Amo atrocemente due donne

Amo atrocemente due donne.

Murasaki è un ramo fiorito di glicine e una sferza che ti sbrega la pelle dell’anima.
Di lei non so niente, non si sa quasi niente. Per riuscire a scorgerla dietro le cortine del tempo e dello spazio bisogna lavorare d’immaginazione, diventare dei segugi sovrumani e scrutare con pazienza da mosaicista tra le sue parole, sotto le sue parole, dentro le sue parole.
Murasaki è piccola, bellissima, con polsi sottili e occhi come perline. Ama indossare lunghi vestiti di seta colorata, verdi, rossi, azzurri. Ha iridi nere come l’ossidiana e capelli dello stesso identico colore: una cascata di capelli lunghissimi, lucenti. Impiega ore e ore, per lavarli e asciugarli. La pelle, anche, è bianchissima, segno sicuro di una bellezza superiore. E laddove fosse olivastra, la fa candida con polvere di riso. A volte si lascia catturare dalle mode, e allora si tinge i denti di nero per scontornare le labbra, perché sul suo viso restino solo loro, rosse come ciliegie intinte nel latte.
La sua bocca, dunque, è come la notte: le poche volte in cui si dischiude è una fessura nera, il negativo di una falce di luna. Ne scaturisce una voce delicata ma ferma. Ti bastano due parole per capire che quel ramoscello fragile è capace di trasformarsi in una quercia.
Murasaki Shikibu è vissuta mille anni fa, nel Giappone del periodo Heian, e della sua vita si conosce pochissimo, anche se di lei si è conservato il diario. Persino il suo nome è in realtà uno pseudonimo. Murasaki è l’autrice del primo e più grande romanzo nella storia dell’umanità, il Genji Monogatari. Nelle sue pagine c’è già tutto: Shakespeare, Proust, due millenni di rovelli filosofici sul tormento e l’assurdo della vita.

Emily è un fiore selvaggio, vive nascosta e si muove senza rumore di stanza in stanza, esile come un osso di scricciolo, la pelle diafana e gli occhi come fondi di sherry nel bicchiere. A volte sembra la dea della fragilità, invece ha una forza portentosa. Il suo sguardo è capace di penetrare la roccia, la sua voce condensa l’aria e la solidifica con drammatici processi di coagulazione istantanea.
A volte infuria come una burrasca, a volte invece è il cielo terso di un giorno di brezza. Di lei non pensi mai “scialli o porcellane”, ma tumulti amorosi e amorosa quiete, fuoco e ghiaccio mischiati assieme come in una figurazione mitologica norrena impazzita.
Emily ha scritto le poesie più grandi e – nella mia dissennata teologia personale – siede finalmente appagata e conversa a lungo con l’antico scaldo cieco Omero e il profeta dei secoli oscuri Dante. Ma ogni volta, quando viene sera (non può esistere paradiso senza tramonti e crepuscoli, non ne varrebbe la pena), accanto a lei viene a sedersi un giovanotto molto timido, anch’egli esile come un osso di scricciolo. Emily si scosta un po’ per fargli posto, lo saluta apostrofandolo scherzosamente con il suo titolo nobiliare: “conte”. Si vede che è felice di incontrarlo. Il giovane arrossisce, la guarda con i suoi mitissimi occhi blu, sorride a sua volta. “Per servirla” mormora.
Emily Dickinson e Giacomo Leopardi si prendono per mano, in silenzio, mentre tutt’intorno a loro il cielo Empireo si accende di rosso e di viola.

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19 risposte a Amo atrocemente due donne

  1. Cordless ha detto:

    Non conosco la prima, ma dopo questa singolare recensione non posso far a meno di leggerla, per la seconda amore a prima vista.

  2. razgul ha detto:

    Ah, guarda, il romanzo di Murasaki Shikibu è un’esplosione atomica della letteratura. Necessita di concentrazione – il che del resto vale per ogni grande opera d’arte – ma la “fatica” è dolcissima e generosamente premiata.
    Tieni presente che in Italia il Genji Monogatari è uscito spezzato in due per due editori diversi in due traduzioni differenti: la prima parte è Einaudi (“Storia di Genji il principe splendente”), la seconda (a mio parere ancora più bella) è Bompiani (“La signora della barca – ­Il ponte dei sogni”).
    Nota dolente: le traduzioni italiane succitate sono state condotte sulla traduzione inglese (ma la lettura resta comunque meravigliosa). Da anni è in corso la traduzione integrale in italiano dall’originale in giapponese medioevale: ovviamente l’aspetto con ansia, ma non si capisce se riuscirà mai a vedere la luce, visto che in teoria doveva uscire un paio d’anni fa…

