1.

 

Mezzogiorno e mezzo, nebbia fitta. Il signor Scaglia guarda fuori dalla finestra, ma non vede praticamente un cazzo. La stalla, per esempio: sa che è proprio lì di fronte, dov’è sempre stata. Ma ora è come se non esistesse più niente. La moglie lo chiama: “Angelo, vegn chì che l’è pront”. Il signor Scaglia si siede a tavola, versa il vino, squarcia il pane con le dita callose. Si mangia un po’ prima, oggi, perché deve andare alla stazione. È tentato di portare con sé il figlio più grande – l’ha già fatto altre volte, al ragazzo piace andare a Milano, si diverte come un matto… figurarsi adesso, sotto natale. Però no – il signor Scaglia scuote la testa. No, oggi no. Troppa nebbia, e poi deve fare di corsa, una sosta in banca per le contrattazioni e poi magari trovare qualche regalino non troppo caro. No, oggi no, sarà per la prossima volta.

Il figlio ci resta male, non esce nemmeno sull’aia quando il padre inforca la motoretta e scompare nel vapore lasciandosi dietro la sagoma grigiastra della cascina.

Il signor Scaglia guida con più attenzione del solito, ché non si vede veramente un cazzo, gli tocca seguire con l’occhio destro il ciglio della strada, mentre col sinistro, divaricando lo sguardo, cerca di scrutare davanti a sé. Non sia mai che una macchina gli sbuchi di colpo dalla nebbia. Roba da restarci secchi sul colpo.

Attraversa i campi invisibilizzati finché, con le prime case, la nebbia si dirada un poco. Attraversa Piazza Cavour, imbocca Corso XX settembre. La motoretta scatarra allegramente per tutto il centro di Abbiategrasso. Il signor Scaglia arriva alla stazione. In orario per il treno.

 

Abbiategrasso scivola sullo sfondo. I campi, le forme incerte dei capannoni industriali del Giambellino, Milano San Cristoforo. In tutto, mezz’ora di treno.

Ogni volta – il signor Scaglia se lo domanda ogni volta, standosene in piedi col naso attaccato al finestrino del tram. Pensa alla propria cascina, ai fossi, ai funghi, ai boschi del Ticino a dieci minuti da casa, e si domanda come cazzo riesca la gente a vivere così, in quel casino pazzesco, con tutte quelle macchine, le luminarie, i palazzoni, i viali. Però gli piace. Viverci no, lui è uno che viene dalla campagna, non si troverebbe bene, per non parlare della moglie… Però quando capita ci fa un giro volentieri.

E mentre il tram sferraglia lungo Via Torino nella foschia e nel freddo cane, tutte le luci, i neon, i fari della vigilia della festa luccicano sugli occhi dell’Angelo Scaglia. Che non si commuove. È uno pratico, lui. Però gli piace.

 

Nella nebbia, il Duomo sembra tutto sfuocato. I pedoni con le borse. Il signor Scaglia guarda l’orologio. Conviene spicciarsi.

Il signor Scaglia sbuca trotterellando in Piazza Fontana. Entra, si mette in fila. È impaziente, vorrebbe cavarsela in fretta per potersi unire ai colleghi che al centro dell’atrio discutono e contrattano animatamente.

Alle quattro e trentasette la bomba nascosta sotto il tavolo delle contrattazioni esplode.

La deflagrazione è devastante, il boato scuote il centro di Milano.

Una novantina di feriti, tredici morti. Altri se ne aggiungeranno. Il signor Scaglia per esempio non muore. Non subito. È un tipo tosto. L’agonia per lui durerà fino al due di gennaio.

 

2.

 

“Nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano si stavano svolgendo per antica consuetudine le contrattazioni dei fittavoli, dei coltivatori diretti e dei vari imprenditori agricoli ivi convenuti dalla provincia per discutere i loro affari commerciali ed attendere al compimento delle operazioni bancarie presso gli sportelli, allorché improvvisamente vi echeggiava il fragore dell’esplosione di un ordigno di elevata potenza.”

(Dalla sentenza della Corte d’Assise di Milano n. 15/2001, del 30 giugno 2001 e depositata il 19 gennaio 2002.)

 

3.

 

16:25. Milano, Piazza della Scala.

