Una piccola storia partigiana

Così, nel Partigiano Johnny, Fenoglio descrive l’arrivo sui colli sopra Alba di un gruppo di trecento alpini disertori:

“Non avevano ufficiali, ed erano condotti da sergenti, come loro fratelli maggiori. I sergenti fecero formare quadrato e ordinarono il presentatarm. Poi vi fu la fusione e l’abbraccio. Johnny con Pierre si tuffò nel vortice, e vennero salutati, paccati, baciati e smorfiati tutto in reciprocation; commisurarono, in quel gorgo, le loro armi e divise, i disertori offrendo tutto di sé per aver di che cambiare in loco ed all’istante le loro vergognose assise fasciste, offrendo addirittura per spogliarsi anche parzialmente di quell’onta le loro stupende semiautomatiche tedesche per le toy-weapons della maggioranza partigiana. Parlavano e gridavano in schietto veneto, la dolcezza dell’inflessione violentata dall’altitudine del grido, ed un urlo di indignazione e vergogna scoppiò quando seppero che alpini veneti come loro presidiavano per i fascisti la città di Alba. Pregarono d’esser mandati istantaneamente addosso a quelli e di ucciderli, ucciderli tutti. – Tedeschi porci e repubblica anche più porca! – urlava un biondo di loro, incredibilmente giovane e massiccio, aerando la sua divisa come per sgombrarne il lezzo segoso e ferale delle baracche tedesche. – Semo fradeli, ostia! Come potevamo venirvi contro, fradeli! – Avevano uno strano stile d’insulto, non pareva insultassero, ma solo recriminassero e recriminando uccidessero. L’inflessione non gli consentiva il supremo insulto; pieni e maturi e perfetti erano, come voce, nell’esprimere amore”.

Tra quei trecento alpini veneti c’era il mio prozio Enrico. Veniva dalle campagne di Treviso – il mio ramo materno è uscito da lì, da quelle famiglie contadine assurde di tredici o quattordici figli. Era finito negli alpini, gli alpini nella guerra. Nel 1943 lo zio Enrico aveva all’incirca 25 anni. Era più giovane di me adesso. Dopo l’8 settembre si trovò a dover scegliere. Poteva darsi alla macchia, tornare di soppiatto a casa e nascondersi in quella terra di nessuno in cui era cresciuto, tra il Livenza e il Piave, aspettare tranquillo che altri facessero il lavoro sporco, scommettere sul vincente, accodarsi. Poteva andare a ingrossare le fila dei repubblichini, magari approfittarne per darsi alla pazza gioia macellatoria sulle Apuane.
Decise altrimenti. Disertò e si unì alle Brigate Autonome sotto il comando del colonnello Martini Mauri – il comandante Lampus del romanzo di Fenoglio. Partigiani badogliani. Probabilmente partecipò alla presa di Alba. Sicuramente si trovava su quelle colline, nel piovosissimo ottobre del 1944.
Lo zio Enrico, dicono, era un ragazzone allegro, gioviale, uno di quei “bellissimi ragazzi, sani e diretti, settentrionali ma accesi”, per dirla ancora con Fenoglio. Un contadino veneto, uno semplice, non istruito, senza retroterra ideologico. I campi, la grappa, la polenta, la mona, Maria Vergine. Eppure seppe scegliersi la parte, dietro la Linea Gotica.

