«Una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.
Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.»
(Fabrizio De André, Sogno numero due)

Settimo anniversario di Genova. Assoluzioni allucinanti e condanne risibili. Non c’è stata tortura, dato che il codice penale italiano non contempla il reato di tortura.

Va da sé che, a prescindere dal conflitto – gravissimo – tra i poteri dello Stato, il potere si autoassolve sempre. È ovvio. Chi si stupisce o è molto ingenuo o è in malafede e forse ha paura di formulare l’unica, ovvia, logica, e coerente conclusione.

*

Mentre mi rodo il fegato, traccio mentalmente paragoni tra la piazza romana dipietrista della settimana scorsa e quella genovese antiliberista di sette anni fa.
Luglio allora, luglio oggi. In mezzo, un’era geologica.
Confrontare la “piattaforma ideale” dell’una e dell’altra.
Titani contro formiche. Eppure eravamo tutt’altro che perfetti, tutt’altro che grandi.
Una scomoda ma alla lunga anestetica coltre di oblio è calata su ogni cosa, più invasiva delle polveri sottili.
Come far capire a chi non c’era cosa è stato? Non solo cosa è stata la battaglia di Genova: cosa è stata tutta quella breve estate del movimento…
Tutto dimenticato, tutto scomparso: persino gli elenchi delle multinazionali con la coscienza più sporca, persino i boicottaggi.

*

Il bisogno di distruggere il vecchio mondo di merda e il bisogno di un ideale da perseguire.
Oggi mi sembra di poter dire questo:
– questi due bisogni sono elitari;
– in potenza tutti abbiamo in noi questi impulsi, ma l’apparato della società lavora incessantemente e con ogni mezzo a cauterizzarli; questo avviene già nella primissima infanzia per opera della famiglia, prosegue a scuola, in parrocchia, nel proprio gruppo ecc;
– chi, nonostante i tentativi di rimozione, chirurgica li reca ancora in sé, soprattutto se è ancora giovane o giovanissimo oggi può trovare sfogo e realizzazione quasi esclusivamente nei movimenti extraparlamentari di estrema destra, perché sono gli unici che soddisfano tutti o quasi i requisiti minimi richiesti a qualsiasi forma di organizzazione che si voglia esistenzialmente sovversiva.

*

Quando senti dire al tal ministro o al tal editorialista “non è vero, l’Italia non è in preda ad alcuna deriva xenofoba, non esageriamo”, non cascarci. Sta mentendo.
La marea fognaria razzista di questi tempi esiste, solo i più coglioni e i più porci possono negarlo, gente senza occhi e senza coscienza che farebbe un dono all’universo se decidesse di togliersi di mezzo una volta per tutte. Ma non hanno di queste delicatezze, ovviamente. Anzi, poiché nel gioco del caso spesso è l’ingiusto a vincere, capita che diventino direttori di giornale, segretari di partito, amministratori, industriali, vescovi,  ministri della repubblica.
Se invece restano plebei ti ammorbano l’anima al bar, sui banchi di scuola, sul posto di lavoro.

Quando ti dicono che sei separato dalla vita reale, sottintendendo che sei tu l’anomalia, l’elemento estraneo alla collettività, e attribuendo alla vox populi il valore necessario di verità, ringrazia gli dèi ellenici (dei quali ci viene insegnato che non esistono, il che è indubbiamente un loro pregio) di avere una coscienza raffinata poco incline a sgozzare gli utili idioti seduta stante.

*

Il male commesso non può essere redento. Ogni atto è irrevocabile. La nostra coscienza collettiva è già lordata. La macchia resterà tanto a lungo quanto durerà la nostra civiltà.

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2 risposte a

  1. Cordless ha detto:

    volevo riprendere l’imprecazione qua sotto, ma siccome è stata (ab) usata da un comico che non mi ha fatto mai ridere, la sostituisco col nostro porcoggiuda pronunciato con la doppia.

  2. militante ha detto:

    è vero.. sono passati sette anni da genova ed è triste registrare una regressione sconfortante.. di pietro che fa il masaniello della situazione acclamato dal popolo della sinistra. tutto molto triste.

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