  3. Annina1987 ha detto:

    Il tuo punto di vista è pienamente rispettabile. Non dico che è tutto uno schifo per comodità, perchè voglio lavarmene le mani. Non è questo il punto. Quando ero più piccola non vedevo l’ora di avere diciotto anni per poter andare a votare, invidiavo coloro che potevano andarci e decidere da chi essere governati. Mi è stato detto di votare il meno peggio. Alle scorse elezioni ne sono stata capace. Pur di non mandare su Silvio ho votato dall’altra parte, ben sapendo che Prodi non aveva nulla di aderente con le mie idee. Ora questo meno peggio non riesco a vederlo. Vedo solo un covo di ipocrisia, una sorta di mercato nero nel quale le idee si barattano per soldi, seggi o che altro… Forse è necessario votare e tu hai perfettamente ragione e credimi mi sento male al pensiero che sarò “non responsabile” di quello che accadrà, ma il senso civico si basa anche su ciò che sentiamo e la mia coscienza mi dice che nessuno merita il mio voto. Ho sempre criticato quelli che non vanno a votare e critico in primis me stessa per questa scelta, dettata anche da motivi spazio-temporali, ma io non so veramente da che parte girarmi… Non è qualunquismo, è solo sdegno per una classe politica che ormai da anni non ci rappresenta più, che pensa solo a riempirsi le tasche dal grande buffet romano. Per quanto riguarda la parola compagno, non discuto il suo significato intrinseco, che è di per sè bellissimo, ma quello che gli si è attribuito in momenti successivi e qui mi fermo perchè la parentesi storica sarebbe infinita… Il nocciolo della questione è che sono pervasa da un senso di delusione senza precedenti. Ognuno poi reagisce come crede, io non giudico nessuno nè mi piace essere giudicata. Anzi ammiro coloro che andranno a votare nonostante ritengano che nessuno lo meriti. Mi piacerebbe avere la loro determinazione.

  4. anonimo ha detto:

    ascolto kany arkan e commmuovo.

    ta souer invisible

  5. pistorius ha detto:

    OT
    Mi scuso per il disturbo, ma qui forse lo leggi prima che in pvt
    TI DO IL LINK SU COME AVVIENE LA SELEZIONE DEGLI SCRITTORI ISRAELIANI INVITATI AI SALONI PARIGINI E TORINESI.
    http://209.85.129.104/search?q=cache:WPo7-8teKWwJ:www.misna.org/news.asp%3Fa%3D1%26IDLingua%3D2%26id%3D208916+salone+libro+oarigi+scrittori+israeliani&hl=it&ct=clnk&cd=3&gl=it

    Ancora convinto che chi boicotta le fieri boicotti la cultura o la letteratura?
    Potresti far passare questo articolo agli scrittori del primo amore.
    Lorenz

  6. razgul ha detto:

    Caro Lorenzo, continuo a ritenere una memorabile cazzata boicottare la fiera del libro, un gesto miope (per chi ha aderito alla proposta in buona fede), controproducente (per la causa palestinese) e vergognoso (per chi dovesse avervi aderito in malafede).
    Continuo a non capire perché mai, fra tutte le giuste battaglie che si portano avanti e si dovrebbero portare avanti, si sia scelto di colpire simbolicamente proprio la letteratura.
    Quanto alle dissennate logiche selettive del governo israeliano denunciate da Ziffer, e ammesso che le cose stiano proprio come sostiene (né ho motivo di dubitarne), bene farebbero gli scrittori israeliani a protestare e – al limite – a boicottare.

    Posso capire la posizione di Shabtai, come capisco del resto quella di Muin Masri (il quale, essendosi pacatamente espresso da palestinese contro il boicottaggio, viene dal fronte boicottaggio chissà perché ignorato o sbrigativamente liquidato: “ha scritto una cosina poco convincente” e tanti saluti). Potrei capire benissimo l’idea di boicottare il proprio inguardabile e criminale governo, se partisse dagli scrittori israeliani; posso persino capire umanamente che agli scrittori palestinesi ‘sta cosa faccia girare le palle (non a tutti, però). Non capisco per nulla, invece, perché mai questa becera iniziativa da parte itsaliana. Né accetto i suoi sottintesi, che da convinto sostenitore della causa palestinese quale sono, mi paiono inquietanti.
    En passant, mi chiedo perché certa gente, appartenente peraltro a un’area politica (sinistra radicale, diciamo così) alla quale sento di appartenere anch’io, mostra questa fegatosa propensione combattiva solo quanto ci sono di mezzo gli israeliani…

    Nota a margine: i cosiddetti “paesi arabi” si spazzano il culo con la tragedia dei palestinesi; non glien’è mai fregato un cazzo, li usano solo ed esclusivamente come materiale strumentale di propaganda. Temo addirittura che gli faccia comodo, evitare di risolvere la questione israelo-palestinese: altrimenti i loro Ministri della Propaganda come farebbero a guadagnarsi lo stipendio? Perciò, che facciano la voce grossa con la fiera di parigi o torino (fiera del LIBRO, oltretutto, non – che so? – delle armi o dell’industria) e invochino a loro volta il boicottaggio mi fa veramente solo cagare, e portarli a esempio per dimostrare la giustezza della posizione dei boicottatori mi pare un clamoroso autogoal.

    Ergo, andrò alla fiera, se mi garberà, e mi ostinerò a non sentirmi complice morale dell’inumano atto di violenza che da mesi si sta compiendo a Gaza, né tanto meno della nakba. Con buona pace di Vattimo e di Tariq Ramadan, due maestri di cui faccio volentieri a meno.

