Cap d’Antibes, primi giorni di gennaio del 2002. Ci si era lasciati alle spalle un anno terribile. Il G8, la catastrofe di Genova. Gli attentati dell’11 settembre. La guerra infinita. Era una sera fredda e limpida. Sono uscito sul balcone. mi sono seduto fuori, nella brezza tagliente, ben infagottato. Avevo una bottiglia di Sauternes da finire, un Montecristo originale da fumare – due cose che mi capita raramente di possedere. Mi sono acceso il sigaro. Le stelle. Il buio. Le luci delle case. Il mare sporco di luce lunare in fondo, a destra, verso Juan-les Pins.
Il giorno prima eravamo andati alla Garoupe. In cima al colle che domina il capo ci sono una cappella dedicata a Sant’Elena e un piccolo santuario dedicato alla Madonna dei pescatori. La cappella risale ai primi secoli dopo Cristo e sorge nel punto esatto in cui un tempo sorgeva un tempietto pagano dedicato a Selene (Selene – S. Hélène. Il passo in realtà è molto breve). Il santuario è l’unico luogo al  mondo in cui io mi sia mai religiosamente commosso fino alle lacrime.

Non c’è traccia di Dio, lì. E tutto è pagano. La Madonna regge tra le mani il Bambino e un vascello. È lei la Dea, la Regina. Sulle pareti, nella penombra, centinaia di ex-voto. I più vecchi risalgono a due secoli fa. Alcuni sono semplici disegni vergati da mani infantili. Tutti testimoniano una deviozione fanciullesca, incondizionata. Talmente intensa e condensata che dopo un po’ sono dovuto scappare fuori con gli occhi rossi. La Madonna e il mare. Il cristianesimo si inabissa in fretta. “Non puoi cristianizzare il mare”, mi ha detto M.

Mi sono acceso il sigaro, dunque, e mi sono versato il primo bicchiere di Sauternes. M. era in bagno, a godersi la vasca e la schiuma.

Quando il Montecristo è finito e la bottiglia si è svuotata, sul mio quadernino avevo scritto questa cosa.

La metto qui oggi, non a caso. Di nuovo mi scuso per la lunghezza del post e per la sua vaga bruttezza.
Prometto d’ora in poi una serie di brevissimi aforismi.

 

 

Notre Dame de bon Port

 

 

Notre Dame de bon Port
priez pour nous pêcheurs

 

Avevano scrutato a lungo il cielo
i meteorologi gli allibratori
puntarono su una buona pesca.

Uscimmo in mare aperto e là ci colse
la tempesta

 

Tutti quei corpi che precipitavano
ho pensato guardando la tele
che gocce di saliva dovevano
per forza anche loro cadere
tutt’intorno

 

Ci sono andato il giorno prima di salpare.
Sul muro della Cappella
ho visto appeso un ex-voto
che non avevo mai notato

una donna accovacciata
una bambina con il piede in mano
sorridevano all’obiettivo

dietro la fotografia

c’era una scritta

 

« Notre Dame de bon Port
protégez-les de leur maladie »

 

Mi ha telefonato mio fratello sul lavoro
mi ha detto “Accendi la tele

hanno buttato giù le torri”
porcodio mi sono detto
stasera stappo lo spumante

 

In quel tempo
ci fu qualcuno che stando ritto
sulla sabbia fradicia
negò persino che una tempesta ci fosse,

ci fu chi disse che d’ora in poi
di tempeste non se ne sarebbero viste più

e i poeti del paese
si misero a cantare la tempesta
facendone lo sfondo
di istrionici rap.

Ma quando si alzò il vento
più d’uno fu visto

aggrapparsi con frivola disperazione
al molo e gridare

« Notre Dame de bon Port
sono soltanto un pescatore »

 

Hai sentito il Professore
ha parlato ha detto

Mi spiace che tra loro
ci fosse qualche Portoricano
qualche clandestino
qualche sottoproletario
un po’ mulatto un po’ sfruttato

E alle None d’ottobre
scese dal Panshir

le legioni di Germanico
raggiunsero a colpi di machete
la selva di Teutoburgo.

Un centurione che un giorno
era stato di Varo
fece in tempo a indicare il luogo
e andò in pezzi su una mina.

La portaerei del presidente
sostava al largo sotto i gabbiani –

Tiberio confidava
nella robustezza dello scafo

 

Posai la foto
mi sistemai le calosce
il pope alzò la braccia
pregò per noi pescatori
e per i nostri ragazzi traditi
laggiù nel mare
a Tsushima

 

Datemi un altro mondo
anche piccolo come questa panchina,
anche sgangherato come la mia bicicletta,
datemene uno diverso,

anche sbagliato, anche ingiusto,
dove io possa lottare alla pari

 

Oh, ma quello era un secolo
di satrapi e di petrolieri
quando solcammo il mare in tempesta
non sapendo che l’arte
di remare in lacrime.

Due donne nella Focide
se le ingroppò una notte
l’intera armata di Artaserse
un cazzo dopo l’altro
dentro fuori dentro fuori
finché non schiattarono.

La storia non ne riporta i nomi
il più delle volte si sa
non si perde in particolari oziosi

 

Bisogna non pensare
al giorno che viene
tracciare piani ogni mattina
su mappe improvvisate
lavarsi i piedi con ostinazione

 

E un attimo prima di affondare
mi è venuta voglia

di un bicchiere di Sauternes.

Ho chiuso gli occhi, aperto
la conchiglia sbeccata delle labbra

gorgogliato piano ai pesci

« Notre Dame de bon Port
priez pour nous pécheurs. »

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11 risposte a

  1. sifossifoco ha detto:

    :-)

  2. razgul ha detto:

    Ma va’ in culo, stronzo.

  3. elos ha detto:

    mi vergogno a dirtelo.ma io te lo dico, frère du vent. che non so perchè diavolo succeda. però ho appena finito di leggerti e piango a sighiozzi, che la tua voce è così dannatamente vera e così dannatamente pura

  4. elos ha detto:

    davvero, sai, frère.cazzo, s’è vero.

  5. mata63 ha detto:

    un mondo diverso ….dove si possa lottare alla pari.
    non so se esista un posto così

  6. razgul ha detto:

    Elos: era meglio quando ti facevo ridere, allora… Una carezza e un abbraccio.

    Mata: qui parrebbe proprio di no. Infatti siamo costretti a una lotta impari.

  7. anonimo ha detto:

    lottare lottare lottare
    resistere

    dalla españa caliente
    besos
    hasta pronto chico!
    ;)

    iuna

  8. aitan ha detto:

    bello e intenso da brividi, dall’introduzione ai versi

  9. aitan ha detto:

    a volte può sembrare bella anche la rappresentazione del dolore che si srotola nella storia e nel suo intreccio di contraddizioni,
    credo

  10. CrisalideInversa ha detto:

    Era meglio se non ti facevo visita, oggi.
    Perchè io non posso lottare alla pari.
    E leggendoti mi è ancora più chiaro.
    [Cris]

  11. alderano ha detto:

    bello questo teatro del dis.astro dove tutti i nomi della storia, tutte le maschere, sono deglutite dalla scena e defecate nell’osceno.

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