«Come mai i nostri giovani si accontentano di cose? I loro sogni, desideri vengono facilmente appagati dal mercato? Questo mi preoccupa più di ogni altra cosa» scrive Cordless in un commento al mio post precedente.
Il rischio, in questi casi, è di semplificare, di cadere nell’invettiva generica. La generalizzazione è sempre in agguato. Me ne rendo perfettamente conto, ma sono anche convinto che a volte, pagato il debito a questa dose fisiologica di generalizzazione, le impressioni "di pancia" abbiano il merito di cogliere certi aspetti della realtà che la nostra ragione tende a negare. Che li percepiscano, seppur confusamente,
prima che la nostra ragione – sempre pronta a sottilizzare separare analizzare – si decida ad ammettere che sì, c’è qualcosa che non va.
Mi perdonino i tanti ragazzi intellettualmente vivi, anticonformisti e consapevoli: ovviamente non è di loro che parlo.

1.

Questa dell’accontentarsi (del nulla, per di più)  è la cosa che preoccupa di più anche me.

Chi è ragazzino, ragazzo, adolescente, giovanissimo o giovane in quest’epoca, cresce avendo alle spalle un quadro clinico spaventoso, di bombardamenti a tappeto da parte delle truppe della merce autoritaria. E continua a subirli.

Mi riempie di sgomento o dolore, per esempio, constatare la mancanza del minimo segno di ribellione, di anticonformismo, che in teoria dovrebbe essere un elemento tipico della giovinezza. Tutti questi poveri cristi di quattordici, sedici, vent’anni rincoglioniti da quattro minchiate luccicanti, ormai incapaci di concepire che possa esistere qualcos’altro, qualcosa di più importante… Provo dolore per loro, perché so che prima di diventare complici del proprio impoverimento esistenziale sono stati vittime incolpevoli di logiche disumane di occupazione e napalmizzazione dell’anima decise da altri.

A costo di passare per l’ennesimo trombone, devo dire che secondo me la televisione – per dirne una – ha fatto scempio di intere generazioni: se è riuscita a decerebrare quelli che oggi sono anziani, cioè gente che ha visto la guerra o l’ha conosciuta attraverso la distruzione del dopoguerra, che ha attraversato tutta la burrasca (nel bene e nel male) del secondo cinquantennio del Novecento ed è cresciuta in un’epoca sicuramente più povera e più semplice, figuriamoci quali effetti può avere su chi è giovane oggi.

Mi piange il cuore vedere che tanti ragazzi anziché mettere in discussione i valori acquisiti dei loro padri si accontentano di ripetere come automi gli stessi luoghi comuni (per lo più beceri), di assumere su di sé lo stesso immaginario impoverito, la stessa mancanza di immaginazione e – in fondo – di vitalità.
Non soffrono più della claustrofobia dei diciassette anni? È come se fosse stato atrofizzato il loro spirito di contraddizione, che soprattutto a una certa età dovrebbe funzionare a pieno ritmo e che è anche una grande ricchezza e un processo importantissimo di rigenerazione del tessuto sociale.

Poi, in realtà, secondo me in molti di loro, più o meno confusamente, ci sarà sicuramente la percezione di questo vuoto e di questa mancanza. Ma se non gli sono stati dati gli strumenti per chiarire in sé questo oscuro sentimento di insoddisfazione, se si è proceduto a cauterizzare gli organi dell’anima preposti a elaborare questo bisogno di eccedenza, non riusciranno mai a uscire dal vicolo cieco.

Infine penso anche che, per una semplice legge della fisica, la materia compressa sottoposta a surriscaldamento prima o poi esplode.
Magari non succederà adesso, a chi è giovane oggi; magari toccherà alla generazione dei nostri figli: ma credo che prima o poi verrà il momento in cui una nuova leva di giovani individui si romperà i coglioni a sangue del mondo di merda che oggi si sta allestendo loro, e quando la loro rabbia sarà diventata insopportabile, faranno un nuovo quarantotto. È già successo, non vedo perché non debba succedere di nuovo.
Spero di esserci, di vederlo. Magari mi metteranno in mezzo a tutti gli altri stronzi, ma in cuor mio mi compiacerò e sorriderò contento mentre appiccheranno il fuoco al vecchio mondo merdoso – quello che oggi vediamo costruirsi di giorno in giorno.

2.