Io non l’ho mai conosciuto, lo zio Enrico. È morto due anni dopo la Liberazione in maniera banale e assurda, per una specie di beffa atroce del destino – di quelle proprio da manuale, che solo il fato porco o gli dei anche più porci sanno architettare.
Si era trasferito con suo padre e sua sorella – mia nonna – in provincia di Milano, aveva trovato casa, un posto in fabbrica. Un giorno un suo collega è arrivato sul lavoro con una rivoltella. Chissà, forse voleva farsi bello con i propri compagni, forse voleva solo prezzarla. Capire se era ancora buona. In questi casi cosa fai? Vai da uno che di armi ne ha usate, ne ha dovute usare, che se ne intende. Ad Abbiategrasso non è che si fosse sparato più di tanto, gli uomini s’intendevano probabilmente di più di donne e biciclette. Forse quel tale si è solo messo a giocarci come un coglione. Di sicuro non ha pensato che un proiettile potesse essere rimasto in canna. Il proiettile ha fatto inaspettatamente il suo dovere di proiettile. È partito, ha centrato lo zio Enrico dritto in pancia.
Mia mamma dice che era un bel ragazzo e che io gli assomiglio. Dice che era il fratello prediletto di mia nonna. Sulla foto, lo zio ha i baffetti e le stesse irresistibili orecchie a sventola del mio bisnonno. Io quelle per esempio non ce le ho mica.

Come si vede, è solo una piccola storia partigiana, non di quelle particolarmente mirabolanti o degne di chissà quale onorificenza ufficiale. Però secondo me dice molte cose, dice già quasi tutto. Avevo voglia di raccontarla perché – a furia di dibattere su commemorazioni datate, stalinismi garibaldini, superamento di vecchi valori e altre amenità – si finisce per dimenticare i piccoli, sconosciuti eroi di sessant’anni fa, grazie ai quali oggi possiamo non vergognarci totalmente della nostra storia, del nostro paese.

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6 risposte a

  1. razgul ha detto:

    Già che c’ero l’ho messo anche su Nazione Indiana. Fateci un giro comunque, che c’è sempre qualcosa d’interssante…

  2. markelouffenwanken ha detto:

    Io ci giro e rigiro sempre, in NI…;-)
    Bellissima (in senso letterario) la storia di Enrico, hai fatto benissimo a postarla.
    Saluti

  3. perlarara ha detto:

    I Partigiani sono troppo spesso ricordati come un’ammasso indistinto,come un’esercito,appunto.In realtà erano individui, nel senso migliore del termine,che sono stati capaci di scegliere cosa fare e in che modo farlo in un momento in cui tutto era nel caos e nell’assurdità più profonda.Ognuno di loro ha fatto il “proprio”,senza recriminazioni ma con l’intento di migliorare le cose.Non mi sembra poco…Grazie Raz,che ci spingi a ricordare.

  4. steu ha detto:

    Ogni volta che metti Fenoglio nei tuoi post io metto un “grazie raz” nei commenti.

    Un concittadino di Johnny.

  5. razgul ha detto:

    Caro Steu, Fenoglio è a mio parere uno dei più grandi scrittori italiani del 900. Anzi, il suo “Partigiano Johnny” ne fa uno dei più grandi romanzieri della storia letteraria italiana tout court.

  6. iperio ha detto:

    anch’io ebbi:
    nonno socialista, alpino nel 17 tra gli arditi a uccidere tedeschi a mani nude e bombe a mano, ferito in corpo a corpo da una lama tedesca da 45 cm.
    zio repubblichino, torturatore di partigiani, assassino, ergastolano, poi graziato dalla nostra bella repubblica
    zio partigiano, alla macchia, preso, condannato a morte a 17 anni, figgito, in piemonte coi partigiani… molto sangue repubblichino e tedesco versato
    padre partigiano, alla macchia, cogli americani dal ’44 neppure un graffio e non ha ammazzto nessuno…
    dopo la guerra i due zii e mio padre si videro spesso lo stesso, ma qualcosa era rotto tra loro…
    lo zio partigiano ha commesso un crimine orrendo abusando della figlia per diversi anni…
    lo zio fascista era un tipo simpatico, un pò pazzoide
    mio padre era molto buono
    ragazzi degli anni quaranta…
    credo siano come noi, ne più ne meno
    io temo che sia difficile dire dove sta il buono e dove il cattivo

    personalmente sto con i partigiani… chissà che non scendano di nuovo dalle valli?
    o è passato troppo tempo?

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