Ebbe la sua piccola notte dell’inferno.
A letto nel buio, inerme. Quando si sta così, con gli occhi spalancati fluorescenti e le braccia contratte sotto il cuscino – con che cosa ci si può difendere?
I fallimenti lo vennero a trovare per primi, in parata. Era troppo stanco, troppo spaurito per mandarli via. Lasciò che gli passeggiassero sulla pancia, che gli prendessero a calci i globi oculari.
I languori – quelli più colpevoli, più vergognosi, più innocenti – arrivarono subito dopo.
Cominciò a muoversi a scatti, nell’aria sempre più condensata, catarrosa. Tale quale una bestia nel panico: anche nello sguardo demente, primordiale.
Per anni era rimasto vigile fino all’indolenzimento, fermo con il piede sinistro sul bordo della trincea, in feroce attesa. Adesso anche la Santa Sofia aveva fatto la muffa.
Tornare indietro non si può, comunque. Girare la testa, invertire il senso di marcia.
Gli amici erano morti, era morto per loro.
L’estate aveva portato spavento.
Trentuno, e le stesse debolezze di quand’era bambino. La più irritante, un bisogno di tenerezza ingordo, vergognosamente femmineo.
Per molto tempo si era allegramente perso nel sonno delle parole. Se n’era andato in giro invisibile, segretamente coronato d’alloro. Adesso l’alloro lo buttava tutti i giorni nella minestra.
Niente figli, e odiava i giochi di carte.
L’invisibilità – facile, deresponsabilizzante. Nessuno che si accorga di quanto stai male, sotto la crosta. Ti rassegni, nel migliore dei casi lasci che t’appiccichino addosso la faccia che credono. Che ti guardino in tralice o che non ti vedano affatto.

Voleva dormire, scomparire, perdere coscienza almeno per qualche ora. Ovviamente non si mise a pregare, e forse da quella briciola di dignità sarebbe potuto ripartire.
Un’altra cosa – la rabbia incontenibile. La faccia si scompone, le gambe tremano, l’urlo per la verità il più delle volte resta ingabbiato in bocca, la chiostra dei denti lo tiene a bada.
Andava a fuoco e per ridicolo che fosse niente intorno a sé si liquefaceva. “Com’è possibile che queste lenzuola non s’incendino? Si vede che a modo mio ho del talento,” pensava, “fingo bene la calma. L’ottusa bonarietà. Dovrei darmi al cinema. Sarei una comparsa meravigliosa. Farei sempre la stessa parte, l’uomo che piscia in piedi, di spalle. Diventerei famoso. Gli sceneggiatori finirebbero per inserire quella scena in ogni copione, indipendentemente dal contesto… Mi chiamerebbero per pisciare ovunque, sui set porno, nelle commedie brillanti, nei kolossal in costume, persino negli scaracchi minimalisti del cinema italiano…”.

Soffocava, aveva voglia di sfasciare tutto. Aveva paura di finire un’altra volta nel vuoto, come dieci anni prima. Questo non l’avrebbe sopportato, non avrebbe retto, non ce l’avrebbe fatta, ad arrancare di nuovo in tutto quel deserto, quella merda, quell’assenza. Piuttosto la morte.
E non aveva nemmeno l’arroganza di credersi superfluo, non la consolazione di ritenersi privo di luce e bellezza.
Peggio ancora. Non si era nemmeno ancora arreso, ché altrimenti si sarebbe potuto adagiare nella poltiglia tiepida dell’immobilità. E riposare, finalmente.
La resa. Si vede che era troppo comoda, troppo esclusiva per uno come lui, perché potesse pretenderla in regalo o almeno a prezzo scontato.
perciò era costretto ad avanzare, ciecamente, lungo quel collo d’imbuto.
Il bicchiere di feccia e sangue, porcodio, bisogna proprio buttarlo giù tutto, fino all’ultima goccia.

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9 risposte a

  1. annabell ha detto:

    …toccante dentro…
    cio’ che scrivi e come lo scrivi.
    ciao e un abbraccio.
    AnnaB.

  2. iuna ha detto:

    non si deve vergognarsi per la voglia di tenerezza…
    un abbraccio

  3. elos ha detto:

    le meme verre qu’on doit payer, le meme liqueur se noyer,la bestemmia che tace urla e strappa le labbra.
    Ti abbraccio, mon frre.
    elos

  4. Violeta ha detto:

    Elos soffoca, Tunga soffoca, violeta soffoca. Mon frère, ma soeur, è ora di uscire dall’acqua e tornare a respirare non da una cannetta..
    Vi abbraccio

  5. alderano ha detto:

    … e in questa esplosione, in questo incendio
    salvarsi.

  6. razgul ha detto:

    La salvezza è una speranza. Troppa grazia.Non aspettarsi niente, non sperare niente, ma non per questo scendere a patti. Mantenere un atteggiamento inarreso, insurrezionale…Appunto.

  7. alderano ha detto:

    la salvezza è afferrare l’insalvabile, e così compierlo. lasciarlo essere sulla pelle, amandolo. come amano le ombre.
    le mie parole di prima, erano tue. (da me, il 17 luglio).

  8. perlarara ha detto:

    Cedi al bisogno e alla necessità di una carezza,arriva al confine lontano e friabile
    dove ti senti inerme e fragile,apri la diga e lancia fiotti di lacrime.
    Ho letto che le lacrime sono il mare dove può navigare la nostra barca,portano l’uomo su nuove terre.
    La forza,la combattività stanno qua di casa,nell’irrequietezza e nel dolore.Se lo si guarda in faccia si scopre che non è Medusa ma se lo si fugge ti paralizza e ghiaccia.Bisogna arrivarci in fondo,come in un salto:la terra ti lancia in alto se tu gli dai tutto il tuo peso,se provi a entrare in lei poi lei ti manda nel punto più lontano,a mezza via non succede niente,è normale anche se doloroso ma, il dolore è nella vita.

  9. Cordless ha detto:

    Questa scrittura arrabbiata ed emotiva l’adoro.

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