Memories come rushing

Piove forte e tra le linee di fuga sbilenche dei cornicioni, se sollevo la testa, si fanno strada altre città e altri cieli. Sono i relitti visivi e olfattivi delle patrie altre, quelle che ho conosciuto nel secolo passato, nell’era epiteliale che ha preceduto questa mia adultità faticosamente matura e che sopporto di malavoglia. La memoria me li restituisce a pezzi e in ordine sparso, Parigi Gare de Lyon una mattina presto di diciassette anni fa, era aprile anche allora, oppure Londra travagliata dagli scioperi nel settembre del ’94, sacchetti del Body Shop tramezzini e fuori dalla stazione di Victoria una lastra di piombo sulle teste dei palazzi di Belgrave Road –

o ancora Praga Strašnice U Novych Vil l’estate dopo la broncopolmonite, le strade lucide, lo scroscio delle pozzanghere al passaggio delle macchine, sarebbe potuto essere uno scorcio piovigginoso qualsiasi di Milano eppure guatavi fuori dalla finestra ed eri felice –

o i freddi pomeriggi grigi di Narvik dopo la maturità, un cazzo da fare, fumare, guardare documentari sui Doors a casa di M., portare in giro K. con l’ascesso e la febbre (“solo il caffellatte mi dà sollievo”), blaterare nel mio inglese inverosimile – sembrava il trattato di pace definitivo tra Romani e Germani che Tacito non aveva mai visto, “Dimentichiamo Teutoburgo” –

[“I write – ehm – poems…”
“So do I”
“And above all I want to be a beatnik”
“I can’t believe I’ve got a soul friend on the other side of Europe”
I lie in bed in Europe alone in old red under wear symbolic of desire of union with immortality…
“That’s Ginsberg… Do you know Allen Ginsberg?”
“I adore him, he’s my Bible”
“Come here and hug me”]

– una manciata di giorni sorridenti in un viaggio tutto sommato triste e pesante

o l’acquazzone che ci prendemmo un pomeriggio di fine luglio tra una salsiccia e l’altra alla Belorusskaja, e le avevo appena raccontato una favole per bambini che avevo in mente di scrivere in base alle mie idee su come dovesse essere una storia per bambini, e cioè piena di merda caccole puzze e tutte le cose schifose che piacciono ai bambini, e mi ricordo che passavo le giornate a guardare ammirato e invidioso le facce mezze mongole mezz’indoeuropee dei moscoviti nel Metrò. Lei masticava caffè solubile aspirandolo direttamente dalle bustine. Fumavamo come due ciminiere, almeno un pacchetto al giorno. Erano i tempi in cui nessuno avrebbe saputo dire dove stesse andando la Russia con le sue vecchiette accartocciate, le sue scarpe inverosimili, i negozi vuoti, la falce e il martello ancora ovunque, persino sui cappelli dei poliziotti sulle divise dei militari. Poi, tre mesi dopo, i carri armati contro il parlamento…

*

Dunque esco sotto la pioggia per vedermi con mio fratello in Statale. Lui ci va per via della tesi, io ci rimetto piede dopo anni. Tutto sembra congelato esattamente com’era quindici anni fa, è pazzesco, non un muro tirato su di fresco, non una ritinteggiatura, tutto esattamente e archeologicamente fedele al ricordo, l’atrio cosparso di segatura, i volantini rovesciati per terra davanti alla Cuem, il clima di smobilitazione del venerdì pomeriggio, persino le facce, cambiano solo i vestiti e i tagli di capelli ma è una differenza sottile, una variazione fisiologica soggetta a oscillazioni e ritorni. Provo a concentrarmi per un attimo, lavoro d’immaginazione e di autoincantamento, non è difficile, con mio grande stupore un attimo mi è sufficiente per schizzare elasticamente indietro attraverso la pasta sfoglia del tempo. Riaffiorano volti, timbri di voci, posture, movimenti di braccia e forme di gambe, parecchia gente con cui ho speso anche più di tre parole, a cui può essere addirittura successo che io abbia svelato qualche lembo di nudità interiore in un momento di fragilità, ma di cui in molti casi ho irrimediabilmente dimenticato i nomi.
Esco nel cortilone centrale, mi avvio fumando verso il dipartimento di filosofia – molto lentamente perché la cefalea mi spacca in due il bulbo oculare destro – e m’immagino che adesso loro, quegli altri di quindici anni fa, escano dalla piccola folla ammassata davanti alle macchinette del caffè e mi vengano incontro con sorrisi e molte storie da raccontare. Intanto continua a piovere e alla lunga questo esercizio di resurrezione dei morti mi fa sentire come se fossi incastrato tra un verso e l’altro della Terra Desolata. Perciò la smetto e sguscio di nuovo dentro il 2008.
Non ci si pensa mai non ci si sofferma mai a lungo, ma fa davvero impressione questa diaspora irreparabile che è la vita – e l’idea che le mareggiate del tempo rimescolino incessantemente ogni cosa, così che noi tutti siamo gettati qua e là, lontani e divisi, e gli uni per altri perduti per sempre.

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2 risposte a Memories come rushing

  1. militante ha detto:

    eh.. ci sono luoghi che attivano immediatamente flashback mentali che ci fanno ripiombare nel passato.. bel post raz..

  2. Cordless ha detto:

    Si davvero molto bello.

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