazzesca città-madre del rumore si profila all’orizzonte ed è terribile: sopra di essa a un certo punto l’azzurro intenso (quel colore fantastico che tinge la grande volta celeste prima del tramonto vero e proprio) termina, e da lì in poi si stende come un manto una nube (ma non è il termine esatto… somiglia forse di più a un’immensa opprimente e spaventosa cupola) grigia di smog…
È anche questo l’incubo di Moloch?”

Moloch, Moloch… A quell’epoca ero ossessionato da Juke-box all’idrogeno, l’allora introvabile raccolta di poesie di Allen Ginsberg. L’avevo cercata tutto l’inverno senza successo tra librerie dell’usato e bancarelle. Quella sera finalmente in Piazza Santo Stefano mi apparve come una visitazione ultraterrena, adagiato sulla coperta di due stagionati fricchettoni che, approfittando della piccola folla, vendevano qualche libro molto spiegazzato (probabilmente dopo aver svuotato la loro libreria archeologica). Aveva la copertina tutta rovinata e corrosa da una grossa macchia di caffè. Mi si piegarono le gambe dall’emozione. Lo comprai con le mani tremanti, comprai anche un pacchetto di marlboro di contrabbando per festeggiare (non ero ancora un fumatore seriale) e mi sedetti per terra sotto il palco. Per tutto il tempo lo sfogliai compulsivamente, così eccitato da non riuscire a leggerne nemmeno una riga, e non ascoltai per nulla il concerto di percussioni.

Quel libro lo conservo ancora come una reliquia, non so più quante volte mi si è aperto in due tra le mani e ho dovuto ripararlo con lo scotch. È stata per anni la mia “bibbia dei giorni atei”, me lo sono portato ovunque come un amuleto, un salvagente e un fratello tascabile di carta. Profuma ancora del tabacco cattivo che conservavo nella stessa tasca dello zaino durante i miei inter-rail. Soprattutto profuma dell’estate dei miei diciotto anni. So che detta così sembra retorica a buon mercato, ma ognuno ha una stagione irripetibile che si porta dentro per tutta la vita come una cicatrice dell’anima, invisibile ma sempre presente, sempre pulsante, come una fitta di piacere e di dolore. Ecco, come per gli oggeti magici dei miti antichi, un po’ di quella estate, di quel piacere e di quel dolore sono usciti da me e si sono impressi sulle pagine di quel libro.
E quando mi capita di riprenderlo in mano mi sembra che, nonostante la colata lavica degli anni sempre più fitti e coriacei che continuano a interporsi tra me e il me stesso di allora, i due me si sovrappongano ancora con assoluta mancanza di attrito.

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8 risposte a There ain’t no cure for the summertime blues

  1. Cordless ha detto:

    Bello questo blues estivo e mica male le note sparse dei tuoi diciotto anni. Però sei un assassino come si fa a restaurare un libro col nastro adesivo:-( lo devi rincollare pazientemente forse rifargli il dorso di stoffa dato che ha un così gran valore per te.

  2. razgul ha detto:

    Chiedo venia, ero giovane e rozzo…

  3. elos ha detto:

    Ed é bella, e dolce, quest’immagine di un te in miniatura che sfida l’asfalto col taccuino e incide Visione. Fluida, liquida. Senza attrito, come dici tu. Perché potrei immaginare lo stesso Sergio che oggi è padre scendere dal treno nuovo e aggiustare i canti vecchi con filo e colla e sulle vesti quello stesso odore disordinato. Che non é rozzezza. Affatto.

  4. Cordless ha detto:

    Giuro che scherzavo… Oggi sono emozionata come una bambina, mi è nata una nipote, si chiama Elena, è un po’ idiota che lo scriva qua ma lo faccio lo stesso, pare abbia gli stessi capelli simil-africani della famiglia.

  5. razgul ha detto:

    Benarrivata, Elena!

  6. anonimo ha detto:

    misconosciuto buco di culo e la tua boca del cazzo stronzo!w lu salentu!
    genovese tirchio di merda!

  7. elos ha detto:

    Sergio, mai mettersi contro i tarantolati di torre paduli. mai.

    (sorrido)

  8. razgul ha detto:

    Amo il rischio, Elos :-)

    “Genovese tirchio di merda!” :-)))

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