Straordinariamente interessante e pertinente mi sembra questo intervento di Bifo (che per una volta riesce a piacermi: incredibile), che si può leggere per intero qui (il grassetto è mio):

«La principale novità culturale della rete negli ultimi anni, in termini di massa è la partecipazione ai siti cosiddetti di social networking. Myspace.com è un territorio abitato da centosedici milioni di persone per lo più giovanissime, ma nel mondo ci sono altri ambienti simili come migente, facebook, con numeri elevatissimi di popolazione. In cosa consiste il social networking?
I ragazzini che escono da scuola invece di andare al bar a giocare a biliardino o di trovarsi nel parco per pomiciare corrono a casa per connettersi e mantenersi in contatto non-contatto.
Altro che social network, in realtà si tratta di una pratica che cancella la socializzazione, o piuttosto (io credo) si tratta di una pratica che risponde al bisogno di desocializzazione. Il contatto, la presenza, la vicinanza diventano sempre meno sopportabili per la generazione che ha imparato più parole da una macchina che dalla mamma, per bambini che non hanno frequentato bambini, e sono cresciuti attaccati a un mediatore di socialità.

Nel gennaio 2007 gli studenti e le studentesse del liceo bolognese Minghetti hanno occupato per qualche giorno la loro scuola. Interessanti le motivazioni che sono venute fuori. In una indagine svolta prima e durante l’occupazione stessa una larghissima maggioranza di studentesse (molto meno ragazzi) hanno denunciato l’ansia e lo stress, e il panico. La causa più immediata che hanno indicato le ragazze intervistate è il carico di lavoro scolastico, il sentimento di essere sovrastate dai ritmi che la scuola impone loro.
Sta diventando adulta una generazione che fin dalla prima infanzia è stata sottoposta a un flusso ininterrotto di stimoli informativi, molti dei quali hanno un carattere di sollecitazione competitiva. Un vero e proprio assedio dell’attenzione da parte del sistema mediatico. La pubblicità lavora sulla percezione di sé, sull’identità in competizione. La televisione e i media virtuali mobilitano costantemente il sistema nervoso sottraendo spazio per la socializzazione, per lo scambio affettivo, per la corporeità. Linguaggio e affettività sono scissi in maniera patogena.
Fino a un paio di decenni fa la sindrome del panico era praticamente sconosciuta. La parola panico aveva un significato indefinito, romantico, aveva a che fare con il sentimento di essere sopraffatti dall’immensità della natura. Ma negli ultimi anni il termine è entrato a far parte del lessico psicopatologico, perché un numero crescente di giovanissimi e di lavoratori (soprattutto quelli che lavorano nei settori in cui si impiega tecnologia informatica) denunciano alcuni fra i sintomi che possono definire una crisi di panico: palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia, sudorazione, tremori fini o a grandi scosse, sensazione di soffocamento e di asfissia, dolore al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggere o di svenimento, derealizzazione, paura di perdere il controllo o di impazzire, sensazioni di torpore o di formicolio.
Gli psichiatri non sono in grado di indicare le cause di questo fenomeno, probabilmente perché sfugge al loro campo. Il panico si può definire come una reazione dell’organismo posto in condizioni di sovraccarico informativo. L’organismo riceve troppe informazioni per poterle elaborare affettivamente, e per poter costruire strategie di comportamento razionale.
Per completare il quadro patologico occorre ricordare che un numero crescente di bambini e di ragazzi nella prima adolescenza soffrono di quella sindrome che gli psichiatri americani hanno definito Attention deficit disorder: una incapacità di concentrare l’attenzione su un oggetto mentale per un tempo superiore ai pochi secondi. Non è forse del tutto comprensibile, se teniamo conto del fatto che l’ambiente cognitivo nel quale queste persone sono cresciute è un flusso psicostimolante che sposta continuamente l’oggetto dell’attenzione, come accade nelle pratiche del multitask o dello zapping?
Non è forse del tutto comprensibile, visto che l’ambiente di formazione videoelettronico tende a scindere l’esperienza cognitiva e linguistica dal contatto corporeo e dalla socialità affettuosa?
Nel loro libro L’epoca delle passioni tristi, Benasayag e Schmit giungono alla conclusione che la percezione stessa del futuro è divenuta fonte di panico e di depressione:
“La tradizione della psichiatria fenomenologica descrive la depressione come un’esperienza di vita in cui uno sente di non avere più tempo, di avere il tempo contato e di non avere più spazio fino al punto che sentendosi braccato incorre in un autentico stallo esistenziale. Il tempo scorre a gran velocità e non c’è posto in cui scappare: la persona depressa ritrova dappertutto il già noto. Non esiste luogo o rifugio che le consenta di sfuggire alla trappola della depressione. Ora, questa descrizione della depressione si attaglia perfettamente alla vita quotidiana di decine di milioni i persone che non si considerano affatto depresse, ma vivono in un mondo in cui sembra che il tempo acceleri perché l’economia le minaccia, la competizione non permette di prendere tempo. E simultaneamente lo spazio si riduce: tutti i posti del mondo tendono ad assomigliarsi”.
Mi pare che proprio questo sia il problema posto dalle studentesse del liceo Minghetti.»