Più o meno nello stesso momento in cui, a poche centinaia di metri da lì, il signor Scaglia si allontana dallo sportello e si mescola alla folla assiepata nel salone della Banca dell’Agricoltura, alcuni impiegati della Banca Commerciale Italiana stanno osservando con aria perplessa una borsa di finta pelle. L’avrà persa qualcuno? si domandano. La aprono. Contiene una cassetta metallica. Che sarà mai ‘sta roba?

Non sanno che dentro la cassetta metallica c’è una bomba. Non sanno nemmeno che è un buona giornata, per loro. Perché la bomba è difettosa e non fa il suo dovere.

 

16:37. Milano, Piazza Fontana.

Una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura. La banca dei contadini.

 

16:55. Roma, Via San Basilio.

Una bomba esplode all’interno della Banca Nazionale del Lavoro. Quattordici feriti.

 

17:22. Roma, Piazza Venezia.

Una bomba esplode alla base del pennone alza-bandiera dell’Altare della Patria.

 

17:30. Roma, Piazza Venezia.

Una bomba esplode all’ingresso del Museo del Risorgimento, sito nella parte posteriore dell’Altare della Patria. Quattro feriti.

 

4.

 

Nel tardo pomeriggio, mentre in Piazza Fontana sono al lavoro decine di ambulanze, per gli uffici cominciano a circolare certe voci. “Han detto che in centro è esplosa una caldaia”. “Eh, la peppa! Ha fatto disastri?”. “Mah… dicono che ci sono dei morti”. È quasi ora di timbrare e uscire nella palta di nebbia.

Il Giambellino intorno alle cinque e mezzo pullula di lavoratori in procinto di trasformarsi in pendolari. L’oscurità è spaccata dal passaggio dei tram. La gente se ne torna a casa chiacchierando di cronaca nera. Piazza Tirana (quando il clima è più benevolo qui si materializza un’enorme bisca clandestina a cielo aperto), la stazione di San Cristoforo.

I treni partono, si fermeranno via via a depositare la brava piccola gente della provincia milanese – Corsico, Trezzano, Gaggiano, Abbiategrasso, tutti quei paesi e paesoni in mezzo alla campagna – prima di superare il Ticino e scomparire nel profondo pavese.

 

5.

 

Giuseppe Pinelli, l’anarchico. Ha 41 anni e fa il ferroviere, lavora come addetto agli scambi alla stazione Garibaldi.

Luigi Calabresi, 32 anni, commissario di polizia. Il questore di Milano Marcello Guida gli ha affidato il compito di tenere d’occhio l’area della sinistra extra-parlamentare.

Calabresi e Pinelli si conoscono così: il controllore e il controllato, come nelle commedie sulle guardie e i ladri. Addirittura nel natale dell’anno precedente si sono scambiati un regalo: Calabresi manda a Pinelli il volume Mille milioni di uomini, che raccoglie i reportage del giornalista del Corriere Enrico Emanuelli dalla Russia e dalla Cina; Pinelli fa avere a sua volta a Calabresi l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

 

Venerdì sera, ore 21:30. Più o meno nello stesso momento in cui, nel cortile interno della Banca Commerciale gli artificieri fanno brillare in tutta fretta la bomba inesplosa, Calabresi manda una volante a casa di Pinelli. Bombe e anarchici: l’associazione è facile.

Pinelli a casa non c’è. Provano al circolo di Via Scaldasole: trovato. “Bisogna che vieni in questura”.

Pinelli acconsente, ci è abituato. E non è che lo ammanettano o roba del genere: non è in arresto, non è accusato di nulla. Ci va da solo. La Fiat 850 della polizia dietro e lui davanti sul motorino, nella nebbia e nel buio della sera.

Calabresi lo interroga. Nessuna imputazione gli viene contestata.

(…)

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3 risposte a

  1. anonimo ha detto:

    Il 12 dicembre è stampato nella mia memoria da anni, come posso non esserti grata per il tuo bellissimo pezzo?
    Ricordare, non dimenticare…
    gabriella

  2. anonimo ha detto:

    “Viva l’Italia
    l’Italia del 12 dicembre
    l’Italia con le bandiere
    l’Italia nuda, come sempre.”
    (F.D. G.)
    G.B.

  3. anonimo ha detto:

    Altissima lode a Razgul.
    andrea (titonco)

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