Lettere a nessuno 2008

Quando Lettere a nessuno è stato pubblicato la prima volta, per i tipi di Bollati Boringhieri, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 1997, io mi trovavo a letto già da qualche settimana con una broncopolmonite devastante. La malattia mi aveva prostrato fisicamente, ma per quanto strano possa sembrare mi aveva aiutato a uscire da un lunghissimo periodo di depressione. Dopo due settimane di febbre a quaranta cominciavo a riprendermi, ma ovviamente mi toccava trascorrere lunghe giornate a letto. Fuori l’inverno scivolava lento in una specie di preannuncio di primavera.  Mi ero ammalato in un pomeriggio di sole e gelo, ora sbirciando dalla finestra della mia stanza vedevo i rami del gingko e dell’acero in cortile oscillare al tocco di una brezza che sapevo più lieve e meno fredda. I cieli spurgavano bagliori azzurri.

Ero, come è facile immaginare, in uno stato di grande sospensione. Mi guardavo intorno in silenzio, stupito dalla repentina scomparsa del dolore mentale e della fatica che mi avevano piegato la schiena dell’anima per troppo tempo, tanto che li avevo creduti cronici, e come in attesa dell’inizio di qualcosa di completamente nuovo e ignoto. Era strano e bello.

Un pomeriggio mi portarono da leggere Lettere a nessuno, fresco di tipografia. Avevo molto tempo, la stanza era fredda (mia madre ha sempre detestato cordialmente il riscaldamento) ma il piumino bastava. Mi ci persi, in quelle pagine. Erano commoventi, feroci, piene di furia, di malinconia e di stupore. C’era dentro tutto, trent’anni di storia collettiva, l’anima di un uomo che prima ancora che scrittore mi si rivelava come una specie sui generis di fratello maggiore. La neve che cade sulle arance, nel monolocale di Cinisello. Non l’ho mai detto all’autore, perché la vicinanza fisica e la mia incoercibile timidezza mi hanno sempre frenato, ma Lettere a nessuno è stato per me uno di quei libri cruciali che ti cambiano la vita, uno di quei libri dopo cui il tuo sguardo sul mondo e sulle cose non è più lo stesso.

Non credo che riuscirò mai a spiegare in parole comprensibili l’effetto terremotante che questo e altri libri di Antonio hanno avuto su di me in quanto persona, lettore appassionato e – bisogna pure che lo ammetta – aspirante scrittore. Dirò solo che è uno di quei libri che ti fanno venire (o tornare) una voglia disperata di vivere, esordire, combattere.

Qui di seguito riporto la bella recensione che Teo Lorini ha fatto della nuova edizione accresciuta di Lettere a nessuno. Teo ha compiuto un atto di giustizia. Lettere a nessuno è un libro immenso e irriducibile, dostoevskiano e leopardiano non nel senso dell’imitazione epigonale ma in quello della consonanza e della fratellanza spirituale: diario intimo, riflessione filosofica, denudamento dell’anima, pamphlet letterario, cronaca di un trentennio di storia italiana, epoché di ogni ipocrisia, distruzione di questo nostro sventurato paese della merda e del galateo. Quanto alla potenza della scrittura in cui tutto questo è coagulato, dirò soltanto che in qualsiasi altro paese un libro del genere entrerebbe di filato nel canone delle opere letterariamente fondamentali. EPPURE da undici anni la versione spacciata per buona dalla propaganda delle conventicole culturali (che il libro giustamente svela e smerda) spaccia Lettere a nessuno come un libro su un aspirante scrittore che non riesce a farsi pubblicare e allora si lagna e fa del gossip pieno di livore. È successo undici anni fa, succede puntualmente anche oggi con la nuova edizione: battute malevole, mistificazioni, travisamenti in malafede, il tutto rigorosamente senza aver letto una riga del libro.

Dato che, come ho detto, Lettere a nessuno per me non è soltanto un libro, per l’influenza che ha avuto sulla mia vita, trovo questa campagna diffamatoria se possibile ancora più insopportabile.

(Sergio)

***

Antonio Moresco

Lettere a nessuno

«Più di dieci anni sono passati dal 1997 in cui Bollati Boringhieri mandò nelle librerie la prima parte delle Lettere a nessuno. In quel volume ormai raro era raccolto l’epistolario di uno scrittore totalmente e pervicacemente inedito. Un epistolario, s’è detto, “esploso e sotterraneo”. Esploso perché formato d’una congerie disparatissima di materiali annotati su quaderni, agendine, risvolti di libri e perfino biglietti del tram. Ci sono abbozzi, frammenti, progetti, riflessioni e naturalmente le lettere che Antonio Moresco ha scritto nell’arco di dieci anni, dal 1981 al 1991, tanto consapevole della loro inutilità da non spedirle neppure, e nello stesso tempo, proprio per questo, incapace di astenersi dal dialogo con interlocutori muti, immaginati, a volte persino inventati. Ecco dunque la componente sotterranea: Moresco ha steso le sue Lettere durante il periodo lunghissimo in cui è rimasto del tutto inedito, sprofondato, al buio, come nell’agghiacciante favola dei Grimm in cui il braccino di un bimbo sepolto spunta ostinato dalla fossa. Allo stesso modo Moresco, che non esiste per nessuno, che viene ignorato, respinto, liquidato in fretta e furia, continua ostinato a scrivere e a farsi avanti, a proporre i suoi inediti, come dal fondo di una caverna, schiacciato sotto la pressione di tonnellate di roccia e fango ma non ancora arreso.

