Tempi durissimi, da qualsiasi parte ti giri vedi cose tali da stramazzare al suolo.
La bellezza, sì, la bellezza, ma il mondo ucciderà la bellezza.
Perciò sì, ti chiudi in casa e ascolti Mozart, o i Soft Machine, oppure leggi il tuo amato Erodoto, la tua amata Emily Dickinson, le lettere di Van Gogh. Ma tenere fuori dalla porta l’orrore non serve a cancellarlo. E mentre aspetti la slavina che ti stravolgerà la vita ti domandi cosa lascerai in eredità a quelli che verranno.
Solitudine, impotenza, rabbia, paura ti accompagnano ogni giorno, anche se le tieni a bada con l’esercizio delle incombenze quotidiane. Ormai sono parte integrante della vita. Come gli antichi batteri si sono trasformati in mitocondri, così la disperanza – che non è il repentino mutamento dell’anima che chiamiamo disperazione, ma uno stato dell’anima–  è diventata la costante simbiotica della tua esistenza.

Ai nostri figli lasciamo in eredità un mondo alla fine. L’Antropocene agli sgoccioli.
Dal piccolo (che non è mai veramente piccolo, se ci si avvicina con lo sguardo) al grande.
Un Paese di merda pieno di gente di merda che sta crescendo nuove generazioni di pirla cocainizzati (maschi psichicamente fragili ma violenti e dominati in ogni atto da un’attitudine “stupratoria”, femmine come oggetti sessuali consenzienti e sostanzialmente succubi del modello maschile, secondo l’ennesima declinazione della fallocrazia); il fascismo come Stimmung collettiva; un’ottusa ignoranza mista a cattiveria e livore; il terrore come malattia cronica endemica dello spirito, da curare con droghe e psicofarmaci; una sbalorditiva propensione all’obbedienza cieca e alla credulità. Pogrom. Guerre tra poveri.
E questo è nulla, rispetto alla tragedia planetaria che si sta compiendo nell’indifferenza pressoché assoluta degli Stati, delle organizzazioni internazionali, delle opinioni pubbliche.
Se parli della catastrofe climatica in arrivo, ti deridono e ti chiamano catastrofista (e sui giornali o alla tele non parlano dell’ultimo agghiacciante studio del Noaa sullo scioglimento del permafrost, tanto per fare un esempio recente).

Cosa resta? Cosa si può fare? Crescere i propri figli in maniera decente, questo è certo. Educarli a tenere la schiena dritta, insegnargli il coraggio, la pazienza, la fraternità, il rispetto, l’amore per la giustizia, la libertà e la conoscenza. Ma così cresceranno decenti e infelici, mosche bianche in un mondo sempre più invivibile, surriscaldato, anabolizzato, fascistizzato. Poveri, i nostri figli.
Cercare almeno, per alleviare in loro almeno in parte questo orrore, di dargli tutto l’amore di cui disponiamo.

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12 risposte a

  1. anonimo ha detto:

    scusami Sergio. capisco il tuo sfogo e sfido chiunque (anche i pirla cocainizzati) a vedere qualcosa di buono nelle mille schifezze che stanno succedendo.

    ma il sentimento della fine no, proprio non lo condivido. con tutto quello che ci siamo detti, poi, sulle apocalissi.

    chiaramente la tua percezione del mondo e` piu` consapevole della mia, la tua visione della politica piu` tridimensionale, quella della societa` ancora piu` incazzata. ma la diperazione (o la disperanza, per dirlo con parole tue) e` uno stato psicosociale che non ammetto.

    la paura della fine, oggi come sempre, e` uno strumento di comunicazione politico e cattivo.

    la coscienza marcia per l’eredita` che lasciamo alle generazioni future e`, a mio parere, un sentimento disgraziato teocon e molesto. mi sa tanto di quell’ambientalismo religioso che tanto fa presa nei discorsi, nei libri, nelle invettive di destra e di sinistra. semplicemente distruttivo, spompante, facile.

    a che porta? forse e` molto meglio (oltre che infinitamente piu` bello) cercare – come secondo me state facendo in una certa misura voialtri al primoamore – di costruire un pensiero alternativo a tutto questo: positivo, incazzato ma comunque innamorato.

