Lo scricchiolio delle cose

Un po’ di riflessione sullo stato delle cose.
Lorenzo, nel commento al post qui sotto, mi fa delle domande, fondamentalmente riassumibili nel “e che cazzo ci resta allora?”. A sinistra, s’intende.
Non lo so. Il discorso sarebbe lunghissimo e difficile, servirebbero pagine e pagine. Bisognerebbe innanzitutto capire di che sinistra si sta parlando, e se si possa parlare di una sinistra. Ma di sinistre ce ne sono tante, e molto diverse l’una dall’altra.

Chi mi conosce almeno un poco o ricorda le cose che ho scritto in questi anni qui e altrove, sa che i miei rapporti – e l’intensità dei miei rapporti – con la sinistra partitica (parlo ovviamente del minuscolo praticello italico) sono pari a quelli che potrebbero intercorrere tra  Bagnasco e la Beat Generation.
Il mio coinvolgimento, pratico ed emotivo, alle vicende della politica istituzionale italiana si è sempre limitato al minimo indispensabile. Ho votato Rifondazione senza il minimo trasporto e con il massimo di disillusione, solo ed esclusivamente per un principio di riduzione del danno.
Bertinotti è per me una figura aliena, non riesco nemmeno ad attribuirgli statuto d’esistenza. Non è il peggio che la politica italiana abbia espresso, ma è pur sempre l’espressione di una realtà lontanissima dalla mia sensibilità. Diciamo che ci sono nel suo partito persone che stimo (come Haidi Giuliani) e che non contano un benemerito cazzo.
Figuriamoci poi quanto può coinvolgermi il dibattito sul partito democratico.

La situazione, mi sussurra il mio genio cattivo, è brutta.
“Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente” diceva Mao. Buon per lui, che era un inguaribile ottimista. Da cui si deduce, en passant, che gli inguaribili ottimisti sono capaci di grandi danni.

C’è stato un breve periodo, tra il 2000 e il 2003, in cui ho – con somma ingenuità – creduto possibile che stesse nascendo un movimento nuovo, che si stesse formando dopo tanto riflusso un’onda potente. C’erano stati Seattle e Porto Alegre, che mi avevano aperto gli occhi e mi avevano guarito dal disincanto e dal disinteresse, convincendomi che una sinistra degna di questo nome poteva davvero esistere.
Praga, Goteborg.
Il G8 di Genova è stato il culmine. Non voglio parlare qui del disastro, delle violenze e dei lutti, ma dell’idea – di nuovo, sommamente ingenua – che anche la società italiana stesse partorendo un soggetto inedito, destinato a scompaginare definitivamente le categorie della politica. Era il ritorno alla mobilitazione, alla lotta democratica (nel senso originario della parola), la fine della delega in bianco ai partiti. Ho creduto stupidamente che nuove forme di organizzazione dal basso (mi riferisco per esempio ai defunti Social Forum) si sarebbero diffuse a macchia d’olio. Che niente più sarebbe stato come prima. Con i miei amici paragonavo le nuove pratiche di movimento alle prime camere del lavoro, alle prime forme di organizzazione sindacale, ai primi soviet (in russo “consigli”: i soviet originariamente furono assemblee popolari autogestite).
Ora che viviamo in una specie di riedizione virata in farse degli anni Novanta, menzionando fatti e cose che risalgono a non più di cinque anni fa mi sembra di parlare di dinosauri. Ma tant’è.

Era ovvio che, con l’11 settembre e la “guerra al terrorismo”, i giannizzeri dell’Impero avrebbero cercato di ricacciare in un angolo cieco ogni voce di dissenso: mi è sembrato da subito che questo pericolo estremo dovesse apparire chiaro e lampante a tutti i compagni. Ma che il movimento non solo si sarebbe lasciato mettere con le spalle al muro con tanta facilità, ma addirittura avrebbe masochisticamente scelto di suicidarsi manu propria – beh, questo non lo credevo possibile.
Invece è andata così.
Come dice Wu Ming 1, il movimento è morto soffocato sotto il peso dei suoi (quindi nostri) infantilismi: scazzi tra fazioni, ripicche, settarismi, coltellate alla schiena e chi più ne ha più ne metta.” (beh, in effetti un po’ mi irrita quel “noi”: io per esempio non credo di essermi comportato in maniera infantile: naif sì, magari, ma non infantile).