  7. pistorius ha detto:

    Caro Lorenzo, continuo a ritenere una memorabile cazzata boicottare la fiera del libro, un gesto miope (per chi ha aderito alla proposta in buona fede), controproducente (per la causa palestinese) e vergognoso (per chi dovesse avervi aderito in malafede).
    >> Shabtai e gli altri scrittori israeliani “dissenzienti” dicono esattamente l’opposto: che sostenere la scelta della Fiera significa sostenere la propaganda israeliana e quindi allontanare il momento della fine dell’occupazione militare della Cisgiordania.
    Controproducente per la causa palestinese non è non andare alla Fiera che celebra l’anniversario di Israele, è non essere stati invitati come ospiti al pari degli israeliani, come la Fiera ha scelto di fare anche dopo le proteste di chi, come l’orientalista Camera d’Afflitto, ha chiesto un doppio invito con pari dignità.

    Continuo a non capire perché mai, fra tutte le giuste battaglie che si portano avanti e si dovrebbero portare avanti, si sia scelto di colpire simbolicamente proprio la letteratura.
    >> Sai bene che il boicottaggio verso Israele o altri paesi che violino certi diritti umani o che compiano crimini contro l’umanità e occupazioni militari c’è per ogni cosa, non solo per la letteratura.
    Ma poi mi chiedo: chi è che boicotta la letteratura? Chi boicotta la Fiera o chi la fa passare attraverso i filtri delle ambasciate e dello stato, che selezionano chi è degno o meno di presenziare in base alla sua fedeltà alla ragione di stato?
    La letteratura serva del regime, è quella che vuoi? Non credo.
    Ma gli israeliani che vanno in Fiera a celebrare Israele sono da considerare come gli scrittori russi che erano fedeli al regime sovietico: non sono io a dirlo, è Shabtai e – se mi permetti – sono i fatti, se quanto detto da Ziffer è vero.

    Quanto alle dissennate logiche selettive del governo israeliano denunciate da Ziffer, e ammesso che le cose stiano proprio come sostiene (né ho motivo di dubitarne), bene farebbero gli scrittori israeliani a protestare e – al limite – a boicottare.
    Posso capire la posizione di Shabtai, come capisco del resto quella di Muin Masri (il quale, essendosi pacatamente espresso da palestinese contro il boicottaggio, viene dal fronte boicottaggio chissà perché ignorato o sbrigativamente liquidato: “ha scritto una cosina poco convincente” e tanti saluti). Potrei capire benissimo l’idea di boicottare il proprio inguardabile e criminale governo, se partisse dagli scrittori israeliani; posso persino capire umanamente che agli scrittori palestinesi ‘sta cosa faccia girare le palle (non a tutti, però). Non capisco per nulla, invece, perché mai questa becera iniziativa da parte itsaliana. Né accetto i suoi sottintesi, che da convinto sostenitore della causa palestinese quale sono, mi paiono inquietanti.
    En passant, mi chiedo perché certa gente, appartenente peraltro a un’area politica (sinistra radicale, diciamo così) alla quale sento di appartenere anch’io, mostra questa fegatosa propensione combattiva solo quanto ci sono di mezzo gli israeliani…
    >> Se uno condivide le opinioni di Shabtai non vedo come possa sostenere le scelte della Fiera! Peraltro sono Shabtai e Ziffer a chiedere a noi di boicottare!
    Delle due l’una: o si è contro le opinioni di Shabtai e si sostiene la Fiera, o si è a favore e, quindi, va da sè, il boicottaggio lo si considera e lo si pratica!
    Al massimo si chiede, come sto facendo per NI, che siano invitati con pari dignità e spazio gli scrittori dissenzienti e quelli organici al regime.
    Ma dopo aver letto questo link pare che la cosa sia impossibile a priori, grazie ai sistemi adottati dal governo di Israele.
    Peraltro sul blog di Georgiamada trovi l’ultima intervista di Shabtai, in cui dice, in soldoni, che non considera di sinistra chi critica il boicottaggio.
    E su Israele, di nuovo: o dai degli antisemiti a quelli di sinistra che si attivano contro Israele, o riconosci che Israele è un caso a sè stante per sua natura: dal come è nato a come agisce oggi nel silenzio di tutti nonostante i crimini contro l’umanità e le continue violazioni del diritto internazionale che compie: Perchè il mondo permette a Israele di fare quel che fa? E’ la domanda di Ilan Pappe: perché Israele in questo è un caso unico al mondo, e quindi provoca reazioni maggiori di quelle di altri paesi.

