Ancora per Lorenzo

Mi scrivi:

E l’immigrazione è uno dei motivi per cui a mio parere la sinistra occidentale è in crisi: non sa dare risposte chiare, elude il problema limitandosi a dire, come dici anche tu: "cercare di offrire ai più poveri una vita dignitosa: stabilire in maniera chiara diritti e doveri (ma quando si parla di bambini esistono solo diritti), instaurare un rapporto di conoscenza reciproca con il tessuto sociale circostante, offrire un’opportunità di lavoro agli adulti e l’istruzione ai bambini."
Tutto giusto ma non basta.

Infatti. E visto che anche a me non piace parlare parlare e non far niente, ecco qui un esempio concreto: si tratta di una proposta pragmatica elaborata da gente di sinistra a partire da una situazione concreta ma con una valenza generale. Copio e incollo dal sito del Circolo Pasolini di Pavia: è la lettera aperta/proposta lanciata quest’anno dal Circolo Pasolini, dal ‘Settimanale Pavese’ e da alcuni amministratori e cittadini per risolvere quella che viene definita “emergenza umanitaria”: la presenza di una baraccopoli di duecento persone – rumeni rumeni e rumeni rom – in un’area industriale dismessa: bambini in mezzo ai topi, furti, prostituzione e crescente malcontento dei cittadini della zona. La lettera/proposta si intitola

No alla cultura dei campi, sì al progressivo inserimento
 
«Da molto tempo l’emergenza umanitaria all’ex Snia ha superato ogni limite di sopportazione sia per le persone che vivono lì sia per gli abitanti del quartiere, che insistentemente chiedono l’intervento delle istituzioni.
Dentro l’ex fabbrica abitano circa 230 persone (i minori sono più di 80) buona parte delle quali sono Rom. Vivono in capanne di carta, tra rifiuti anche biologici, senz’acqua, senza servizi igienici, tra i topi, sopra un terreno inquinato da sostanze tossiche. 74 bambini non hanno mai frequentato scuole e asili, e molti di loro a Pavia non sono mai stati vaccinati.
A tutto questo occorre rimediare subito, superando preconcette riserve antropologiche, dimostrando con i fatti che gli amministratori pubblici sanno governare i problemi e dar corso ai proclami di solidarietà, accoglienza, legalità, diritti e doveri. Sono parole che troviamo anche nel programma della Giunta di centrosinistra.
L’accoglienza ha i suoi limiti, che vanno stabiliti e resi noti. Ma alle più di 60 famiglie della Snia va data almeno una possibilità di uscire dal disagio e dall’illegalità, sottoscrivendo con loro un “patto di socialità e legalità” simile a quello già sperimentato con successo a Milano da don Virginio Colmegna, in accordo con il Comune, con la Provincia e con la Prefettura.
Il “Patto per la sicurezza” che il Governo ha pensato per alcune aree metropolitane potrebbe fornire un ulteriore punto di riferimento, ma la sua applicazione locale richiederebbe tempi molto lunghi, e qui l’intervento deve essere immediato. Il caldo estivo e le precarie condizioni igieniche aumenteranno il rischio di epidemie, tanto da rendere improrogabile uno screening sanitario, in particolare sui bambini.
Siamo contrari alla cultura dei campi e favorevoli al progressivo inserimento di queste famiglie nel tessuto sociale cittadino. L’avviamento al lavoro e la conseguente autonomia economica sono un obbiettivo da perseguire (la via d’accesso verso condizioni abitative meno precarie) e un veicolo di integrazione. L’emergenza sanitaria e i minori numerosi ci impongono scelte rapide, a partire dall’individuazione di un’area sulla quale allocare provvisoriamente le famiglie rumene, con l’intervento della Protezione civile.
 
1 – Allocazione provvisoria
I Rom rumeni sono sedentari da oltre sei secoli. Alcune famiglie potranno avere una provvisoria dimora negli alloggi comunali di prima accoglienza, che vanno censiti e che non devono essere confusi con le case popolari. Andrà individuata un’area, da requisire, sulla quale portare i 7 container parcheggiati presso l’Asm, a due passi dall’ex Snia, e altri da richiedere alla Prefettura e alla Protezione civile.
 
