Per me due cose, specie se incrociate, sanno trasformarsi in potenti madeleine. Sono il colore del cielo e l’odore dell’aria.

Stamattina sono stato svegliato a un’ora indecente  persino per me che non amo poltrire a letto, perché mia figlia ha deciso che le giornate iniziano all’alba, o meglio ancora prima. Ho messo su il caffè, acceso lo scaldabiberon, spalancato le imposte per combattere con po’ di chiarore reale la malinconia senza fascino della lampadina. Nel farlo, per un attimo mi sono sporto oltre il riquadro della finestra con il tronco, come una specie di centauro vegetale dell’era moderna. Nel silenzio del cortile ancora addormentato la combinazione del profumo disciolto nell’aria, la brezza fredda che mi si è sfegata sulla faccia e la sfumatura grigio argento delle nuvole che ingombravano il cielo mi ha colpito la  memoria con un pugno formidabile. Ne sono uscite due immagini, anzi due ricordi visivi e olfattivi.

A Parigi diciassette anni fa, quando sono saltato giù dal treno alla Gare de Lyon sentendomi Kerouac, il cielo aveva lo stesso colore, l’aria lo stesso odore freddo. Abbiamo percorso la banchina fino in fondo con in groppa zaini troppo grossi per la durata prevista del nostro viaggio e siamo usciti sulla strada in cerca di caffeina con in bocca già la prima o la seconda sigaretta del giorno, nonostante allora si fumasse poco e soprattutto per posa.

E aveva lo stesso colore e l’aria lo stesso odore freddo l’anno prima a maggio, in quel maggio mozartiano, quando ho percorso il viale alberato con in bocca il cattivo sapore della prima sigaretta insieme a decine di altre pecore stropicciate come me, che trascinavano gli zoccoli assonnati e controvoglia verso la sede del distretto militare per la visita di leva. E mi sono ritrovato a chiacchierare con S., il mio vecchio amico dei tempi dell’asilo e delle medie, a ricordare di quando a pranzo mi offriva il tonno con le patate e io chissà cosa gli offrivo in cambio, forse saltimbocca e spinaci.

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