Increase Your Authority

«The best way to increase your Technorati Authority is to write things that are interesting to other bloggers so they’ll link to you» si può leggere nella pagina delle FAQ di Technorati.

In fondo è la stessa morale assunta a regola d’arte da una marea di giornalisti / registi / politici / scrittori / funzionari editoriali:

The best way to increase your Authority is to show / tell / write things that are interesting to people.

Tuttavia se glielo dici s’incazzano di brutto. Chissà, forse hanno la coda di paglia.

È incredibile, per esempio, come s’incendino subito certi aspiranti Kulturträger.
Eppure non è illegale vendere paccottiglia agli appassionati del genere. Voglio dire, non stiamo parlando di torturatori o sicari. Anche la paccottiglia può essere divertente e dunque assolvere a una funzione igienicamente o socialmente vantaggiosa.

(Da che mondo è mondo c’è chi intaglia il legno, chi fabbrica violini, chi costruisce cattedrali e chi lavora nel ramo assicurativo o nel recupero crediti. Ma gli assicuratori di solito non cercano di beatificare il loro lavoro di merda investendolo di presunte profondità artistiche &  ideologiche: al massimo ti dicono che serve anche quello.)

Non c’è nulla di male, dunque, nell’ammettere che si scrive / pubblica ciò che piace al pubblico e come piace al pubblico. La produzione industriale della letteratura d’intrattenimento, perfettamente rispondente alle dinamiche di mercato (importanza della funzione pubblicitaria, semplificazione semantica, unidimensionalità e laccatura delle superfici, fruibilità, cortocircuito tra domanda-offerta e creazione studiata dei bisogni indotti…), non ha in sé nulla di diabolico. Se appena si ha un briciolo di onestà, tuttavia, bisogna pur ammettere che, se nel migliore dei casi distrae, appassiona e nello stesso tempo può esprimere un’attitudine dignitosissimamente didattica (“delectare, docere, movere”), nel peggiore dei casi tale produzione partecipa dell’azione di livellamento estetico, culturale e spirituale della collettività e in ciò è funzionale al Potere.

Invece no, non va bene. Se dici così sei un reazionario, un rottame di un’epoca ormai superata, il patetico portatore di una visione “alta” e classista della letteratura come oggetto raffinato ed elitario. Classico metodo stalinista di distorsione della realtà: la verità è che non rinunci ad attribuire alla parola un potere demiurgico, fondativo, nonché la possibilità di incidere sulla vita e di farsi stella rovente e coagulo di materia dell’universo.

A sentir loro, si scrive ciò che piace al pubblico e come piace al pubblico (la sublime minchiata della cosiddetta “lingua di servizio”, per esempio, concetto kitsch in quanto spudorato tentativo di nobilitazione) solo in apparenza, in realtà con intento nobilmente pedagogico: mutuando cliché e modelli della cultura pop(olare), cioè facilmente fruibili e quindi in grado di raggiungere ed essere compresi dal lettore di massa, costruiamo un Cavallo di Troia con cui espugnare la cittadella dell’immaginario collettivo e cambiare quest’ultimo in senso magnifico e progressivo.
Be’, finora, mi pare, i troiani stanno facendo scempio dell’accampamento acheo.

*

Ci sono oggi in Italia grosso modo due tendenze reattive e di riapertura dei giochi contro il gravame dell’ideologia postmoderna applicata alle lettere.

La prima assume come campo d’azione l’esistente, dichiara che si possono (si devono) utilizzare i materiali attualmente in uso nella gran massa del corpo collettivo ("scrivere romanzi ispirandosi al Grande Fratello") ma stravolgendoli e piegandoli machiavellicamente a vantaggio della propria missione educativa etico-estetica; per queste ragioni, necessariamente tale tendenza presenta un’attenzione quasi esclusiva al contenuto (il contenuto diventa la narrazione), impiega una lingua piana (che, come si è detto, diventa a volte, con atto di rinominazione estremamente kitsch, "lingua di servizio") e tende ad assumere via via come impalcatura i modelli preesistenti di narrativa (quelli che vengono solitamente definiti “generi”) che in un determinato momento vanno per la maggiore – giallo, noir, sci-fi, romanzo storico ecc. – onde garantirsi la maggior diffusione possibile; il paradosso di questa tendenza sta nel suo apparente maggior engagement militante, cui fa da controcanto un atteggiamento rinunciatario, curiosamente poco coraggioso e per molti versi perfino simile a un certo riformismo politicamente moderatissimo (bisogna agire con quello che si ha, non ci si può / deve inventare niente, bisogna parlare la lingua del popolo…).

La seconda, cui con molta umiltà mi sento idealmente di aderire (in quanto amante della letteratura prima ancora che come aspirante scrittore), rifiuta di circoscrivere il proprio campo d’azione all’esistente e preferisce situarsi nell’insieme spazialmente  infinito dell’invenzione. Tale tendenza vede nell’adozione di questo o quel modello (“genere”) una modalità di scelta “a tavolino” che svigorisce il potere rigenerante della letteratura. La letteratura, cioè, dev’essere sempre un azzardo, un rischio, un salto nel buio, e in essa non deve esserci posto per le operazioni ideologiche. Questa visione si basa sulla convinzione fondamentale che sia ancora possibile usare la parola in modo creativo (nel senso della creazione), e che la letteratura possa ancora configurarsi come un atto fecondativo. Ne discende un’attenzione particolare per la lingua (anche se io preferisco usare il concetto di “voce”), che nei giudizi dei detrattori diventa sintomo di “stilismo” e “manierismo”: obiezione delle più stupide, dal momento che forma e contenuto sono da sempre fusi insieme in un sinolo che non è mai scomponibile.

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