Bilanci provvisori (e altri appunti di queste settimane)

Pasqua viene dall’ebraico pesah, “passaggio”.

Un anno fa, quando ho riaperto questo blog dopo più di un anno di silenzio (e dopo essermi trattenuto più di una volta dal cancellarlo definitivamente), ho scritto con una metafora biblica che stavo attraversando il deserto, il mio deserto personale: “A un certo punto ho capito che dovevo attraversare il deserto, se volevo salvarmi e uscire dal deserto. Ora è tanto che cammino, la fine non si vede ancora.”

A un anno di distanza non è cambiato nulla ed è cambiato tutto.
La fine non si vede ancora, ma il bello è che non m’importa più.
Il mio deserto è inospitale e molte volte appare triste, battuto dal vento e dalle tempeste di sabbia.
Tuttavia io amo camminare, e non ho paura né dell’arsura né delle gelate: se ho caldo nelle ore di luce, lo compenserò con il freddo della notte.
Inoltre ho scoperto che il mio deserto è molto interessante in sé. Ci sono muraglie rosse di Montagne Fiammeggianti, città vegetali che si aprono all’improvviso nella roccia, Turfan personali in cui si mescolano facce orientali e indoeuropee, Saci, Uiguri, Seri, Turkmeni, Wusun – e si parlano ancora i dialetti tocari.

Tocario A, Cina occidentale, VI-VIII sec. d.C.:
ak, occhio
nas, noi
tu, tu
ñu, nuovo
ñom, nome
käm, venire
pe, piede
tek, toccare
tre, tre
okät, otto
ampi, ambo
luks-, illuminare
sale, sale
vak, voce
ytár, cammino, percorso (ovvero, alla latina, iter)
śu, su, sopra

Nel mio deserto gli incontri sono inconsueti. Quando capita, ci si siede attorno al fuoco, si condivide il pane, si beve tè bollente e ci si racconta l’un l’altro la propria storia.

“Compagno” viene dal basso latino companio, –onis, che è da cum-panis: “compagno” è colui con il quale si divide il pane.
Questo luogo di estrema solitudine è l’unico, oggi, in cui mi sia possibile fare esperienza della compagnia.
È la solitudine a dare un senso alla compagnia. Altrimenti è solo ressa. Calca di facce, sperpero di parole, svilimento di affetti.

Perciò, se anche girassi per sempre in questo “deserto da cui non si ritorna” senza mai uscirne, sarei comunque grato al mio destino.
Doveva essere un passaggio – pesah – verso una meta al di là delle sabbie, invece il viaggio coincide con la propria destinazione. La traversata è l’approdo.

Il deserto è anche il luogo in cui lo spirito ascetico diventa una necessità.
Sei costretto a liberarti della zavorra, a fare a meno di tutto il superfluo e a portare con te solo lo stretto indispensabile.
L’adipe emotiva dei bisogni dei desideri e dei bisogni indotti si assottiglia. Scompare.
Hai per forza di cose molto tempo da trascorrere in silenzio, senza che niente o nessuno intervenga a distrarti.
Hai due sole alternative: o ti ascolti o taci anche con te stesso.
Entrambe le cose sono importanti.

“Beati i poveri in spirito…” Ma essere poveri in spirito vuol dire che si è i più ricchi. Perché se ci si sgrava di tutta la paccottiglia inutile – cioè insalubre e pericolosa – si lascia libero il posto alle cose più preziose, e con quelle soltanto si viaggia.
Così la sottrazione accresce.
La rinuncia arricchisce.

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9 risposte a Bilanci provvisori (e altri appunti di queste settimane)

  1. Mezzocontralto ha detto:

    molto, estremamente, incredibilmente interessante..

  2. razgul ha detto:

    Se ti riferisci al tocario sono d’accordo (-:

    (Passerei le ore a rovistare tra le sue radici e a compararle con il latino o il paleoslavo…)

  3. Cordless ha detto:

    Questo uomo errante nella solitudine e nel deserto me ne fa pensare altri storici, è un grande privilegio vagare nel deserto e nel silenzio, far uscire fuori il meglio di sè “disfarsi dell’adipe emotiva dei bisogni e dei desideri indotti” frase bellissima che da sola raccoglie un corposo programma di rinnovamento. Ho sempre pensato che anarchia e primo cristianesimo si assomigliassero davvero tanto, ma entrambi presupponessero una integrità di animo e principi che gli uomini non possiedono se non a sprazzi. Forse il deserto e la solitudine di cui parli offrono buoni spunti per impratichirsi nell’arte. Ma entrambi sono merce rarissima.

  4. anonimo ha detto:

    Avere qualcuno con cui dividere il pane-senza spezzarlo.

