Abbiamo bisogno dell'impensato

Eppure bisogna sforzarsi di conservare un atteggiamento amoroso verso gli altri.

Della sinistra che è morta il 14 aprile non avevamo più bisogno, non serviva più a niente. Meglio perdere tutto che vegetare in una lunghissima agonia. Il requiem per la sinistra novecentesca? Era ora che lo si suonasse. Adesso siamo allo zero. Abbiamo solo due possibilità: o restare morti o rinascere. Entrambe le possibilità dipendono da noi, e non da fattori esterni. Dal materiale umano, dallo spessore intellettuale e persino spirituale che sapremo mettere al lavoro o – al contrario – che ci mancherà.
Se si è chiusi in un vicolo cieco, il solo movimento possibile è in avanti.
Allora, se resteremo fermi con la schiena contro il muro o se ci getteremo in avanti con azzardo e disperato coraggio dipende soltanto da noi.
Il lavoro da fare è così lungo che forse noi non ne vedremo mai il risultato. A noi tocca riaprire la strada per quelli che verranno: siamo la generazione dei tempi senza speranza, e perciò non possiamo arrenderci. No hope no surrender. dobbiamo rigenerarla da soli, la speranza: dal nulla, con le nostre sole forze. È il nostro compito, il nostro dovere.

*

«Nel corso del tempo e della loro breve vita di specie gli uomini, nelle situazioni bloccate, hanno sempre cercato di creare movimento nello spazio e nel tempo quando le strutture umane tendevano a ossificarsi, anche attraverso invenzioni artistiche, di pensiero, di ingegneria e prefigurazione sociale. Ma tutto questo era sempre inscritto dentro un gioco che non poteva spostare in modo profondo la nostra situazione di specie. Non la sposterebbe tanto più oggi. Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura nuova, impensato, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti…» (leggi tutto).

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4 risposte a Abbiamo bisogno dell'impensato

  1. Cordless ha detto:

    Questo Moresco mi piace davvero molto, anche i suoi “appunti sull’idolatria di questa epoca” li ho trovati illuminanti. A chi sta fuori da ogni possibilità di incidere fattivamente sul reale non resta che leggere fino alla consunzione per conoscere contraddizioni materiali ma anche per trarne idee, speranza, apparenti follie rigeneranti per lo spirito e il corpo. Quel rito del colombo l’ho visto ripetere anche agli elefanti, in maniera più sofisticata. Ogni anno vanno in quello che è il loro ossario e si trattengono a lungo in questo luogo, sollevano le ossa candide dei loro amici, parenti, con estrema delicatezza. Queste immagine sono davvero emozionanti e ci richiamano ad un impegno che oggi sembra inconcepibile ma che è affare nostro. Ma quanta fatica…

  2. razgul ha detto:

    Sì, è così, “fatica” è la parola giusta.

  3. pistorius ha detto:

    Della sinistra che è morta il 14 aprile non avevamo più bisogno, non serviva più a niente.

  4. pistorius ha detto:

    Della sinistra che è morta il 14 aprile non avevamo più bisogno, non serviva più a niente.
    —Nel senso che si era troppo schiacciata sulle posizioni del governo Prodi?
    Sì è vero, aspettavano una seconda fase che non è mai arrivata.
    Prima il risanamento poi la giustizia sociale.
    C’è stato solo il primo. L’ha detto anche Bertinotti.
    E sui diritti civili non c’è stato nulla.
    Eccetera.
    Eppure perchè pare che il governo Prodi sia stato condizionato solo dai “ricatti della sinistra radicale”? Tanto che ci si dimentica che a farlo cadere sono stati DINI e MASTELA?
    Un eccesso di fedeltà, nei fatti, ripagato con una continua demonizzazione della sinistra da parte dei media (o forse è più veritiero l’inverso: fedeltà eccessiva a causa di… ) e della società civile, della cultura berloscuniana che è diventata la cultura italiana.
    E quindi: non avesse appoggiato Prodi o l’avesse fatto cadere, cambiava molto?
    Non penso.
    Forse non c’era scampo.

    Meglio perdere tutto che vegetare in una lunghissima agonia. Il requiem per la sinistra novecentesca? Era ora che lo si suonasse.
    —Quando si perde tutto, in politica, di solito ci si arrocca sulle posizioni tradizionali e si torna indietro.
    Non è per niente meglio.
    Non riesco proprio a veder il bicchiere mezzo pieno in questa situazione.

    Adesso siamo allo zero. Abbiamo solo due possibilità: o restare morti o rinascere. Entrambe le possibilità dipendono da noi, e non da fattori esterni.
    —Noi chi?
    Per me la possibilità di rinascita dipende invece in gran parte dalle condizioni esterne, economiche e politiche nazionali e internazionali, così come da queste è dipesa la sconfitta: l’americanizzazione della politica – non a caso metà dell’elettorato della sinistra ha votato Veltroni, anche per loro la sinistra non era più utile, ma solo nel senso che l’unica cosa utile era battere Berlusconi.

    Dal materiale umano, dallo spessore intellettuale e persino spirituale che sapremo mettere al lavoro o – al contrario – che ci mancherà.
    —Vorrei poter credere che dipenderà da questo…

    Se si è chiusi in un vicolo cieco, il solo movimento possibile è in avanti.
    —Non vedo perché. Come ho detto sopra per me è più facile che si torni indietro, e infatti ora già in molti vogliono la fine dell’arcobaleno e l’unione dei comunisti: niente postcomunismo colorato ma una nuova (vecchia) bandiera rossa.

    Allora, se resteremo fermi con la schiena contro il muro o se ci getteremo in avanti con azzardo e disperato coraggio dipende soltanto da noi.
    —La domanda viene: tu farai qualcosa, concretamente?

    Il lavoro da fare è così lungo che forse noi non ne vedremo mai il risultato.
    —Dipende a quale lavoro pensi. Se pensi a una sinistra popolare sì, se pensi a una nuova sinistra settaria riunita nel nome del comunismo, il rischio è che sia vicina.

    A noi tocca riaprire la strada per quelli che verranno: siamo la generazione dei tempi senza speranza, e perciò non possiamo arrenderci. No hope no surrender. dobbiamo rigenerarla da soli, la speranza: dal nulla, con le nostre sole forze. È il nostro compito, il nostro dovere.
    —Qui mi ricordi il No retreat baby no surrender, di Springsteen, anche se il no surrender springsteeniano è dovuto a un vow to defend, non tanto a una speranza accesa.
    Cmq sì, è nostro compito provarci.
    Ma provare a far che?
    Tu dici che si parte da zero (e che è un bene così), ma se parti da zero, andare avanti significa andare dove, in quale direzione?
    Lorenz

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