Nel magma delle lettere dal sottosuolo, ora ristampate come prima parte del volume einaudiano, ribollono molti temi. C’è la dimensione autobiografica del privato (come la lettera straziante in morte della madre della sua compagna, Renata) e del collettivo, con squarci folgoranti sull’esperienza di militante politico negli anni ’70 (si pensi alla sferzante missiva ad Aldo Brandirali, narcisissimo ex leader di Servire il Popolo, ed ennesimo riciclato in Forza Italia, via CL). Ma naturalmente prevale la riflessione, non sconfitta né disperata, a tratti anzi persino velata di un sorriso amaro, sulla macchina editoriale, le sue conventicole, le sue meschinerie e soprattutto lo stato di assoluta prigionia all’idea che la letteratura sia esausta, che lo slancio e la forza creatrice di cui sono capaci gli esseri umani siano spenti o ridotti a bagliori che agonizzano senza più bruciare, nell’eterna ripetitività dei prodotti fatti in serie o delle ricombinazioni di fattori arcinoti. E a lamentarsene, con altissimi lai, sono i vari Fofi, Corti, Raboni, Pontiggia, cioè proprio i tanti Nessuno a cui per anni Moresco scrive inascoltato, a cui sottopone -sempre respinto- libri possenti, nuovi, illuminanti come Clandestinità, come Gli esordi

E poi?

La seconda, inedita parte di Lettere a Nessuno riprende dal momento in cui il cerchio finalmente si spezza e Giulio Bollati pubblica Clandestinità. Il Moresco emerso non è meno intenso di quello sotterraneo. Anzitutto perché nemmeno la pubblicazione modifica il problema della sua irriducibilità in categorie prefissate. Anzi: il destino dei suoi testi maggiori è paradossale. Sia Gli esordi, esaurito e mai ristampato da Feltrinelli, sia soprattutto Canti del Caos, pubblicato a pezzi, da due editori diversi e da entrambi abbandonato, sono libri fondamentali che, a dispetto della loro ricchezza, dell’entusiasmo e del fervore critico tuttora in corso, muoiono dal punto di vista editoriale poco dopo essere apparsi, segno eloquente della prostrazione in cui è imprigionata l’industria culturale italiana.

In speculare opposizione rispetto alla prima parte, le nuove Lettere arrivano (quasi) sempre ai loro destinatari: scrittori, critici, funzionari editoriali o politici, compagni di strada. Che però rimangono Nessuno proprio perché immutato rimane il loro mutismo, il loro scantonamento rispetto all’urgenza, alla caparbia purezza dei problemi posti da Moresco. Che in queste nuove pagine racconta sé stesso e il nostro Paese attraverso dieci anni di scrittura e impegno in modo, se possibile, ancora più spericolato, vertiginoso, commovente. Ma attenzione: qui non c’è il calcolo, il rancore mascherato d’ingenuità, il candore posticcio di chi finge d’ignorare come va il mondo. Moresco lo sa, decenni di buio ed esclusione gliel’hanno insegnato. La cosa straordinaria è che quei decenni non l’abbiano piegato. Allo stesso modo in cui non ha accettato di smorzare la sua scrittura, d’immiserirla in forme codificate e accettabili, Moresco s’ostina a credere nella possibilità d’uno scarto, d’una differenza anche da parte di chi gli sta accanto. Persino la bruciante lettera a Giuseppe Genna, assunto a emblema di questo immiserimento culturale e umano, non s’esaurisce nello smascheramento puntuale (e impressionante) delle tattiche d’adulazione, del trasformismo ipocrita d’un cortigiano, ma vibra dell’autentico dolore di chi ancora si fida e s’aspetta qualcosa da parole paurose e radicali come amicizia, purezza, lealtà, coerenza. Di chi è il primo a pretenderle da sé stesso.

Sembra lecito allora evocare il nome di Leopardi per questo libro di speranza non doma il cui più grande dono, come ha giustamente detto Marco Rossari, è il coraggio che ci infonde.»

(Teo Lorini, «Pulp Libri» 76, novembre 2008)

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9 risposte a Lettere a nessuno 2008

  1. FireArrow ha detto:

    Ammetto la mia totale ignoranza: non conoscevo questo libro.

    Ma dopo aver letto il tuo post, e la recensione in esso riportata, provo un’irresistibile curiosità e il desiderio di leggerlo quanto prima.

    Grazie :)

  2. razgul ha detto:

    Bene! Poi se hai voglia fammi sapere che ne pensi.

  3. Cordless ha detto:

    Due di queste sono per caso quelle pubblicate ne “Il primo amore” intitolate lettere al Papa e a Elizabeth Taylor?

  4. razgul ha detto:

    Quella al papa è nella seconda parte, ma c’è molto di più, e quasi tutto inedito.

  5. militante ha detto:

    inutile nascondere che moresco lo abbiamo scoperto grazie a te e di questo te ne siamo grati.

  6. Cordless ha detto:

    Ho ordinato “Canti del caos” parte terza e non sono ancora riuscita a trovare la prima parte della trilogia. A questo punto non resta che penetrare di soppiatto nei magazzini centrali della Feltrinelli e farne incetta:-)

  7. razgul ha detto:

    Non serve, dato che l’edizione Mondadori 2009 contiene la trilogia completa.

  8. Cordless ha detto:

    Evvai!!!! sono contenta:-))

  9. elos ha detto:

    E si sente tutto, nelle tue parole, questo movimento sotterraneo che ti ha scosso in quelle letture.
    Vien voglia di entrarci a capofitto-col fiato trattenuto per scendere a fondo.

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