Oggi il giorno più lungo dell’anno, luce fino a sera inoltrata, è anche per cose come questa che amo il mese di giugno.
Tra tante mostruosità, squallide figure e notizie agghiaccianti, per una volta qualcosa di buono: checché ne dica il camerata ministro larussa, il TAR ha sospeso i lavori di raddoppio della base militare statunitense a Vicenza. Con sentenza esecutiva: tiè.

*

Ah, poi sono corroso dall’invidia.

I critici e persino gli stessi Pink Floyd hanno sempre sputato su “Atom Heart Mother”, invece io l’ho sempre adorata (la suite più del disco, anche se quell’adorabile mucca ne fa la più bella copertina di album mai apparsa, più ancora di Sgt. Pepper o del primo dei Velvet Underground). Che ci posso fare? Eppure non ho mai amato particolarmente il prog, le sue derive sinfoniche, i suoi eccessi pacchiani e certe sue sbrodolate autocompiaciute da crepuscolo degli idoli pre-77.

Pomposa, pretenziosa? No, morriconiana, al limite. Poi ha:
a) una bellissima parte solista iniziale di violino;
b) subito dopo un bell’assolo di chitarra slide effettata, anzi due assoli che si intrecciano (“assolo” non deve far pensare alle puttanate kitsch dell’heavy metal);
c) una parte corale davvero suggestiva.

Infine, se è vero che il Sommo Maestro Stanley Kubrick l’avrebbe voluta usare come colonna sonora di Arancia meccanica (perché i Pink Floyd gli abbiano detto no resta per me uno dei massimi misteri dell’universo), questo taglia la testa al toro. La suite è geniale, punto e basta.

Tra l’altro è uno di quei pezzi che, anche dopo anni di ripetuti ascolti, non mi ha ancora mai stufato. Il che non vale per tutti i dischi dei Floyd: per dire, i celeberrimi e celebrati The Dark Side Of The Moon e Wish You Were Here – tanto di cappello, per carità – mi hanno fondamentalmente scassato le palle. Anzi mi spingo a dire che contengono alcuni dei punti musicalmente più bassi mai toccati dal gruppo (che, si sappia, per me è morto nell’83). “Money” e “Wish You Were Here”, tanto per dirne due: due canzoncine graziose ma abbondantemente stucchevoli, non certo i due pezzi immortali che si vorrebbe far credere.
Ma io sono un floydiano sui generis e ho sempre amato in modo particolare i loro dischi del periodo psichedelico.
Nel corso degli anni ho scoperto alcuni bootleg registrati dal vivo molto ma molto più interessanti e riusciti dei loro album in studio.
In rete, pastrugnando un po’, si trovano delle perle decisamente preziose.
Se a qualcuno interessa:

1) la leggendaria versione di “Interstellar Overdrive” con Frank Zappa alla chitarra, al Festival di Amougies (25 ottobre 1969); qualità sonora scarsina ma documento eccezionale, soprattutto per chi come me ama le contraddizioni e quindi adora sia i PF che FZ.
 
2) Bowl De Luna: doppio registrato  a Los Angeles il 22 settembre 1972. I PF in stato di grazia e una qualità sonora decisamente buona, salvo qualche trascurabile disturbo qua e là.
Il primo cd è costituito dall’esecuzione integrale di The Dark Side Of The Moon: molto interessante perché all’epoca il disco era ancora in lavorazione, perciò le versioni qui immortalate sono in alcuni casi decisamente differenti da quelle definitive (e, secondo il modesto parere dello scrivente, superiori, almeno nel caso di “Us And Them”, che sul disco ufficiale è solo paccottiglia kitsch raffinata da pianobar, mentre qui dall’assenza di pianoforte e sax guadagna mille punti). Segue “One Of These Days”, in una eccellente esecuzione ‘rumoristica’.
Il secondo cd consta di quattro classici del periodo 68-72, tutti in versioni che non esito a definire strepitose: “Careful With That Axe, Eugene”, “Set The Controls For The Heart Of The Sun” e “A Saucerful Of Secrets” più riuscite (in particolare la seconda, davvero memorabile) di quelle contenute in Ummagumma, e un’ottima “Echoes”, più ruvida e meno leziosa della versione in studio.

3) Smoking Blues, la registrazione di un concerto tenuto al Festival Jazz di Montreux il 21 novembre 1970: il suono è paragonabile per qualità a quello di un disco ufficiale, la scaletta è a dir poco spettacolare: formalmente non appartiene alla discografia dei PF, ma forse, insieme a The Piper At The Gates Of Dawn, è il loro disco più bello. In effetti, pare che l’intenzione originaria fosse di farne un live ufficiale; idea accantonata, purtroppo, per colpa di una serie di sfighe tecniche puntualmente immortalate nella registrazione: Gilmour che scoppia a ridere durante i cantati, un rumore atroce a rovinare un’altrimenti superna “Cymbaline” ecc.
Però è giusto così: più genuino, meno leccato dei live ufficiali, dove gli errori vengono corretti e nascosti in fase di missaggio. Suonare su un palco espone al rischio di sbagliare, di incappare in un guasto, in un cavo che si rompe, in un tecnico del suono deficiente: questa è la realtà, baby. Tutto il resto è laccatura.
Ma veniamo alla scaletta. Smoking Blues contiene nell’ordine:
a) la miglior esecuzione dal vivo di “Astronomy Domine”, capolavoro barrettiano e caposaldo della musica contemporanea del Novecento, nonché forse il pezzo più geniale della discografia dei PF. Un incipit folgorante, con il celebre crescendo ossessivo che esplode in un riff incendiario e poi si scioglie in una lunga acidissima improvvisazione, com’era nello stile dei PF di quegli anni, non ancora rincoglioniti dal successo commerciale a ancora capaci di reinventare ogni sera in modo diverso il proprio repertorio.
b)
Fat Old Sun: tredici minuti di delirio organistico. La canzone, in sé poco più che un grazioso sputino, qui si trasforma in una lunga ed emotivamente orgiastica improvvisazione per le tastiere di Richard Wright, più fegatoso e jazzistico del solito. Insomma, dimenticare la versione contenuta in Atom Heart Mother.
c) “Atom Heart Mother”: la suite eseguita in quartetto, senza coro né orchestra. Ne risulta una versione decisamente diversa da quella del disco omonimo, più breve (solo 18 minuti) scarna ma altrettanto suggestiva. Imperdibile per chi ne conosca la sola forma sinfonica. Io arrivo a dire che le due versioni sono complementari.
d) “Cymbaline”: una delle canzoni cui sono più affezionato. Semplice, malinconica, perfetta. Ne posseggo almeno una decina di versioni differenti. Questa – lunga quasi un quarto d’ora – contiene un assolo hendrixiano e ha un incedere morbidamente lisergico buono per drogarsi senza ricorrere ad additivi chimici. Peccato per il rumoraccio di cui sopra (che la devasta proprio sul finale).
e) “Embryo” in versione direi definitiva, forse addirittura di un soffio superiore a quella pur lodevole contenuta in Libest Spacement Monitor (altro bootleg da avere a tutti i costi ma assai meno raro, per essere stato messo in vendita nelle edicole all’inizio degli anni ’90 all’interno di una collana economica di classici cel rock).
Gli ultimi due pezzi (“Just Another Twelve Bar” e “More Blues”) sono due blues senza infamia e senza lode, che nulla tolgono e nulla aggiungono a un disco che non dovrebbe mancare nella fonoteca di ogni vero amante del rock.

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