Dunque, come dicevo, i primi scricchiolii li ho sentiti – e il fatto incontrovertibile che io non sia una persona particolarmente acuta dimostra che si trattava di scricchiolii decisamente rumorosi – dopo l’attentato di New York. Li sentivo nelle reazioni e nei discorsi dei compagni, dei media di movimento: erano le loro argomentazioni, deboli, appiccicose, reticenti, moralmente ambigue. Il fatto che si cercasse in tutti i modi – ma ipocritamente, senza nemmeno il coraggio di ammetterlo – di ricollocare gli eventi nei propri schemi interpretativi (dove, per esempio. Gli yankees sono sempre cattivi e i terroristi meritano sempre almeno le attenuanti generiche, quando non sono stipendiati dalla CIA, il che ci riporta alla cattiveria degli yankees) non deponeva certo a favore della forza morale del movimento.

Poi c’è stato il Forum Sociale Europeo, a Firenze. Tutto bellissimo, ok, e infatti non aspettavo altro per dirmi “no, è stata la debolezza di un momento, ci siamo ancora, non siamo meno forti”.

Poi la guerra in Iraq: per dimensioni e ripercussioni globali l’evento bellico più catastrofico dalla fine della seconda guerra mondiale. Uno squarcio nella storia di cui pagheremo a lungo le conseguenze. Detto per inciso: quei maiali nostrani che da noi, sulle pagine grondanti buonsenso e realismo borghese dei giornali, nei loro editoriali, dall’“alto” del loro ruolo politico, amplificarono le menzogne del regime statunitense, cercarono di orientare l’opinione pubblica in senso guerrafondaio e fiancheggiarono il crimine mostruoso che è stato la guerra irachena  – quei maiali, dicevo, portano su di sé una parte di responsabilità, e se avessero un minimo di dignità umana si sarebbero già gettati in un pozzo con una macina da mulino al collo.
E le manifestazioni oceaniche, di cui ci si è scordati troppo presto e che rappresentano uno dei pochi motivi di consolazione e speranza, quando penso alla società in questi anni.

Ma milioni e milioni di persone non hanno fermato il disastro. C’era da aspettarselo.
I morti sono morti, e nessuna morte può essere redenta.

Non solo: in massimo spregio alla volontà manifestata da milioni di cittadini, il governo italiano (ma forse farei meglio a dire l’ENI) ha mandato i soldati italiani a partecipare alla bella impresa.
Uno sfregio e un insulto: è stato come se ci avessero sputato in faccia, come se berlusconi, fini martino ecc. ci avessero sputato in faccia. Non so se rendo.

Alla lunga, vedere che si è totalmente impotenti è stancante. Si finisce per cadere nello sconforto e in un’amara rassegnazione. Così è stato.
L’Iraq si è trasformato nella pietra tombale dell’America di Bush. Forse di tutto quanto l’Occidente.
L’avevamo detto, ma non è per niente consolante sapere che tutte le nostre predizioni da cassandre, puntualmente sbeffeggiate dai paladini dell’export democratico a suon di bombe, si sono avverate.

Infine – e torno al nostro minuscolo orticello – la campagna elettorale più lunga di sempre. L’ansia, la voglia, l’urgenza di cacciare il governo criptofascista hanno significato quasi due anni di totale “sospensione”. All’improvviso c’era solo quello: l’emergenza berlusconi. Ogni altra questione: accantonata. Questo ha significato la desertificazione.
Come si è potuto constatare, berlusconi può andare all’opposizione ma non si può cancellare il berlusconismo, se esso è o è entrato nel DNA della società italiana. Quand’è così, berlusconi vincerà sempre, vincerà comunque, anche se in apparenza perde.
Oggi, in apparenza, siamo tornati indietro di dieci anni. Quando il “discorso ufficiale” sulla politica e sulla società era un monstruum autoreferenziale tutto e completamente circoscritto alle mura del palazzo.
I flussi che percorrono la società ci sono, sono anche molti più forti rispetto a dieci anni fa, ma sono invisibili. Bisogna cacciare la testa sottoterra, per vederli. Alla faccia dell’era dell’informazione capillare.
Finché si sarà in pochi a cacciare la testa sottoterra, finché si sarà in pochi e invisibili a fluire sottoterra, il monolite di società merdosa che oggi domina continuerà a dominare.
Bisogna essere in tanti a scavare, se si vuol far crollare il Palazzo. E bisogna sapersi coordinare.

Torno dunque alla domanda iniziale. Che cazzo ci resta allora? Di cosa c’è bisogno?
Di qualcosa di assurdo, insperato, impensabile. Dell’impossibile. Di una rigenerazione.
Non uso a caso questa parola. Lo so, è il titolo e l’argomento del primo numero della rivista cui partecipo. Non lo faccio per vezzo o pubblicità, ma perché il discorso sulla rigenerazione è scaturito anche da riflessioni come questa mia.

Ma è tutto da fare, tutto da costruire. Bisogna ripartire da zero, in condizioni disperanti. Bisogna pensare l’impensato mentre si è con le spalle al muro, schiacciati da una realtà terribile. Tra rigurgiti di populismo fascista, un conformismo dilagante, una generale decadenza antropologica della società, una crescente voglia di sottomissione e di autoritarismo.
Il senso diffuso di terrore e di precarietà, la parcellizzazione della società post-industriale non aiutano di certo.