    Nota a margine: i cosiddetti “paesi arabi” si spazzano il culo con la tragedia dei palestinesi; non glien’è mai fregato un cazzo, li usano solo ed esclusivamente come materiale strumentale di propaganda. Temo addirittura che gli faccia comodo, evitare di risolvere la questione israelo-palestinese: altrimenti i loro Ministri della Propaganda come farebbero a guadagnarsi lo stipendio? Perciò, che facciano la voce grossa con la fiera di parigi o torino (fiera del LIBRO, oltretutto, non – che so? – delle armi o dell’industria) e invochino a loro volta il boicottaggio mi fa veramente solo cagare, e portarli a esempio per dimostrare la giustezza della posizione dei boicottatori mi pare un clamoroso autogoal.
    >> Nessuno difende i paesi arabi, è un’altra questione, quella. Non si può ogni volta ripetere che la situazione dei palestinesi oggi dipende da quel che hanno fatto anche loro: lo sappiamo tutti. Ma nessuno di loro, attualmente sta compiendo crimini contro l’umanità verso una popolazione di milioni di persone che occupa militarmente da 40 anni, come sta facendo Israele.
    Senza contare l’eco di guerra e scontri di civiltà che questo determina nel mondo intero a causa della situazione geopolitica ed economica che è in gioco.

    Ergo, andrò alla fiera, se mi garberà, e mi ostinerò a non sentirmi complice morale dell’inumano atto di violenza che da mesi si sta compiendo a Gaza, né tanto meno della nakba. Con buona pace di Vattimo e di Tariq Ramadan, due maestri di cui faccio volentieri a meno.
    >> Questi sono dettagli, qui non è in gioco il giudizio delle tue azioni.
    A me interessa capire come sia possibile essere intellettuali di sinistra e difendere le scelte della Fiera, dato che mi sembra una contraddizione in termini e, in generale, non parlo dei singoli, un segno della caduta libera dell’egemonia culturale della sinistra in Italia.
    Un vero segno di restaurazione.

  8. razgul ha detto:

    Non venire da me a parlare di restaurazione, che sono uscito da NI proprio su quella parola…

    Quanto all’egemonia culturale di certa sinistra – quella sì, davvero restaurativa – mi auguro di tutto cuore la sua caduta libera.

    Infine, ribadisco, la battaglia contro una fiera del libro non è mia né mai lo sarà.

    Io sono di sinistra, non mi ritengo un intellettuale, e non difendo le ragioni della fiera, bensì attacco le ragioni del boicottaggio, che in questo caso particolare mi sembrano (ripeto) miopi o in malafede.

  9. mata63 ha detto:

    Razgul, sei tornato!? Accidenti.. meno male che me ne sono accorta. Felice, ma che dico… entusiasta di rileggerti. Un bacio Mata/Aquila

  10. pistorius ha detto:

    Sergio, scusa ma non puoi proprio scrivere che tu non difendi le ragioni della Fiera: hai sottoscritto un appello di Montanari che dichiarava solidarietà “senza riserve” all’operato degli organizzatori della Fiera! Già dimenticato?

    E quell’appello andava ben oltre tutto questo: dichiarava una appartenenza, come se Israele fosse parte di noi e boicottandolo (o meglio boicottando solo certe sue espressioni, quelle consentite dalla ragion di stato e presenti in Fiera) si boicottasse se stessi ecc. Come se i palestinesi invece – i veri boicottati – fossero
    altro da noi…
    Ti ricordi i toni di quell’appello?
    Ma non voglio rivangare.

    Vedi, se il punto fosse solo che tu credi il boicottaggio controproducente per la causa palestinese, non ci sarebbe una grande differenza tra le nostre visioni: quella è una scelta tattica, non di principio.

    Ma l’atteggiamento tuo e degli scrittori del Primo amore, e di alcuni di NI, è di assoluto non rispetto verso le ragioni del boicottaggio e dei boicottatori, e quindi verso gli scrittori israeliani veramente critici del sionismo (e pertanto poco conosciuti qui da noi) che boicottano e che chiedono a noi di boicottare.
    Lo si vede anche dai toni che usi.
    Di fatto non state considerando quegli scrittori, le loro ragioni.
    E parliamo di scrittori le cui posizioni politiche sull’operato di Israele dovrebbero somigliare alle vostre, se siete di sinistra.

    E’ per questo che ho diffuso qui quel materiale su Ziffer, che mi sembra denunci una questione di una gravità inaudita, che dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque abbia a cuore la diffusione di una letteratura libera, non di regime.
    Per questo mi stupisce la tua indifferenza alla notizia, che ti prego di riconsiderare e diffondere.
    Qui trovi il link al sito originale.

    http://www.nonfiction.fr/article-781-polemique_sur_la_presence_disrael_au_salon_du_livre_un_entretien_exclusif_avec_benny_ziffer.htm

  11. razgul ha detto:

    Innanzitutto una precisazione: il Primo Amore non ha preso posizione in quanto tale, non siamo una setta e da noi le differenze convivono nel dialogo. All’appello abbiamo aderito a titolo personale io e alcuni altri membri.

    Due: sul pezzo di Ziffer ci sarebbero tante osservazioni da fare, fatta salva la buona fede dello stesso.
    Purtroppo non ho tempo, adesso, sono davvero occupato, e già per rispondere ai tuoi messaggi devo strappare dolorosi pezzi di tempo al lavoro che mi opprime (anche la domenica).

    “Non difendo le ragioni della fiera…” era un modo ellittico di dire che difendo la libertà e la propensione naturale al dissenso dei libri e della letteratura, non le eventuali logiche mercantil-politiche (che peratro non sono certo appannagio della sola fiera di torino).