2 – Regole severe
In quest’area provvisoria potranno accedere le famiglie che accetteranno le regole severe sottoscritte con il “Patto di socialità e legalità”. In particolare: il rispetto dell’obbligo scolastico per i minori; un contributo, anche simbolico, alle spese per luce e acqua; il rispetto delle regole di convivenza civile: la rinuncia all’accattonaggio, ai furti e alla prostituzione. Per chi non lo rispettasse ci sarà l’allontanamento; per gli altri, l’inserimento nel mondo del lavoro e la possibilità di pagarsi un affitto a Pavia o altrove, evitando però l’acquartieramento monoetnico.
 
3 – Scuola
Tra i Rom e i rumeni venuti a Pavia il tasso di analfabetismo è estremamente elevato. Si dovranno prevedere percorsi scolastici e formativi diversificati per fasce d’età: l’inserimento in prima elementare per i bambini di 6 e 7 anni; un corso ‘popolare’ di avviamento alla scuola (sul modello di Barbiana, obbligatorio per chi ha più di 7 anni e meno di 16) da tenere in strutture pubbliche e gestito privatamente da volontari (lo si proponga ai più sensibili tra gli insegnanti in pensione); l’avviamento professionale per i ragazzi da 17 a 25-30 anni.
 
4 – Lavoro
Molti si offrono come manovali o muratori; ci sono due carpentieri e un saldatore professionale. Anche per gli adulti s’impongono corsi di riqualificazione e l’aiuto nella costituzione di una cooperativa di muratori, magari diretta da esperti locali. Alcune donne già svolgono lavori di pulizia domestica presso famiglie pavesi. La prospettiva di un lavoro in una cooperativa di pulizie sembra più che perseguibile. Alcuni di loro potrebbero essere assunti dalle imprese che operano o opereranno nell’ex Snia; altri potrebbero trovare lavoro nelle imprese agricole della bassa lombarda che tradizionalmente faticano a reperire la manodopera (tra loro ci sono agricoltori esperti e mungitori).
 
Contemporaneamente si dovrà provvedere alla recinzione e alla sorveglianza dell’area ex Snia, a spese dei proprietari, per evitare nuovi insediamenti. Anche l’area di allocazione provvisoria dovrà essere adeguatamente sorvegliata.
Nei prossimi anni, probabilmente assisteremo ad altre ondate migratorie: oggi sono i rumeni, domani potrebbero essere i profughi di qualche conflitto o gli sfollati da catastrofi sociali e ambientali. Chi studia questi fenomeni lo annuncia da molto tempo. È il caso di attrezzarsi, e pensare a un coordinamento almeno regionale che consenta a comuni province, regione e volontariato di “fare rete”. E impedire che a Pavia si ripeta una emergenza umanitaria come questa.»

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5 risposte a

  1. anonimo ha detto:

    Mi sembra un’ottima risposta questa. Nessun pietismo e soluzioni concrete, legate alla realtà locale.
    Vediamo come reagirà il Lorenz…

    Gabi

  2. pistorius ha detto:

    Anche a me sembra un’ottima proposta, non è che ci sia molto da dire, peraltro
    -don Colmegna lo conobbi quando ancora era un semplice prete diocesano, e mi pare che difficilmente alla Caritas potevano mettere uno migliore di lui.
    -non vedo perché mi fai dire che 230 rom accalcati in una zona industriale sono una emergenza democratica, non l’ho mai scritto, ho scritto che occorre porsi il problema della legalità, in democrazia, problema che per l’immigrazione, a livello nazionale, significa prevenire situazioni come queste e quindi
    -regolamentare in qualche modo l’entrata degli extracomunitari
    -prevedere un programma di integrazione, il cui successo è tutto poi da verificare e per via dei mezzi e della volontà di tutte le parti in gioco, rom compresi: che succede se non rispettano tutte le richieste fatte loro? Vengono allontanati, c’è scritto, e dove?
    Solo per dire che il problema immigrazione c’è, e che l’integrazione dipende anche dalla volontà di integrarsi del gruppo immigrato.
    Cmq è interessante conoscere queste proposte, e sarebbe più interessante sapere, se mai saranno realizzate, come vanno a finire.
    Lorenz

  3. razgul ha detto:

    Hai ragione, Lorenz, sono andato a rileggere il commento che mi avevi lasciato, non hai mai scritto che i rom sono un’emergenza democratica. Ho letto male, e ricordato male mentre scrivevo (peraltro in fretta). Ti chiedo scusa per la svista e correggo immediatamente il post.