La “fine delle ideologie” fa ridere, visto che viviamo in un’epoca iper-ideologicizzata. Diciamo piuttosto che la fine ignominiosa dell’esperimento socialista novecentesco ha provocato a sinistra una triplice spaccatura. Una parte si è riadattata, senza bisogno di cambiare le proprie strutture, semplicemente riempiendole di un nuovo contenuto: la fede hegeliana nella teleologia marxista ha lasciato il posto alla fede altrettanto hegeliana nella teleologia neoliberista. Un’altra parte si è semplicemente rifiutata di prendere atto della realtà, e vive ancora di slogan veterocomunisti ammuffiti: quattro gatti grigi e patetici, capaci solo di fare un po’ di chiasso locale, qui nella provincia profonda dell’Impero, di scandalizzare per un giorno o due gli editorialisti del Corriere.
Una terza parte si rifiuta di seguire gli uni e gli altri. Ma da sola sembra incapace di partorire un’idea grande, nuova. Il primo bambino, si è visto, è nato debole ed è vissuto ben poco.

Bisogna lavorare su più piani, e si è in pochi, divisi e litigiosi. Il piano dell’immaginario non basta. Del resto, la sinistra così com’è ora, in tutte le sue declinazioni, è quasi senza esclusione priva di una visione forte, foss’anche solo culturale. Quando i maitres à penser della “sinistra culturale” ti dicono che bisogna agire pedagogicamente sull’immaginario collettivo usando come cavallo di troia non le forme della cultura popolare (e qui non mi dilungo, altrimenti si finirebbe per aprire un altro discorso infinito) bensì i peggiori prodotti strumentali dell’ideologia della merce autoritaria (“Bisogna ripartire dal Grande fratello, dall’Isola dei Famosi, da “carabinieri”…), a mio avviso vuol dire che si è arrivati alla frutta.
Bisogna ricreare un’etica forte, che non prescinda dalla coscienza del pericolo più grande che grava oggi sull’umanità: l’emergenza ambientale planetaria, ma che anzi ne faccia il proprio pilastro portante.

Un mio amico molto più impegnato di me un giorno mi ha detto che tanto più lungo è il riflusso quanto più grossa e violenta sarà l’ondata che segue.
Vedremo.

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4 risposte a Lo scricchiolio delle cose

  1. pistorius ha detto:

    Io dico che i movimenti, sia il SF che i girotondini, dovevano gettarsi in politica, “ricattando” i partiti su certi temi con la minaccia di farsi partito – movimento che si candida -.
    Questo avrebbe portato a divisioni, come sempre quando c’è di mezzo il potere, ma tant’è, come dici tu confermando il mio presentimento, il SF è finito (del tutto?) intanto.

    Cmq un grazie, un abbraccio.
    E per una nuova etica planetaria, internet sarà lo strumento principe, I guess.
    A questo proposito, noi scrivendo per i nostri 25 lettori ;-))) stiamo già agendo…
    Lorenz
    PS se ti va a giugno troviamoci per un aperitivo con amici letterarpoliticocazzeggiante… chissà mai che diamo inizio alla rivoluzione…

  2. sermau ha detto:

    ti ho letto con molto interesse.
    …sei uno dei pochi che conosce wu ming1, cioè quello che fa….
    per agire bosogna capire bene a che punto siamo, chiaramente e senza infingimenti.
    da questo punto di vista sono disponibile a capire che cosa dobbiamo fare.

  3. razgul ha detto:

    @Lorenz

    Mah, io invece non so più nemmeno cosa avremmo potuto o dovuto fare (ma guarda che tra SF e girotondi c’era una differenza abissale).
    Ma sai, proprio di risposte o idee precise non ne ho. E infatti il mio pezzo è (solo e soltanto) un tentativo sommario, frammentario e molto “a braccio” di ripensare – anzi – di cominciare a ripensare a quell’esperienza. Un tentativo che faccio per uscire dalla mia confusione.

    @Sermau

    Grazie per aver avuto la pazienza di leggermi.
    Ma non credo di essere “uno dei pochi” a conoscere ciò che fa WM…Direi che è piuttosto noto, ormai… (-:
    [oltretutto iultimamente mi fa quasi solo incazzare, pensa un po’]

    Quanto al punto in cui siamo, non posso che ripetere: con le spalle al muro e una voragine davanti.

  4. ArabianPhoenix ha detto:

    Per quanto mi riguarda confusione, molta confusione. Disincanto, sì. Ma per fortuna che mi incazzo ancora e a volte piango proprio. Sarebbe davvero grave se non mi incazzassi e non piangessi più.

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