    (buon viaggio, serge. Io sono ancora seduta ai piedi della sabbia)
    elos

  5. razgul ha detto:

    Un abbraccio forte, Elos. Ti penso spesso in questi giorni.

  6. razgul ha detto:

    La perfezione di sé è ovviamente una meta di per sé irraggiungibile, se non altro per via dell’imperfezione propria della natura umana; non la si può ragiungere, ma la si può realizzare nell’atto di tendere tendere incessantemente ad essa.
    Così che, si può dire, la ricerca della perfezione impossibile è il modo che abbiamo per ottenerla.

    La liberazione da ogni gravame attraverso la rinuncia e l’ascesi sono miraggi da sempre presenti in me, almeno in latenza. So che dicendo così mi espongo al ridicolo, eppure è vero, e credo che in questo abbia contato molto l’impatto che da bambino e da ragazzino ha avuto su di me la religione: non so se per propensione innata o se per qualche insondabile motivo esterno, il cattolicesimo in cui sono stato cresciuto ed educato si è ridisposto in me assumendo una sfumatura decisamente pauperista, direi proto-francescana. Tant’è vero che, già allora, le parti dei vangeli che istintivamente mi attraevano di più erano le sfuriate contro la ricchezza.
    Questa impostazione mi è rimasta anche in seguito: anche quando per manifesta mancanza di fede ho abbandonato la pratica religiosa, per me il passaggio alla professione (più o meno confusa e adolescenziale, beninteso) di idee comuniste o anarchiche è stato quasi automatico, inavvertito.

    Negli ultimi due-tre anni, dopo un periodo di dispersione emotiva e rigurgiti tardo-adolescenziali (che a trent’anni suonati fanno solo pena), il mio bisogno di rigenerarmi e liberarmi di tutta la zavorra del narcisismo, della mercificazione emotiva, della superficialità interiore si è fatto divorante. Allora ho deciso di sfruttare la mia attitudine a restare appartato, la mia capacità di vivere in solitudine (che ho introiettata dopo un lunghissimo travaglio) e una serie fortuita di eventi esterni che mi hanno permesso di staccarmi con meno rimpianti da tutto ciò che mi teneva legato a certe fatue abitudini sociali, per crearmi una specie di pazio interiore di modestissima “anacoresi”.

    In tutto questo, come ho già scritto, mi sono di grande aiuto i libri e la musica, due cose cui non rinuncerei mai, perché non si rinuncia all’essenziale.

    “Anacoresi” è un termine esagerato, purtroppo non me ne viene un altro. Per me vuol dire semplicemente sfrondare per salvare solo ciò che è veramente importante: nei rapporti umani, nelle cose con cui riempio la mia vita, nel parlare, nello scrivere e anche nel pensare, nel modo di comportarmi nei confronti di me stesso e degli altri.

    Ci tengo a precisare che non sono e non sto facendo nulla di particolare, difficile o “eroico”. Infatti del mio programma di rinnovamento riesco a realizzare sì e no il due percento. Non voglio spacciare un’immagine assurda di me, sarebbe solo l’ennesimo avatar fasullo. Ogni tanto qualche conoscenza butta l’occhio da quste parti e poi ridendo mi dice che a leggere quello che scrivo mi si direbbe un titano dell’ascesi dotato di una forza di volontà superomistica.
    La verità è che sono per temperamento una persona fortemente difettosa: per la precisione, i miei difetti morali sono la pigrizia, la mollezza, l’incostanza e la superficialità. Siccome sono quattro difetti che mi ripugnano, cerco di contrastarli per quel poco che posso.

  7. Cordless ha detto:

    Avere una vita precedente fatta anche di aspetti frivoli non è poi una gran pecca. Mi piaceva l’immagine piena del deserto, il significato profondo della solitudine, il tendere, seppure con fatica, all’integrità. Sui difetti non discuto, o meglio, ad uno non credo, quello della superficialità.

  8. razgul ha detto:

    @Cordless

    A volte in rete è difficile rendere toni e umori della voce.
    Rileggendo il mio ultimo commento mi viene il timore che possa venire inteso come una precisazione piccata o pignola, o peggio ancora una “auto-chiosa” ombelicale.
    Più semplicemente il tuo commento ha smosso in me pensieri e ricordi, così che ne è venuta fuori una specie di “appendice” al mio post.

    Le tue parole sono sempre molto acute e stimolanti, in effetti.

  9. Cordless ha detto:

    Davvero? il mio lato frivolo ringrazia e le mie arrugginite sinapsi anche perchè devono costantemente riattivarsi nel tentativo di impossessarsi di parole, eventi, letterati di cui ignoravano l’esistenza (-:

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