    Il tono dell’appello di Raul ti è sembrato inaccettabile, ma hai letto bene quello da te pubblicato sul tuo blog?
    Io mi sarei vergognato a postare una cosa del genere: “…la realtà è un’altra ed è una, sola ed è inequivocabile: celebrare Israele con un conflitto in atto significa in quel conflitto prendere parte, prenderne parte addirittura”. O questa, non so se più ridicola o più ributtante: “Non ci sembra che ci siano stati altri inviti a popoli e stati che celebravano la propria indipendenza, non ci sembra che abbiate invitato i monaci birmani che tanto hanno stretto al cuore il mondo della cultura.”

    Ancora a proposito dei toni, scusa la franchezza, Lorenzo, ma davvero vale qui più che mai il detto evangelico della trave e della pagliuzza. O, se vuoi qualcosa di più laico, la stupefacente relatività di tuttecose: perché a me sembra il contrario.
    Da quando è scoppiata questa polemica, il fronte pro-boicottaggio ha manifestato toni da giacobini caricaturali e attaccato i firmatari dell’appello di Raul – inopinatamente divenuti criptoisraelofascisti – con argomentazioni degne di un inquisitore domenicano o stalinista. Ma a me il ricatto morale dell’ “o con noi o contro di noi” ha rotto i coglioni. Da qualunque parte venga.

    Tu ravvisi da parte mia/nostra un non rispetto delle tue/vostre idee: eppure, qui per esempio, ho solo manifestato il mio radicale dissenso. Ho detto che il boicottaggio mi sembra un’iniziativa miope, controproducente e in malafede per chi la promuovesse in malafede. Il che, a casa mia, non significa per forza infliggere una condanna morale alle persone che in buona fede vi hanno aderito.
    Né mi sognerei di considerare in blocco degli antisemiti, se è per caso questo che sottintendi: è un’accusa ripugnante che è stata rivolta anche a me e che mi ha ferito e ferisce molto. Detto questo, di manifestazioni di antisemitismo sinistroide negli ultimi anni ne ho viste più d’una, e con i miei occhi. Non posso far finta di non aver visto nulla.

    Mi sconcerta infine che ti sfugga la sostanziale differenza tra un a protesta di scrittori israeliani contro le logiche selettive della propria ambasciata e un boicottaggio lanciato da italiani contro la fiera, brandendo per di più i monaci birmani (che coi libri non c’entrano un cazzo) come manganelli.
    Manco si trattasse dell’EXA.

    Mi dici cosa c’entra, in tutta questa bile ideologica, la sofferenza dei palestinesi? Possibile che questo modus verbale e attivo ottuso e incattivito sia l’unica maniera di sentirsi partecipi dell’intifada o utili al popolo palestinese?

    Quanto a me, sento di non dover dimostrare a nessuno la mia “superdotazione genitale” ideologica e accetto senza problemi la possibilità di sbagliare.

    Se vuoi sapere come la penso di tutta la faccenda, sappi che sottoscrivo ogni parola e ogni virgola dell’intervento di Antonio Moresco:
    http://www.ilprimoamore.com/testo_791.html

  12. pistorius ha detto:

    Sergio, l’articolo di Moresco l’ho letto a suo tempo, e ovviamente non lo condivido, e lo considero miope (stavolta tocca a me!) e segno della decadenza (dato che restaurazione non va bene!) in atto nella cultura di sinistra italiana.
    Ma non vedo che c’entri quello né l’appello che io ho postato sul mio blog, scritto non da me, peraltro, e che cmq credo giusto nella frase “prendere parte” (non nella successiva): non si invitano né si celebrano stati in guerra, a maggior ragione se oppressori, sennò si prende la loro parte e di certo non si favorisce la pace.
    Cmq il punto non è questo. E’ che non fai altro che rispondermi con la bile che hai verso cose che hai visto o letto di cui io non sono responsabile e che peraltro non conosco neanche (l’antisemitismo di sinistra io non l’ho mai visto, mentre spesso me lo son sentito attribuire, da ebrei e non: e ho pensato e penso che loro fossero razzisti, lo penso della maggior parte di quelli che distribuiscono a piene mani titoli di antisemitismo).
    Un conto è la presenza di Israele alla Fiera, un’altra i toni di chi chiede il boicottaggio, che peraltro secondo me sono di gran lunga condivisibili, se si prende l’appello firmato da Vattimo e da Forti, degli ebrei contro l’occupazione, e da altri.
    Il punto è che mi spiace che non ti interessi nulla di quanto dichiarato da Ziffer su come siano selezionati gli israeliani che partecipano alla Fiera né di quello che dicono chi vi ha rinunciato e invita noi a boicottare (al di là che lo si faccia o meno).
    Mi spiace davvero e dato che non hai tempo né interesse a questa faccenda secondo me gravissima, che credevo invece potesse interessare te e tramite te gli scrittori del Primo amore, mi scuso per il disturbo e la smetto qui.
    Lorenz

  13. Cordless ha detto:

    Che significa? che vengono invitati solo gli scrittori che si allineano alle scelte politiche israeliane? Perchè se così fosse lo scenario cambierebbe e di molto.