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6 risposte a

  1. Cordless ha detto:

    E’ estremamente interessante questo articolo. Ed è una chiave per leggere questa disaffezione alle emozioni, questa primo tentativo, pare quasi riuscito, di “emancipazione dalla condizione umana” . Prima di internet lavorano a pieno ritmo i giochi elettronici nei piccolini, le chat, i blog per i ragazzini tredicenni. E’ davvero complesso il discorso, non si sa come uscirne, perché proibire non serve a nulla, limitarne l’uso non so se sia sufficiente. E spesso l’amore, l’affetto non basta.

  2. pistorius ha detto:

    Lavorando nei licei, a contatto con gli adolescenti, confermo tutto.
    Aggiungo che so che per i nuovi nati cioè i bambini di oggi e di ieri, le ultime 2 forse 3 generazioni (generazioni: prima 10-15 anni, ora 5 anni), si parla già di una nuova crescita ultraveloce, come se già da piccoli si esprimano come adulti e trattano con gli adulti da pari.
    Con tutti i pro e i contro.
    Sta succedendo un cambiamento biologico nella specie. Mi scuso se ora non ricordo i riferimenti per dare dei link.
    Anche questo, quando ho letto, mi è sembrato del tutto appropriato a spiegare il comportamento delle mie nipotine, che lascia spesso sbalorditi.
    Lorenz

  3. razgul ha detto:

    Questa cosa della crescita superveloce mi interessa molto, Lorenzo, non è che sapresti darmi qualche indicazione più precisa (che so? siti o pubblicazioni…)

    Anche questa cosa del cambiamento biologico della specie: se non ricordo male, tu di formazione sei un biologo o qualcosa del genere, giusto? Sapresti spiegarmi meglio cosa intendi? Mi interessa moltissimo e vorrei poter approfondire il discorso.

    Se non è indiscreto, in che senso il comportamento delle tue nipotine ti lascia sbalordito?

  4. Afrore ha detto:

    Interessante, l’articolo che riporti: coglie nel segno, penso.
    Da appartenente alla generazione di cui si parla (e avendo personalmente sperimentato panico, vuoto, accenni di disturbo alimentare, ossessioni compulsive e – vabbé – dubbi esistenziali) mi verrebbe da aggiungere che l’esplosione di rabbia che auspichi nei confronti del mondo temo non ci sarà troppo presto, perché c’è davvero scarsissima consapevolezza sul fatto stesso che questi siano problemi, e che dipendano da qualcosa di esogeno rispetto al singolo sofferente. Se i futuri genitori avranno vissuto queste cose e ne saranno usciti per il semplice fatto che sono cresciuti e hanno altro a cui pensare, difficilmente riusciranno a mettere su una strada diversa i propri figli.
    Un altro fattore importante, secondo me, è che la religione e le ideologie fanno ormai poca presa, ogni sistema precostituito mostra il fianco dopo poco di fronte al nichilismo qualunquista del senso comune: e dunque, per resistere al risucchio del buco nero che il mondo da affrontare costituisce, ci si costruiscono sistemi di convinzioni fondati sulle scemenze più aberranti (pensa ad esempio ai siti Pro Ana e Pro Mia…).

    Poi ci sarebbe sicuramente tanto altro da dire, perché il problema è ovviamente complesso… spero che tornerai ad occuparti dell’argomento: leggo il tuo blog ogni tanto, a conguaglio, ma è sempre un’esperienza meritevole. :)

  5. razgul ha detto:

    Quello che dici sulle ideologie e sul nichilismo qualunquista del senso comune è verissimo. Hai colto benissimo un punto nevralgico.

    Anche secondo me la questione è enorme e ci sarebbe molto da dire. Ci sto meditando da tempo, e se quest’estate riesco a strappare un brandello di tempo libero alla montagna di lavoro che mi aspetta, vorrei scrivere qualcosa di più lungo e articolato.

    … I sistemi di valori basati sulle “scemenze più aberranti”, il bisogno frustrato di disciplina che ti porta a seguire le bandiere più improbabili o più sconce, il senso di vuoto che ti predispone ad accettare qualsiasi microculto, anche il più inverosimile, tutta l’invereconda paccottiglia ideologica da tardo impero della disperazione… Madonna se c’è da lavorarci sopra…

  6. anonimo ha detto:

    appena posso ti spiego meglio qui o in privato, e ti do i riferimenti, sono ancora in vacanza.
    cmq si, sono un biologo, infatti insegno scienze naturali nei licei.
    un abbraccio
    lorenz

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