L’Antropocene agli sgoccioli

Alcune considerazioni sul filo dei pensieri, le butto giù in fretta e mi scuso per la lunghezza e la confusione. La forma è quella che è, non c’è ombra di belles lettres, che qui starebbero bene quanto un tutù a Ruini. D’altra parte, si sa, questo è un non-blog: poca arguzia, zero ironia, tempi-lumaca, post chilometrici.

L’Antropocene agli sgoccioli

Fino a poco tempo fa, il disastro climatico era praticamente bandito dal discorso collettivo; sui media cosiddetti mainstream non ce n’era quasi traccia, e quel poco che c’era veniva abilmente infrattato negli angoli meno visibili.
Poi l’emergenza si è fatta talmente palese che non è stato più possibile censurarla.
Così il discorso collettivo si è popolato di allarmi, appelli, conferenze, concerti, scomode verità, negazionismi ridicoli, rapporti scientifici, consigli di vita quotidiana (talvolta assurdi: “Come salvare il Pianeta riciclando le bustine del tè!” e via dicendo).
La coscienza collettiva ha preso atto che il problema esiste ed è enorme. Tuttavia, a parte il brivido di paura e orrore che ci coglie a volte leggendo certe notizie (e che ci fa immaginare i luttuosi scenari futuri cui stiamo condannando i nostri figli e nipoti), non si va molto al di là di un generico fatalismo. Come diceva un giorno una mia collega durante la pausa caffè: “Ormai è troppo tardi, siamo fottuti. Che ci possiamo fare? Io, per me, cosa vuoi, tanto muoio prima… Mi spiace solo per mia figlia.”.
Troppo comodo biascicare che la catastrofe è già accaduta.

Ieri, per inciso, Repubblica raccontava l’ennesima agghiacciante manifestazione dello “human-made climate change”. I deserti si stanno estendendo anche sott’acqua:
«Il blu è il colore del deserto, dove né alghe né pesci trovano cibo per nutrirsi, l’acqua è un brodo caldo e insipido e tutto ciò che è vita preferisce restare alla larga. Questo tipo di vuoto si trova sempre più spesso negli oceani, in aree che diventano più vaste con il progredire del riscaldamento climatico»,
lo fanno con una velocità imprevista: «Nessuno dei nostri calcoli aveva previsto un progresso così rapido. (…) Negli ultimi 9 anni i deserti si sono estesi con una rapidità 10 volte superiore al previsto»
e – ti pareva? – il Mediterraneo è particolarmente colpito: «l’estensione delle aree desertiche nel Tirreno e nell’Adriatico si aggira intorno al 20 per cento» laddove altrove la percentuale è “solo” del 15 per cento.

Nel blog/rivista di cui faccio parte, Il primo amore, abbiamo introdotto una categoria apposita, chiamata Emergenza di specie (anche se, forse, sarebbe stato ancora più giusto allargare la prospettiva e dire “emergenza planetaria”): chi volesse approfondire la questione dell’emergenza ambientale, ci può trovare vari materiali, non solo di carattere strettamente scientifico o divulgativo.

Le plat pays qui était le mien

Qualcuno ha seguito, anche distrattamente, il tenore dei discorsi che si fanno oggi trasversalmente agli schieramenti politici, per esempio intorno ai Treni ad Alta Velocità, al potenziamento delle reti stradali nel Norditalia – in Lombardia è una questione di enorme peso, in questi ultimi anni e in previsione del famigerato Expo 2015 – o in merito all’affaire Alitalia-Malpensa”? Qualcuno ha notato che tutti questi discorsi sono imperniati su/deteminati da un soggetto preciso, ovvero la circolazione delle merci?
Sembra che oggi la logistica sia il nuovo dio imperativo della modernità. Che sia fondamentale nientemeno che per la sopravvivenza della società civile. Quante volte ci siamo sentiti dire che la Tav sì, distruggerà una valle, Malpensa certo, segherà il Parco del Ticino, le autostrade e le superstrade d’accordo disintegrano il territorio, MA tutto ciò è fondamentale per lo sviluppo del Paese, per il benessere di tutti, per il PIL, per i conti pubblici, per la produttività, per il Fondo Monetario Internazionale, per l’UE, perché si creino nuovi posti di lavoro (precario, ma tant’è), perché bla bla ecc. ecc.
Sviluppo e Logistica: la coppia regale di dèi del nostro culto religioso liberista.

Il caso Malpensa è emblematico: il destino dell’aeroporto sembra essere diventato questione di vita o di morte per l’intero Norditalia. In effetti lo è, ma non nel senso in cui ce la raccontano le istituzioni: l’allargamento dello scalo, che oggi sembra messo in pericolo da un’eventuale acquisizione di Alitalia da parte di Air France (cosa che personalmente mi auguro di tutto cuore), tutto basato su proiezioni aleatorie di ipotetici futuri flussi commerciali – cioè sul nulla – finirebbe per infliggere al Parco del Ticino un colpo mortale, segandolo in due e interrompendo così uno degli ultimi corridoi biologici che collegano la dorsale appenninica alle Alpi e, più in grande, il Mediterraneo e il Nordafrica all’Europa settentrionale. Sto esagerando? Leggete qui.
Perciò, quando sento le facce di merda leghiste berciare contro Roma ladrona perché favorirebbe l’aeroporto di Fiumicino a danno di Malpensa e di tutto il Nord, infervorati come se quel cazzo di aeroporto rappresentasse tutta la salvezza della Lombardia, mi viene voglia di sputargli negli occhi: è così che difendono la loro terra, la mia terra? Facendo il tifo per la sua distruzione? Buzzurri ignoranti, che si fanno intortare da quattro nazistelli ipocriti col fazzolettino verde e il culo ben piantato sui banchi del parlamento di “Roma ladrona”.