  14. anonimo ha detto:

    Cordless: sì, significa quello.
    O per lo meno, quasi tutti quelli allineati.
    Come sai conviene invitare qualche non allineato, per sembrare più democratici.
    Soprattutto se sai che poi lui boicotterà l’invito, come hanno fatto tutti i non allineati.
    Lorenzo
    ps pare che l’intervista a Ziffer abbia avuto eco su La Repubblica del 15 marzo… e forse la vedremo presto online tradotta…

  15. razgul ha detto:

    Per amor di cronaca: la dichiarazione firmata con l’impegno a non parlare male delle politiche di Israele di cui parla Benny Ziffer si riferisce al Salon di livre di Parigi, NON alla Fiera di Torino, e coinvolgerebbe l’ambasciata israeliana a Parigi. Stiamo quindi parlando di fatti (presunti) avvenuti in Francia e che NULLA hanno a che fare con Torino.
    Uso il condizionale perché, sempre per amor di cronaca, l’esistenza di questa dichiarazione censoria preventiva (che se fosse vera sarebbe un episodio vergognoso, ma purtroppo del tutto consono al comportamento della destra israeliana che da otto anni funesta Israele e Palestina) è stata smentita sia dall’ambasciata israeliana a Parigi (sulla cui sincerità nutro fortissimi dubbi) sia da scrittori come Amos Oz (della cui sincerità non dubito minimamente).

    Riassumendo: si tratta di una faccenda vergognosa ma: a) ancora tutta da verificare; b) del tutto estranea alla fiera di Torino.

    Ma anche supponendo che l’ambasciata italiana faccia una cosa del genere con gli scrittori israeliani invitati a Torino, be’, casomai dovranno essere gli scrittori israeliani ad affrontare la questione con le proprie istituzioni.

    Peraltro, detto en passant, dichiarazione o non dichiarazione, non è che uno scrittore israeliano non possa uscire dal suo paese per andare a parlare dove cazzo gli pare di quel cazzo che gli pare. Se non ho capito male, si parla – ripeto, nel caso fosse vero il fatto denunciato da Ziffer – di viaggio, alloggio e sponsorizzazione spesate dal governo.
    Cioè, nella peggiore delle ipotesi, l’ambasciata israeliana a Parigi avrebbe fatto firmare agli scrittori che intende mandare a spese dello Stato una dichiarazione scritta in cui questi si impegnano a non criticare la politica israeliana, altrimenti niente sponsorizzazione, e se vogliono andare a Parigi ci vadano a proprie spese e a titolo personale (magari, se fortunati, invitati e spesati dal proprio editore francese…).

    O no?

  16. pistorius ha detto:

    Sergio, il pezzo in cui Ziffer parla di quel contratto comprende anche la Fiera torinese, questa è infatti la traduzione:
    “Benny Ziffer : Ci sono diverse problematiche. La prima è che il nostro governo , la nostra ambasciata, che hanno fatto la selezione, hanno scelto solo scrittori di lingua ebraica escludendo di fatto due terzi della scena israeliana: ora, questa conta un’enorme comunità tanto di lingua russa che di lingua araba. E’ dunque molto riduttivo. La seconda questione è la scelta arbitraria degli scrittori fatta dai burocrati dell’Ambasciata e che hanno escluso grandi figure come quella del nostro poeta nazionale Nathan Zach. Eppure scrive in ebraico! La terza questione è che lo Stato Israeliano considera che gli scrittori siano degli agenti di propaganda. A partire dal momento in cui l’amministrazione finanzia il biglietto aereo, stima che lo scrittore è lì per servire la causa israeliana ed esige ufficialmente questo “fare propaganda” in un contratto che tutti gli scrittori devono firmare. E’ quello che è successo con il Salon du Livre di Parigi e con la Fiera del Libro di Torino”

    Su http://www.nazioneindiana.com è stata pubblicata oggi la traduzione dell’intervista a Ziffer.

    Che poi quel che dice sia tutto da dimostare, è vero.
    Peraltro, sull’affidabilità di Oz, ti segnalo che in una intervista molto recente a Repubblica o al Corriere ha dichiarato che lui era contrario alla guerra al Libano: sarebbero bastate come risposta ai rapimenti sul confine delle rappresaglie militari.
    Peccato che nel 2006 scrisse una lettera pubblica riportata dal Corriere in cui sosteneva la guerra al Libano e cercava di convincere il movimento pacifista a fare altrettanto perchè non si trattava di guerra colonialistica, ma di autodifesa ecc.
    Poi scrisse anche l’appello con Yehoshua e Grossman per chiedere, mentre era in corso la catastrofe umanitaria in Libano, il cessate il fuoco bilaterale, ribadendo che la guerra era stata legittima e che gran parte degli obiettivi erano stati raggiunti.
    Se vuoi ti do i link.
    Che pensare dell’onestà intellettuale di quest’uomo?
    Ciò non toglie che magari lui non ha firmato nulla.