    Laura

  2. razgul ha detto:

    Càpitano anche ai moreschiani duri e puri dei momenti di sconforto (-:

    Sul sentimento della fine: i segnali della decadenza ci sono tutti, i segni si moltiplicano. La mia non è una paura, è una constatazione (atterrita ma tutt’altro che rassegnata). E non parlo solo della putrefazione sociale (salvo in rari momenti storici, temo che sia più o meno lo status normale), della esuberante e pandemica Stimmung fascista che ci tocca subire qui in italia.
    Parlo anche di studi autorevoli sulla possibile accelerazione esponenziale della crisi climatica.

    Le cose finiscono, questo è indubbio. È l’attitudine rispetto alla fine, che fa la differenza: c’è chi preferisce non vedere, non sentire, non sapere; chi nega fino all’ultimo l’evidenza; chi si rassegna; chi resta paralizzato dalla paura; chi fa di quel crepuscolo una vezzosa postura estetizzante; chi decide con atto autoritario che non ci sarà più alcun inizio; chi infine, nel momento in cui tutto si chiude, cerca disperatamente di riaprire un varco. Io molto umilmente ho sempre cercato di aderire a quest’ultima categoria.

    Dico “disperatamente”, giacché da sempre ho chiaro in me questo principio leopardiano; come ho già scritto qui da qualche parte, per anni sotto il tutolo del mio blog ha campeggiato questa frase di Antonio: «Non aspettarsi niente, non sperare niente, ma non per questo scendere a patti. Mantenere un atteggiamento inarreso, insurrezionale».

    Nella mia semantica personale, dove posso permettermi di creare a mio uso neologismi più o meno cacofonici, la disperazione è un mutamento di stato, un collasso dell’anima che paralizza e lascia impotenti e abbattuti; subentra a un certo punto come esito finale di una crisi e porta con sé l’inazione.
    La “disperanza”, invece, come ho detto, è uno stato dell’anima, una costante; ma la sua presenza non impedisce l’“attitudine di combattimento”: in effetti, le due inclinazioni – la disperante e l’insurrezionale – sono inscindibili, fanno tutt’uno. Almeno, io sono fatto così.

    Se non c’è speranza, ça n’est pas une bonne raison pour ne pas continuer le combat.

    Credo che chiunque pensi al futuro dei propri figli – veri o ipotetici – si trovi oggi inevitabilmente a fare i conti con certe questioni angoscianti. Che sia il declino morale collettivo o la sempre più evidente rincorsa verso la catastrofe climatica (oltretutto mentre i cretini criminali parlano di ritorno al nucleare e riescono – per me inspiegabilmente – a convincere della bontà delle loro pericolose minchiate un sacco di gente apparentemente intelligente).
    Non penso che questo interrogarsi angosciato sia necessariamente un “sentimento disgraziato teocon e molesto”. Anche perché, tra tutti i miei difetti, mi sento di poter dire che non ho nulla di teocon.

    Per il resto, continuo come dici tu, con il mio piccolissimo contributo, a cercare di costruire un pensiero alternativo incazzato e amoroso.
    Ma a volte e difficile non vedersi in tutto questo come un bambino che vuol travasare il mare con un cucchiaio.

  3. Cordless ha detto:

    Io invece mi ci ritrovo completamente in quello che hai scritto. I brani che hai citato sotto, nel post precedente, sono pensieri saggi ma verità parziali, perchè in effetti, ognuno di noi è costretto a relazionarsi con l’esterno e la pace interiore, anche se la conquisti con fatica nel tuo orto, non è possibile mantenerla a lungo per ora. Che significa teocon?

