PAUSE # 3 LETTERA …

PAUSE # 3 – LETTERA A GABI SULLA POESIA E LA MACELLAZIONE

 

Cara Gabi,

in uno dei tuoi incendiati commenti alla mia piccola pubblicità-progresso su Macello invochi una mia replica.  Ho cominciato a scriverla ieri in coda al thread, ma mi sono reso conto che si sarebbe trasformata in un commento macrocefalo e acromegalico. Perciò ti rispondo più direttamente qui, con una specie di letterina in due parti. La prima contiene una serie di considerazioni banali e quasi sconfortanti per la loro ovvietà; nella seconda ti dico la mia opinione personale e del tutto soggettiva.

 

Però, Gabi, io non voglio mica spiegare all’universo mondo i torti di nessuno. Posso solo esprimere la opinione di pessimo lettore e pessimo eterno apprendista poeta.

Ci sono due poeti americani, tra loro contemporanei, che amo con pari intensità. Sono Emily Dickinson e Walt Whitman. Le loro voci sono assai differenti.

Per esempio Walt dice: 

Sono pazzo di me. . . . grande e grosso, e tutto così prelibato. 

Emily Dickinson invece: 

Sono Nessuno! E tu?

Sei – Nessuno – anche tu? 

Oppure (in inglese, ché la traduzione in questo caso non rende per niente): 

Wild Nights – Wild Nights!

Were I with thee

Wild Nights should be

Our luxury!

 

Futile – the Winds –

To a Heart in port –

Done with the Compass –

Done with the Chart!

 

Rowing in Eden –

Ah, the Sea!

Might I but moor – Tonight –

In Thee! 

E Walt, di rimando: 

Press close barebosomed night! Press close magnetic nourishing night!

Night of south winds! Night of the large few stars!
Still nodding night! Mad naked summer night!

(…)

You sea! I resign myself to you also . . . . I guess what you mean,

I behold from the beach your crooked inviting fingers,

I believe you refuse to go back without feeling of me;

We must have a turn together . . . . I undress . . . . hurry me out of sight of the land,

Cushion me soft . . . . rock me in billowy drowsw,

Dash me with amorous wet . . . . I can repay you. 

Agli antipodi, eppure hanno la stessa passione e voci possenti e infiammate.

Ciò che penso – e che pensi anche tu – è che non esiste un unico modus valido di poetare, un solo timbro di voce al di fuori del quale non si dà vera poesia. Se dovessimo misurare il valore di un’opera poetica sulla base esclusiva – mettiamo – di un’ipotetica, monistica, totalitaria norma estetica petrarchesca, bisognerebbe gettare dalla nave dei poeti il nostro Dante, che dopo la (splendida) Vita nova si mise a provocare il lettore con versi splatter in cui corpi di dannati venivano straziati nei modi più orribili da crudeli demoni scorreggioni.

Invece, per fortuna, è ovvio che Dante, Petrarca e certi poeti che sarebbero piaciuti a Belinskij hanno parimenti diritto d’imbarco sul summenzionato vascello. Altra cosa se avessero scritto brutti versi – brutti versi comunque, a prescindere dal timbro di voce, da soggetto, dall’intento.

 

La poesia di Ivano Ferrari non ti piace e ciò è perfettamente legittimo. Tuttavia mi sembra che al tuo gusto personale si sovrapponga unn errore interpretativo. Dalle tue parole mi è parso di capire (correggimi se sbaglio) che in Macello tu abbia visto più che altro una provocazione studiata a tavolino, una deliberata e preprogrammata operazione intellettuale di schiaffo al buongusto poetico del pubblico. Che la “bruttezza” vi sia scientemente perseguita per un intento provocatorio che precede la poesia e anzi ne costituisce addirittura la fonte. In modo tale che, a tutti gli effetti, la poesia si riduce a pretesto, a oggetto strumentale assemblato artificiosamente secondo un intento ‘esogeno’ (estraneo alla pura ispirazione e alla necessità della poesia che scaturisce da sé medesima e trova ragion d’essere nel suo stesso generarsi), “allo scopo di…”.