    Ma tornando alle Fiere, sottolineo che in Francia sono stati invitati Shabtai, Michael e Pappe, tra quelli critici del sionismo: tutt’e tre sono per il boicottaggio. (Nella lista degli invitati al salone di Parigi Shabtai e Pappe non figurano.)
    In italia non c’è ancora una lista ufficiale nel sito della Fiera (o io non la vedo) ma dalle interviste varie pare siano stati invitati sempre Pappe e Michael – non Shabtai che peraltro non è tradotto se non per qualche poesia in una antologia Einaudi.
    Insomma, sono gli stessi.
    Quando ci sarà la lista completa vedremo se ci saranno differenze tra gli invitati organici alle politiche di stato. Per ora i sette invitati a Torino che compaiono nel sito della Fiera, compaiono anche nei 39 di quello del salone parigino.
    Lorenz

  17. razgul ha detto:

    1) È vero, tecnicamente hai ragione. Ziffer cita (en passant e solo una volta) la Fiera di Torino. Per quanto, se devo essere incero, ho l’impressione del tutto intuitiva che Ziffer disponga di informazioni precise per quanto riguarda la fasccenda di Parigi, e che per simpatia, nella foga nel discorso, abbia esteso la sua denuncia anche alla fiera di Torino. Del resto, come si evince da tutta l’intervista, Ziffer ha in mente il Salone di Parigi e solo quello.
    Il che certo non esclude la possibilità – che del resto io stesso ho menzionata – che ANCHE l’ambasciata italiana cerchi di imporre una cosa del genere agli scrittori israeliani (ammesso ovviamente che quella francese l’abbia fatto veramente).

    Per il resto, mi sembra che le mie ragioni (chiamiamole “anti-boicottaggio”) escano addirittura rafforzate dalla lettura dell’intervista.
    Insomma, per esempio vengo a sapere da Ziffer che Amira Haas è andata al Salon du Livre:
    «Anche lei sarà al Salon du Livre, in un dibattito, ma in modo autonomo rispetto agli invitati ufficiali.»
    Bene: boicottare una manifestazione che, tra le altre cose, vede la presenza militante di Amira Haas lo trovo insensato e vergognoso, tanto più se si è solidali con le sofferenze dei palestinesi.

    *

    2) Il pezzo di intervista di Ziffer che mi citi è preceduto (e scaturisce) da questa domanda dell’intervistatore:
    «Perché aver lanciato questo appello al boicottaggio [del Salon du Livre parigino]?»
    I motivi della proposta di boicottaggio addotti da Ziffer sono dunque i seguenti:

    a. «Il nostro governo, la nostra ambasciata [in Francia], che hanno fatto la selezione, hanno scelto solo scrittori di lingua ebraica escludendo di fatto due terzi della scena israeliana: ora, questa conta un’enorme comunità tanto di lingua russa che di lingua araba»;

    b. «…la scelta arbitraria degli scrittori fatta dai burocrati dell’Ambasciata, che hanno escluso grandi figure come quella del nostro poeta nazionale Nathan Zach»;

    c. «Lo Stato Israeliano considera che gli scrittori siano degli agenti di propaganda. A partire dal momento in cui l’amministrazione finanzia il biglietto aereo, stima che lo scrittore è lì per servire la causa israeliana ed esige ufficialmente questo ‘fare propaganda’ in un contratto che tutti gli scrittori devono firmare.»

    Bene, Lorenzo, vediamo di analizzare i tre “fattori scatenanti” dell’appello al boicottaggio [contro il Salon du Livre di Parigi] lanciati da Ziffer:

    punti (a) e (b): capisco che per un israeliano queste siano questioni spinose, presumibilmente se fossi anch’io un blogger e aspirante scrittore israeliano con idee di sinistra sarei incazzato per questo arbitrio e questa miopia culturale del mio ministro della cultura e dell’ambasciata a Parigi del mio Paese; però sono anche un po’ beghe interne, alziu la mano la Nazione che non ha beghe dovute alla miopia culturale e alla malafede politica dei propri governi… Su questi due punti mi concederai che, a noi stranieri, credo che a noi stranieri non sia dato di mettere il becco più di tanto, parte un generico sentimento di disapprovazione;

    Punto (c): se un ministero della cultura e/o una sua ambasciata si comportano in maniera scorretta o addirittura riprovevole, soprattutto nel caso di eventi di spessore, portata e risonanza internazionale, è consuetudine anche da parte di opinioni pubbliche straniere manifestare la propria riprovazione attuando forme di protesta quali: l’invio di cartoline, e-mail, petizioni, raccolte firme ecc. il tutto, ovviamente, indirizzato al governo responsabile del misfatto e/o alla sua ambasciata.

    *

    Un altro paio di scambi di battute nell’intervista a Ziffer che mi sembrano interessanti:

    nonfiction.fr: «…Un autore potrebbe rifiutare di partecipare al padiglione ufficiale dello Stato d’Israele, però venire al Salon du Livre come invitato da uno dei numerosi altri stand o da un editore? Lei non potrebbe venire per esempio sullo stand del Centre national du livre, o delle edizioni Gallimard?»
    Benny Ziffer: «Sì, certamente. È quello che hanno fatto taluni autori, per lo scrittore palestinese di lingua ebraica Sayed Kashua, che non è nello stand ufficiale, ma sarà presente come invitato delle éditions de l’Olivier. Numerosi saggisti e giornalisti saranno ugualmente presenti ma non ufficialmente nel padiglione israeliano.»

