Lilacs out of the dead land

London calling to the faraway towns
Now that war is declared and battle come down
London calling to the underworld
Come out of the cupboard, all you boys and girls…
The Clash, "London Calling"

Mi sarebbe piaciuto scrivere un post così, con una foto dalla battaglia di Seattle, dieci anni fa, dicembre 1999

e poi accoppiarla a una foto delle proteste di ieri a Londra

e fare un brillante discorso sull’importanza della scala decimale per la nostra percezione della realtà e per il nostro modo di ordinare il tempo: 1999 – 2009, il ritorno tutt’altro che solo simbolico delle lotte.
Invece in queste ore si susseguono voci incontrollate sulla presunta morte di un manifestante. Perciò non ho nessuna voglia di essere brillante e resto in attesa che se ne sappia di più. Nella mia memoria sono ancora vivi i fatti di Genova, da una parte per me è ancora come se fosse successo l’altro ieri.

Leggo sulla Repubblica frasi già lette, immagini già usate: «Il Times ha descritto il clima e le misure pre-vertice, definendo Londra come una ”fortezza”, mentre il quotidiano City AM titola la sua prima pagina ”G20: Una città sotto assedio”. Schierati diecimila poliziotti, un’operazione-sicurezza che costerà alle casse dell’erario inglese non meno di 8 milioni di euro».
Fortezze assediate, metafore sinistramente familiari.

Le violenze poliziesche sono inevitabili: il potere si difende, è ovvio.
Le violenze di chi si ribella sono largamente comprensibili. E forse non sarà un gesto elegante, ma non venitemi a dire che prendere a calci le banche è criminale, dopo quello che i potentati finanziari hanno commesso.

Però ieri nel vedere le foto di Londra ho provato un brivido di emozione come non mi succedeva da anni. Mentre in Italia domina la maggioranza morta (ma per un giorno voglio lasciar perdere questo mio fottuto paese: della merda parlerò un’altra volta), a Londra si sta forse compiendo un mezzo miracolo.

C’era una volta un fiume, che era sgorgato a Seattle dieci anni fa come dal nulla e che dopo Genova 2001, tinto di sangue e violenza, si era lentamente prosciugato.
Prosciugato? O non si era forse semplicemente inabissato?

Adesso l’acqua riaffiora in superficie. La terra che prima era secca ora è molle sotto i piedi dei banchieri, degli sbirri, dei burattini della politica.
Cos’è quell’acqua che stimola le radici sopite? Da dove proviene?
Cos’è questo rumore che sale da sotto, che fino a poco fa era soltanto un brusio indecifrabile, un respiro di lucertole in letargo o un ruminare di lombrichi, e che ora si fa di giorno in giorno più forte e minaccioso?

Non lo so.
Io sono un tipo strano, funziono in modo stupido, sono un pessimista che si fa sempre inculare da sconsiderate attese e speranze assurde. Perciò magari è solo la mia dannata voglia di ingannarmi per l’ennesima volta. Si sa che aprile mescola memoria e desiderio. In me memoria e desiderio sono talmente mescolati, in questo momento, che non posso più distinguere l’uno e l’altra.

Si sa che aprile è il mese più crudele.
D’accordo.
Ma mi permetto di dire che maggio è il mese più feroce.
E ormai è alle porte. Manca solo un mese.

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2 risposte a Lilacs out of the dead land

  1. Cordless ha detto:

    Non capisco come speranze ed attese assurde facciano di qualcuno un pessimista.
    Aprile è il mese più crudele, diceva lui, ma ciascuno ha un mese d’elezione, il suo “personale aprile”.
    Vediamo che succede.

  2. FireArrow ha detto:

    Quello che è stato non potrà e non dovrà più essere.
    Ma in tutto questo britannici e resto del mondo non possono atteggiarsi a maestri. Sono loro ad aver sbagliato più di noi. Per una volta gli italiani sono stati migliori di altri.

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