    Quanto ai tuoi perché residui (“Che succede se non rispettano tutte le richieste fatte loro? Vengono allontanati, c’è scritto, e dove?”), be’, credo che non ci si debba far prendere così dall’ansia di prestazione! (-:
    I problemi sono grossi, è impensabile che io e te, nello spazio commenti di Splinder, si riesca a definire tutti i dettagli. Sono sicuro che le soluzioni giuste si possono trovare, ma ciò può avvenire solo in base ad alcune condizioni fondamentali:
    la disponibilità al dialogo delle istituzioni locali e degli immigrati; la volontà e la capacità di collaborazione, da parte delle istituzioni, con i soggetti non istituzionali che da tempo lavorano sul campo e conoscono meglio problemi e dinamiche; l’atteggiamento aperto e costruttivo della cittadinanza, la quale dovrebbe capire che soluzioni condivise e imperniate su una visione a lungo termine sono una manna in primis per i cittadini.

    Questo oggi non avviene – anzi, accade l’esatto contrario; e ti garantisco che nella classifica delle responsabilità, il primo posto va alle istituzioni, il secondo alla cittadinanza e solo il terzo agli immigrati. Che – anche se si evita accuratamente di dirlo – rappresentano il soggetto più debole della triade summenzionata.

    Siccome ho avuto e ho la fortuna di confrontarmi spesso con gente che da tempo si batte per una soluzione umana e democratica alla questione rom (mi riferisco al Circolo Pasolini), ti assicuro che le tutte mie parole e i miei ragionamenti di questi giorni non sono frutto di un generico e astratto pietismo sinistroide, ma si basano su dati e conoscenze reali.
    A Pavia, per restare all’esempio locale (ma esemplare) che conosco più nel dettaglio, le istituzioni locali hanno rifiutato ogni mediazione e optato per una linea oserei dire israeliana: ruspe ad abbattere le baracche, e i profughi fuori dai coglioni, oltreconfine. E i cittadini della provincia che si sono trovati tra i piedi ‘sti poveri disgraziati hanno reagito come peggio non si sarebbe potuto, con mattonate, assedi, gomme tagliate, slogan nazisti.
    Io dico che il comportamento malvagio delle istituzioni è ingiustificabile; che il comportamento xenofobo della popolazione autoctona va condannato ma, nonostante il disgusto istintivo che può suscitare, merita comunque di essere approfondito: cercare di parlare alla gente può sempre riservare sorprese.
    Quanto ai baraccati, questo te lo posso garantire, erano in larga maggioranza animati da buona volontà: vengono dalla miseria più nera, cercavano un lavoro onesto e una possibilità d’istruzione per i figli. Le istituzioni si sono rifiutate di iscrivergli i figli alle scuole. Tanto per dirle una.
    Questo per dire che sì, a volte per caso persino gli idealisti da tastiera possono azzeccarla e la realtà è come in De Amicis: i poveri sono buoni e nel giusto, i ricchi sono insensibili e crudeli.

  4. razgul ha detto:

    A parte questo, Lorenz, volevo ringraziarti per la disponibilità alla discussione, e scusarmi preventivamente se a volte nei toni sembro un po’ incazzoso e apodittico: non ce l’ho con te e ti assicuro che non sono affetto dalla SCNI (Sindrome del Commentatore di Nazione Indiana)… E’ che mi infervoro facilmente e allora, a volte, può sembrare – soprattutto in assenza della mia persona fisica (con le inflessioni della voce, il linguaggio del corpo e la mimica facciale) – che io ce l’abbia personalmente con l’interlocutore.

  5. pistorius ha detto:

    Grazie a te per l’attenzione, e sull’infervorarsi, so bene di essere spesso provocatorio e scomodo (sennò che gusto c’è?) quando commento post di persone radicalmente di sinistra (come me, peraltro, anche se con qualche differenza) e quindi mi aspetto un po’ di fervore nel rispondermi – fervore che a volte è ricambiato e che finora nei blogs, per la mia esperienza, raramente non è stato ben speso tra sinistrorsi non ideologici.
    Lorenz

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