[Piccola postilla personale: lungo il Ticino io sono cresciuto, è il mio fiume. Di più: il Ticino con i suoi boschi, le sue brume e le sue piatte campagne è il mio Heimat, la mia patria, la terra madre da cui traggo lo scampolo di identità che ancora mi preserva dal sentirmi completamente sradicato. Chi briga per la sua distruzione è mio nemico.
Da anni il leghismo stupra e smerda tutto ciò che di bello e fiero aveva la mia terra lombarda: hanno trasformato in un obbrobrio ideologico volgare e schifoso persino il mio amato dialetto, la lingua familiare della mia infanzia. Per questa gente infame non esiste maledizione adeguata.]

Chi prenderà il Palazzo d’Inverno

José Bové: “On ne peut pas défendre l’environnement sans remettre en cause l’ordre économique de la planète”.
Sembra ovvio, ma vai a dirlo ai nostri adoratori terminali dello sviluppo – e mi riferisco qui anche alla quasi totalità di ciò che con un imperscrutabile anacronismo linguistico chiamiamo ancora centrosinistra e sinistra (quanto ai Verdi italiani, intesi come partito, sono talmente inetti e inerti che a mio avviso non meritano nemmeno una  menzione). Un’area ideologica che ancora mostra di ignorare il problema, preferendogli di gran lunga le più remunerative attività di cementificazione del territorio, o che si fa scudo con eleganti ipocrisie e illusioni pietose (cui non crede più nessun altro) come la balla dello “sviluppo sostenibile”, tanto caro a veltroniani e liberalprogressisti perché suona concettualmente morbido come vaselina, o l’idea ormai improponibile del mantenimento (o manutenzione).

Rimettere in questione l’ordine economico del pianeta significa, detto brutalmente, farla finita con il neoliberismo. O – per usare una parola più rétro – con il capitalismo. Il che non è così semplice come continua sembrare a certuni (forse convinti che basti espugnare il Palazzo d’Inverno premurandosi stavolta di non portare con sé compagni georgiani coi baffi).
Per dirla in termini marxiani: se per “ordine economico” intendiamo l’insieme dei rapporti di produzione, cioè con la struttura economica della società, una rivoluzione dell’ordine economico sarebbe ovviamente una rivoluzione dell’intera vita, dal momento che i suoi processi sociali, politici e spirituali sono condizionati dai modi di produzione.
Dunque, scalzare dalle fondamenta il sistema vuole dire passare come una valanga su pressoché ogni aspetto della nostra vita. Significa smantellare le categorie di pensiero e azione che da secoli plasmano la nostra civiltà. Significa rimettere in discussione l’industria (vale il modo di produzione che negli ultimi secoli ha informato di sé la civiltà occidentale in maniera talmente profonda da finire per colonizzarne la struttura genetica), l’agricoltura, le strutture politiche e amministrative, persino i modi in cui attualmente la maggior parte delle comunità umane si organizzano: città, stati, sistemi di governo.
Non è un caso se persino le teorie alternative allo sviluppo neoliberista più articolate e dettagliate, vale a dire le “meno utopistiche”, quelle che cercano di ragionare in termini empirici e concreti – vedi per esempio la teoria della Decrescita formulata da Serge Latouche –, danno come assodata la necessità di una revisione delle strutture della vita collettiva di proporzioni per noi quasi inimmaginabili: fine della forma-metropoli e delle entità politiche nazionali e internazionali, fine del monetariato, instaurazione di reti di ecovillaggi e bioregioni nel contempo autosufficienti e interconnesse…

Stravolgere le nostre categorie di pensiero, la cattedrale dei nostri valori e della nostra prassi, il nostro immaginario, la nostra sostanza spirituale: farla finita con il capitalismo è un’impresa di fronte a cui anche le più ardite utopie sembrano facili come una lista della spesa. Al punto in cui siamo, data la progressione sempre più rapida verso la catastrofe climatica, la crescita demografica impazzita e la scelta suicidaria di molte società umane (un esempio in grande: la civiltà statunitense; un esempio in piccolo: quella italiana), temo che sarà piuttosto la natura, cui stiamo infliggendo con irresponsabile e ottusa cattiveria ferite atroci, a farla finita con il nostro ordine economico mondiale.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a L’Antropocene agli sgoccioli

  1. Cordless ha detto:

    Ci prendi per i fondelli con il discorso della confusione, della forma ecc. Io, che sono piuttosto ignorante, vengo qua per leggere qualcosa di sensato. E lo trovo sempre. L’immagine finale che hai dato della natura mi ha riportato indietro alla vecchia personificazione leopardiana. Anche se quella era una natura insensibile mentre la nostra sarebbe una natura con le tasche piene.
    Modificando una celebre frase, la natura ci salverà affossandoci.
    Speriamo di no.

  2. razgul ha detto:

    Già, speriamo di no.

  3. Pierfranco ha detto:

    Interessante.
    Mi ha fatto tornare in mente una cosa che ho scritto un annetto fa. Più o meno la visione del futuro è quella.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...