Doppio omaggio

 

IL PARADISO, I CORPI, LE PAROLE

 

Le vostre bocche dischiuse.

La fessura delle vostre labbra rosa, la madreperla dei vostri denti un po’ cariati.

I globi unti dei vostri occhi, le forme dei vostri piedi nella guaina impolverata delle vostre scarpe, la forma delle vostre tette, del vostro cazzo.

Le vie di fuga delle vostre caviglie e dei vostri polpacci, i peli che vi crescono sul ventre, sul petto o sulla schiena, se ne avete – o le pieghe smagliate della pelle sui fianchi, i gonfiori, le cicatrici, i foruncoli, il grasso, le zone screpolate, slabbrate, arrossate.

L’odore del cuoio capelluto – che sappia d’erba, sudore o sigarette – , i lembi di carne sfrangiata, incompiuta alle vostre estremità, il velluto umido delle ascelle, la barba appuntita o la serpentina del rossetto nel punto in cui la mano è passata distrattamente o ha perso il controllo per il ricordo imprevisto di cose non fatte, obblighi, scadenze –

noi seduti in cerchio stretti gli uni contro gli altri mentre inventiamo continuamente la matassa del nostro respiro e l’aria brunita si riempie del vapore del nostro fiato – nicotina, alcool, liquirizia –, mentre la sfera lucente su cui ci allarghiamo come licheni ruota nel caos più grande tra i mondi arroventati e le tempeste magnetiche, si apre ciecamente il cammino attraverso altre orbite, lungo traiettorie non progettate – e ovunque intorno ogni cosa ruota e vortica in quella palta di luce, pulviscolo e gas in fiamme, in quel buio spazio insensato, spalancato, infinitamente espanso, traboccante di forme in fioritura, asteroidi in frantumi, quasar, novae, nane bianche, sciami di elettroni, correnti ghiacciate siderali, ronzii, crepiti, frequenze inaudite, scontri di molecole, deflagrazioni di materia spenta, poltiglia fredda in fluttuazione, deiezioni del Big Bang, atmosfere appena fecondate, amminoacidi in gestazione, amigdale di pianeti in smottamento, gorgoglii di masse in fusione che si spostano con fragore sotto la crosta fecale squarciata –

Ecco, proprio lì, proprio nell’ora in cui è più fonda, sarebbe bello con le nostre voci modellare un canto imperfetto, seminale, capace di piantarsi come una lama di candela nel buio
e con quel canto stretto tra il palato e la lingua, le facce dipinte e un sorriso sghembo
sfondare la notte.

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5 risposte a

  1. mata63 ha detto:

    mi intimorisce questo post… bello, bello.
    dai, adesso sdrammatizzo un pò… hai qualche idea su cosa si potrebbe cantare? :*

  2. anonimo ha detto:

    “Le faccie dipinte e un sorriso sghembo sfondare la notte.” Perderla. perdersi nell’incombenza di un frastuono sconosciuto. Aspettando. Come le alghe che si posano a riva in attesa di ripartire o riaffondare o riemergere.Voci in subbuglio, ti scrivo qui e non ti sto scrivendo, vorrei prendere le gambe a quattro, mettrmi a tacere, affondare sulle reti dei pescatori di un quaggiù immaginario, Salire le scale, aspettare. Di nuovo, masticando una pagina di giornale già letto e riletto, sangue che diventa gloria e poi ancora i perdoni che la mia testa non riesce a lasciare alla loro libertà, i corpi zoppi e i zoppi corpulenti. Qualcuno sta fuggendo dai rubinetti d’acqua potabile e li riversa sui capelli di chi compra la salute al prezzo della televisone. Ho paura, lo ammetto. Ho paura e quasi me ne vergogno, che la paura conduce alla paralisi e all’autoflagellazione.
    Le mani si fanno di cartapesta ; gli occhi di carta velina. Avrei voglia di uscire dalla porta di sotto, spingere forte fino ad udire le grida dei ladri, fraseggiare ripetutamente, smetterla di sfondarmi sul metapensiero, toccare i sassi e le scarpe e la polvere opaca di chi ha labbra improvvise. Vorrei uscire di qui e resto. Intrappolata da mani che speravo fossero altrui e invece si mostrano lunghe quanto le mie.
    C’è qualcosa, nelle tue parole che amo e detesto.Come Les miroirs. Che si amano e si detestano.

    e che questa notte ti sia compagna, Razgul -la notte-

    elos

  3. iuna ha detto:

    vozvrashenie…e con grande stile…
    ben tornato razgul, notte tenera!

  4. kanji ha detto:

    …hai presente la scena di “Che ne sarà di noi?” (che sia o non sia piaciuto il film è un altro discorso) la scena in cui Muccino e la Placido si lanciano dalla scogliera, in mare? …..ecco, credo che questo post lo dovresti recitare a squarciagola saltando….si, credo proprio di si….meglio ancora se di notte….

  5. razgul ha detto:

    Vedi, Kanji, il problema è che – mi vergogno a dirlo – io non so nuotare (sono sempre stato un camminatore in montagna, anche se il mare mi piace moltissimo, soprattutto in inverno). Quindi dovrei urlare il mio pezzo mentre volo giù dalla scogliera indossando il salvagente. Il che non è bello.Quindi ho pensato di mettere in pratica il tuo suggerimento, ma in chiave più metropolitana: griderò il pezzo su un tram in corsa, in mezzo a’ pendolari.

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