Riempire il vuoto

Poche e brevi riflessioni sul voto europeo (sì, lo so, tutti oggi si sentiranno in dovere di trasformarsi in politologi, un po’ come succede col calcio quando arrivano i mondiali e anche chi non sa una sega diventa l’allenatore-ombra della nazionale: ma io almeno mo faccio qui sul mio misconosciutissimo diario privato-pubblico, altri non meno cialtroni lo fanno con non maggiore autorevolezza sulla pagine dei giornali).

In Italia: poteva andare peggio. Quasi tutto era ampiamente previsto – vittoria del partito neofascista (Lega Nord) e del partito populista (IdV), caduta non rovinosa del PD, briciole inutili alle sinistre ecc. Aggiungo che personalmente, per non so quale virtuoso cortocircuito dell’immaginazione, avevo subodorato il risultato positivo ma non brillantissimo del PdL (contro chi prevedeva o un trionfo o una batosta).
Sostanzialmente, tutto resta come prima: la società italiana mi pare ferma. Qualcosa si muove qua e là, ma è robetta. Certo che misurare le dinamiche sociali con il metro delle percentuali di voto è un esercizio di notevole miopia (per non dire cecità). In fondo – ma è  cosa che sfugge ai più, anche a sinistra – i movimenti di maggior entità e peso sono sotterranei, rispetto al livello della politica parlamentare e della realtà sociale così come viene presentata dai media mainstream: per vederli bisogna guardare sotto, di lato e soprattutto altrove.

Chi si aspetta una palingenesi dai partiti è un ingenuo o uno stupido.

In Europa era prevedibile un buon risultato del PPE. Così come era prevedibile – del resto è evidente da tempo – il calo e la crisi dei partiti socialisti.
Ma i socialdemocratici non riusciranno mai per ovvie ragioni a prendere atto del fallimento della socialdemocrazia così come si è configurata nell’ultimo ventennio (il ventennio post-1989 del capitalismo trionfale), con la sua ideologia debole e la sua subalternità totale al pensiero unico neoliberista.

L’apparente paradosso per cui, in una fase di crisi profonda del capitalismo, le opinioni pubbliche si spostano a destra anziché – come sarebbe lecito aspettarsi (è quello che è successo per esempio in Islanda, ma si sa che gli islandesi sono un popolo particolarmente figo) – a sinistra si spiega forse anche così: a sinistra c’è il vuoto e, a parte il vuoto, quasi soltanto quattro vetero-gatti caricaturali, feticisti della falce e martello, e dei moderati troppo pasciuti, cresciuti in atmosfera protetta, infestati dalle lobby delle multinazionali e molto molto rispettosi delle esigenze del capitale globale. I socialdemocratici temono come un filovirus ogni radicalità e pretendono di vivere di rendita grazie alle loro (doverosissime) posizioni  progressiste in materia di diritti civili; ma soprattutto in periodi di crisi, smarrimento e attitudine collettiva alle passioni morbose non basta, non basta.

Questo vuoto deve essere colmato, ma non è detto che accada. Non sempre la storia caga fuori un Marx (o anche solo un Robespierre) al momento giusto.
Voglio dire che il bisogno di una nuova idealità forte non comporta necessariamente il parto di una nuova idea forte.

Per il resto, l’onda reazionaria e conformista che sta attraversando il continente ha a che fare e si spiega anche con quest’epoca che altrove ho chiamato "della disperazione e del terrore", con i flussi migratori sempre più impetuosi che si configurano anche come uno degli effetti a lungo termine del colonialismo.
L’Occidente da lungo tempo spadroneggia, rapina, succhia linfa vitale: ora che il feedback arriva, storce la bocca, si spaventa e fa lo stronzo. Come se la sua suzione non c’entrasse niente.

Certo è che di fronte allo stesso fenomeno sono possibili risposte diverse. Questo mi è sempre sembrato la dimostrazione più lampante di come non sia possibile predeterminare scientificamente a priori i movimenti delle società umane, con buona pace dei marxisti. E’ il fattore x, l’elemento oscuro, impenetrabile, che fa della storia un processo dinamico aperto. La storia è dostoevskiana, non hegeliana.
Così, come gli anni Venti-Trenta produssero in America F. D. Roosevelt (dopo la catastrofe del ’29) e in Europa Mussolini, Stalin, Hitler e Franco.
Senza fare paragoni esagerati, oggi dopo la catastrofe della crisi finanziaria gli USA hanno "prodotto" Obama, mentre da noi spira un vento fascistoide che non lascia presagire nulla di buono.
Grazie a dio non sembra che si profili all’orizzonte politico un personaggio dotato della statura negativa dei dittatori nazifascisti e comunisti degli anni Trenta. Tranne forse berlusconi, il quale per fortuna condivide con il porco di Predappio proprio la bassa statura internazionale.

Nota positiva: l’avanzata dell’ecologismo politico. Ma anche nel suo caso, mi sembra, il rischio è di cadere in un  immobilismo simile a quello dei partiti socialisti, e per ragioni analoghe: il gradualismo tattico si trasforma in moderatismo strategico ed è la palude, a fronte di un’emergenza ambientale planetaria le cui proporzioni riducono molte illusioni  antropocentriche alla giusta dimensione lillipuziana.

Note negative: il British National Party, il partito fascista britannico, manda a quanto pare ben due deputati all’europarlamento. I partiti xenofobi avanzano un po’ ovunque. E anche se a Strasburgo saranno una manciata minoritaria, segnalano una tendenza globale spaventosa.
Tipo Fuoco Norreno.
Basta sporgersi dalla finestra per capire che anche da noi l’aria che tira, pestilenziale, è più o meno la stessa.

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Una risposta a Riempire il vuoto

  1. tereso ha detto:

    La polis che non c’è[..] Normal 0 14 MicrosoftInternetExplorer4 /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:”Tabella normale”; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-parent:””; mso-padding-alt:0cm [..]

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