Ritorni, non ritorni, perdite senza ritorno

Metà settembre e l’estate non ha voglia di levarsi di torno. A me starebbe anche bene, visto che l’autunno di solito non fa che peggiorare il mio umore già di suo abbondantemente malinconico. Sennonché, a quanto pare, il clima sta andando a ramengo e non c’è niente di cui rallegrarsi.

Sfruttando cinicamente a mio vantaggio gli effetti del riscaldamento globale, ieri l’altro finalmente mi sono regalato un pomeriggio a spasso in mezzo a’ campi nel mio borgo di merda natio che resta comunque il mio borgo natio, che mi piaccia o no. E l’aria era piena di puzze meravigliose, merda di vacca, fieno e acqua salmastra, l’odore delle estati della mia infanzia che qui a Milano non posso più snasare. Ho chiacchierato di cose molto serie e ho passeggiato lungo le conche del Naviglio. C’erano il cielo pulito, cani sull’altra sponda, rane e pannocchie. Niente macchine, niente facce di cazzo. Quiete e silenzio.

Mio fratello mi ha prestato per qualche minuto la sua bicicletta, e giuro che non sarei più sceso. l’ultima volta che ho messo il culo su un sellino sarà stato due anni fa, forse di più. A Milano proprio non mi riesce di usarla. Per un po’, dopo che mi ci ero trasferito, ho provato, ma al terzo incidente mortale evitato per grazia della madonna mi sono detto che non valeva la pena crepare spetasciato sul pavé di Porta Romana. Meglio morire sulle barricate (anche perché prima che i milanesi tornino a innalzarle faccio in tempo a diventare bicentenario). Eppure una volta vivevo praticamente in simbiosi con la bici, che spirasse la bora, facesse un freddo siberiano o un sole a mo’ di gigante rossa sciogliesse l’asfalto come un calippo alla cocacola. Avevo persino il passamontagna beige da venditore ambulante per quando la temperatura diventava veramente russa, anzi siberiana. Altri tempi, altro traffico, altro clima.

Bene, una volta diventato milanese ho detto ciao alla bici e alle puzze dell’estate, le ho rimosse dai miei pensieri e vivo tranquillo finché non mi ricapitano a tiro di naso o di culo. Allora cominciano a mancarmi.

Ci sono tante cose che giacciono sepolte da qualche parte lontano dalla coscienza, in verità la memoria non fa acqua ma è molto capiente e soprattutto ha parecchi angoli bui e infrattati.

***

Mio fratello va in vacanza adesso con gente che conoscevo ai tempi della mia adolescenza, laggiù in quel buco di fogna lombarda incastrato tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta – alè, riecco la sagra dei ricordi –, e di cui ho dimenticato le facce, le voci. Non mi ricordo più un cazzo, tante delle cose che facevo allora mi vengono ri-raccontate da testimoni oculari risorti all’improvviso dalle nebbie del ’90 (tanto per dire quanto si invecchia in fretta: il grunge era di là da venire, l’Urss esisteva ancora e per mettersi d’accordo con gli amici si usava il citofono).

Forse è così anche perché, poco dopo, ho rotto i ponti con tutto quello fino a quel momento aveva costituito il novanta per cento della mia vita quotidiana, a partire dalla compagnia e dal tran tran di birre chiacchiere e adolescentume sociale.

Forse, se non ci fosse stato quello strappo così totale e doloroso, si sarebbe creata una continuità di ricordi condivisi, un sedimento calcificato e resistente di esperienze mummificate in pose plastiche e riconoscibili. Ma non sarebbe potuta andare diversamente da come è andata. Le cose erano troppo cambiate, e troppo in fretta. Io mi ero trasformato in una cosa, gli altri in un’altra. Le direzioni divergevano e ogni sistema geometrico ha regole ferree che non si possono cambiare a piacimento. Se un vettore va a destra e l’altro a sinistra non ci sono cazzi che tengano.

Me mi sa che mi hanno rovinato i libri, tutta quella Beat Generation che leggevo allora – e mi pareva di non poter agognare a null’altro che non fosse una fratellanza intemerata, sfrenata, whitmaniana, gonfia da far schifo di alte aspirazioni, poesia ecc.

Insomma, una roba tipo Shelley e Byron, o Kerouac e Neal Cassady, o François Seurel e Augustin Meaulnes.

Ma, come diceva re Arthu(r), si sa che a diciassette anni non si può essere seri.

***

Chissà perché, invece, mi sono mi rimaste impresse tante immagini e situazioni di quell’altra estate, di molto assai precedente – quella trascorsa con la povera K., quando improvvisamente sono uscito dall’infanzia e plop! son diventato adò (come dicono i Franciosi).

E ci ho scritto anche una poesiola, qualche anno fa, neanche tanto brutta (ma qui non ce la metto, perché mi sono dato come regola igienica di non mettere poesie mie sul blog – la decenza e il pudore avant tout), fingendo che corresse allora l’anno di grazia 1788.

E ancora adesso se ci ripenso mi si accartoccia il comprendonio, perché non è possibile andarsene in quel modo, senza ritorno, a diciott’anni, soprattutto con gli occhi così verdi e tutta quella dolcezza. Solo un dio di merda può aver architettato una cosa tanto infame.

E sono passati quasi vent’anni e chissà mai se qualcuno se la ricorda, se ogni tanto qualcuno dei vecchi ragazzi stolti di allora pensa a lei, che aveva il costumino color malva, le gambe grosse e poteva ancora diventare qualsiasi cosa – una brava massaia, una disegnatrice professionista, un’anonima habituée della messa, un pollice verde, una buona madre, una punk amorevole – e ne aveva tutto il diritto. Che spreco, che ingiustizia.

Allora ogni tanto ci penso io, a pensare a lei e a tutto quel carico di dolcezza andato perduto.

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5 risposte a Ritorni, non ritorni, perdite senza ritorno

  1. anonimo ha detto:

    ot: bol’shoe spasibo moj dorogoj!

  2. garnant ha detto:

    Io niente strappo. Continuità, sedimenti, mummie, pose plastiche, tutto, mi hanno rovinato i film, in particolare il grande freddo.

  3. militante ha detto:

    ho rivisto i compagni dell’adolescenza ad una cena dopo vent’anni.. mi sono dovuto ubriacare per non scappare via.

  4. razgul ha detto:

    Erano brutti/abbrutiti, militante?

  5. pistorius ha detto:

    speriamo che i testi restino in italiano…
    lorenz

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