  4. razgul ha detto:

    Teocratico & conservatore. Insomma, come Bush e il suo entourage, o come certa gentaglia di casa nostra: laici devoti e atei clericalreazionari (giuliano ferrara, per dirle uno).

  5. Cordless ha detto:

    Non capivo il significato di con. Certo che il concetto materializzato in Ferrara rende bene l’idea. Quante persone potrò insultare senza che se ne rendano conto. Tu sei un ignobile teocon, non vedo l’ora di dirlo a qualcuno.

  6. razgul ha detto:

    Naturalmente puoi intendere “con” alla francese (-:

  7. Cordless ha detto:

    é vero non ci avevo pensato! in francese il concetto ne esce rafforzato :)

  8. anonimo ha detto:

    forse ti deridono perché se fossi davvero preoccupato ti sbatteresti, diventeresti un attivista di qualche associazione indipendente, ne sapresti più che per sentito dire, ti inventeresti una carriera scientifica seria di contrasto diretto e così via. (La cosa vale per tutto il resto). In tal caso scopriresti magari la necessaria complessità dei problemi, che i fascisti e le bestie non sono sempre gli altri, parleresti di meno e faresti di più e soprattutto eviteresti di sparare minchiate su mozart in poltrona come se l’avessi scoperto tu e i tuoi amici e tutti quanti foste estenuate comparse di morte a venezia, che sono 50 anni che mahler lo mettono persino negli spot, per dire. Queste geremiadi da divano e pantofole fanno tanto oddio finirà per sporcarsi il mio balcone, fanno tanto intellettuale o sedicente tale disperato più per il bisogno di avere una causa su cui appoggiare il capo in una posa di sconforto che per l’oggetto di quella causa.

  9. razgul ha detto:

    Ti ringrazio per aver sparato una marea di minchiate senza conoscermi (il grazie è perché i miei tre lettori passando di qui e leggendoti ti daranno del coglione, che è quel che ti meriti).
    Purtroppo ti sei dimenticato/a di firmarti, anche con un nickname: la prassi tipica degli stalker e dei fabbricatori di lettere anonime. Davvero non vivi come un peso questa tua natura?

    Lungi da me il desiderio di raccontarti i cazzi miei, ma, giusto per chiarire:

    1) non ascolto Mahler, non l’ho mai ancora avvicinato; in questo periodo per la verità sono più orientato sul barocco; peraltro ho menzionato subito dopo i Soft Machine, il cui “Third” resta per me una pietra miliare della musica contemporanea;

    2) a modo mio ho fatto attività politica sul campo; tu, per caso, grazie a quella che deduco dalle tue parole essere un’esperienza di gran lunga più costruttiva della mia, sapresti indicarmi il nome e l’indirizzo di qualche “associazione indipendente” meritoria?

    Al resto del tuo vomitino non rispondo, dato che è soltanto una palese e maldestra provocazione. E pooi, se permetti, in questo periodo ho ben altri problemi che non star dietro agli psicopatici in pantofole da tastiera.

    Lascio il tuo testicolo qui, esposto al pubblico ludibrio. Ma solo per questa volta; dopodiché, ogni messaggio insultante ANONIMO verrà cancellato.

  10. Cordless ha detto:

    Il fatto che si lasci un insulto in anonimato si commenta da sé. Secondo me è tutta invidia.

  11. anonimo ha detto:

    grazie dell’approfondimento, Sergio, e della bellissima immagine finale (parlo del post#2 naturalmente ma perche’ no? anche del #4, del #6 e del #9…)
    per quanto riguarda invece gli ultimi sviluppi della discussione, mi fanno un po’ ridere: forse semplicemente perche’ conosco bene il tuo brutto ceffo (eheh!), che per fortuna non ha nuuulla di intellettuale in pantofole!
    a presto,
    Laura

  12. razgul ha detto:

    Grazie Cordless, grazie Laura.

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