  18. pistorius ha detto:

    Caro Sergio, mi fa piacere che siamo tornati entrambi a fare analisi senza lasciarci prendere la mano nel giudicare l’altrui posizione.
    1. Su Ziffer: è chiaro che lui parli più che altro del salone parigino, ma al di là del fatto che i riferimenti a Torino siano forse gratuiti, resta da vedere se la lista di autori invitata è la stessa o quasi: se è così (e finora sembra così, di certo lo è per quelli scartati o per i “dissidenti” invitati) inevitabile non fare differenze tra i due saloni e pensare che gli inviti siano frutto dello stesso agente di selezione.
    2. Sui tre motivi addotti per sostenere il boicottaggio: Ziffer si rivolge soprattutto ai suoi compatrioti, e in particolare agli scrittori israeliani, ecco perché i primi due motivi sono squisitamente letterari e interessano più loro che noi – anche se io mi sento di solidarizzare.
    Il terzo motivo è quello più pregnante e secondo me porta dritto a sostenere il boicottaggio, piuttosto che le altre forme di protesta che tu hai citato, che non
    farebbero scaturire a mio avviso nessun dibattito.
    Nelle forme di boicottaggio esiste anche quella “minore” di boicottare lo stand di Israele e di andare negli altri. Se degli israeliani vanno a discutere in altri stand della politica criminale di Israele mi pare una alternativa valida al boicottaggio totale. Ma credo anche che gli stessi non critichino chi boicotta tutto il salone e quindi anche il dibattito a cui partecipano.

    Cmq, da parte mia i motivi per cui condivido le ragioni del boicottaggio, pur sostenendo anche scelte alternative, non sono tanto quelli citati da Ziffer, che mi sembrano aggravanti. In sintesi restano questi:
    – non si invitano stati in guerra specie se aggressori e/o occupanti militarmente popolazioni che opprimono contro ogni legge del diritto internazionale.
    – a maggior ragione non lo si fa per celebrare il loro anniversario di nascita, specie se questo coincide con l’inizio della sottrazione della terra della popolazione che continuano a opprimere.
    Queste scelte sono politiche e di parte, e non favoriscono la pace.
    L’unica secondo me che lo possa fare è l’invito con pari dignità dei due soggetti in conflitto, con la volontà di contatto e confronto a 360 gradi.
    Alla scelta del boicottaggio organizzato, poi, secondo me dovrebbero seguire iniziative pubbliche di confronto che sono state rese impossibili alla Fiera.

    Ti riporto la lettera di rifiuto di Pappe e ti segnalo che presto su NI ci sarà un importante articolo sul dossier che è appena stato aperto.
    Perchè non apri una discussione anche qui sul tuo blog? E’ un peccato che queste nostre considerazioni restino nei commenti, no? ;-)
    A presto.

    Cari Amici,
    come certamente sapete, il Salone del libro di Parigi, quest’anno, è dedicato al sessantesimo anniversario di Israele. Supponevo, e speravo, che le manifestazioni organizzate dalla casa editrice “La Fabrique” non rientrassero tra le iniziative di questo Salone. Avevo torto, e mi ha rattristato apprendere che ne fanno parte integrante. La decisione di associare il Salone del libro, quest’anno, alla celebrazione dei sessanta anni d’indipendenza di Israele ha portato molti autori e artisti progressisti, palestinesi e più generalmente arabi, a ritirarsi, e boicottare questa manifestazione. È fondato supporre che le ultime aggressioni genocide di Israele contro la Striscia di Gaza possano soltanto indurre molti loro colleghi a fare la stessa cosa.
    In tali circostanze non posso, per quanto mi riguarda, partecipare a
    questo Salone, né da vicino, né da lontano.
    Suggerisco di decidere insieme una nuova data, lontana da quella del Salone del libro, per non essere associati alla celebrazione dell’indipendenza di Israele, come pure al suo totale rifiuto della Naqba palestinese.
    Tuttavia, se le edizioni “La Fabrique” e altri partecipanti non dovessero condividere questa posizione, mi ritirerò – personalmente – da queste celebrazioni.
    Cordiali saluti
    Ilan Pappe, 2 marzo 2008
    http://www.lafabrique.fr/chronique.php3?id_article=82

  19. razgul ha detto:

    Caro Lorenzo, anch’io sono contento che i toni si siano un po’ placati, almeno tra noi due.
    Per quanto riguarda la sostanza del nostro confronto, io continuo a restare della mia idea, e tutte le argomentazioni che adduci a supporto della tua tesi (il boicottaggio è giusto e doveroso) continuano testardamente a sembrarmi pretestuose,confuse, mal formulate e contraddittorie. Evidentemente, la stessa cosa, capovolta e speculare, accade a te nei confronti delle mie argomentazioni.
    Per farla breve, credo che – come spesso accade – questo tipo di discussione non serva minimamente a spostarci di un millimetro dalle nostre rispettive posizioni.
    Può essere interessante magari per chi, come terzo, dall’esterno, voglia farsi un’idea di cosa si pensa da una parte e dall’altra.

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