In ciò, a mio modesto parere, sbagli. Del fatto che le poesie di Ivano ti sembrino esteticamente brutte non discuto.

Tieni però presente che secondo me:

nella violenza semantica e lessicale di Macello non vi è alcuna gratuità;

non di sgradevolezza, si tratta, ma di radicale mostruosità;

non di sapiente disgusto, ma di impotente sofferenza;

non si vuole épater nessun bourgeois;

l’Io poetico è il primo a restere épaté, al cospetto della violenza e dell’orrore d’Ognicosa;

non mi sembra proprio che Ivano Ferrari faccia – almeno qui – una poesia oracolare;

il macello è nel contempo locus exemplaris et verus, rimanda ad altri macelli senza perdere nulla della propria concreta materialità. L’autore ha davvero lavorato (non per sceltà, ma per necessità) nell’infernaccio del macello di Mantova. Non essendo né un bruto né un’isabellasantacroce qualsiasi che si siede al tavolo e decide di scrivere qualcosa di crudo e pulpeggiante, evidentemente l’esperienza l’ha turbato;

l’Io poetico manifesta una pietas dolente e una dolente capacità di empatia. Non vi è alcun cinismo, l’apparente suo cinismo essendo infatti soltanto la classica maschera di difesa che, indossata senza abilità, svela proprio ciò che si vorrebbe nascondere (in questo caso, per l’appunto, la propria umanità);

Macello è il poema del mondo sconfitto dalla propria violenza radicale e del rifiuto ostinato a farsi sopraffare da essa. Denuda l’assurda contraddizione dell’uomo che piange per il vitello sgozzato mentre lo sgozza. È una poesia che non redime la mano che sgozza, eppure suo malgrado finisce per elevarsi verso un Dio distante, forse con la puzza al naso. Quasi a provocarlo, a dire: va’, sono come un bambino spaventato in mezzo a tutto questo sangue e questo sbudellamento cui anch’io prendo parte. È terribile, la mia condizione, e allora dì Tu qualcosa, fa’ Tu qualcosa, brutto stronzo, se hai il coraggio e la possibilità.

 

Infine, Ivano Ferrari sa anche modulare canti di note sui generis dolcissime: 

Si sa l’amore
voglio dire si conosce
un punto dell’anno
in cui si ha
ancora un giorno
da mettere al mondo
 

Oppure: 

Come un’allodola cieca
finirò nelle tasche della morte
credendomi ancora su un ramo
o nei libri paga della poesia
 

O infine, ancora più laconicamente: 

Di noi diranno letti
miniere di stelle rattoppate.
 

Cara Gabi, sono certo di non essere riuscito a convincerti e di aver scritto una caterva di stronzate deliranti e grandiose banalità. Su questo ti saluto e spero di rivederti presto, anche per aggiornarti sulle liriche inedite dell’esimio poeta finto-sovietico Vladilen Serpimolotov.

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3 risposte a PAUSE # 3 LETTERA …

  1. alderano ha detto:

    per quanto mi riguarda, sono con te… nel cuore del macello… ps: sul mio blog c’è un appello, se ti va passa, e magari firma…

  2. GabiMarian ha detto:

    Innanzitutto ho firmato l’appello.

    Poi, come avrai capito, mi sono aperta un blog.

    E dunque torniamo a noi. Alla nostra, e non solo nostra, discussione. Il mio errore di interpretazione, se c’è stato, è dovuto anche al modo in cui hai presentato il libro che ci consigli di leggere. Ne parli come di un’opera letteraria che “Se volete fare un regalo per San Valentino è [quindi] decisamente sconsigliata. Se amate la poesia e mal sopportate il bon ton letterario, invece, perché non provare ad affrontarla? ” . E questo, dopo il richiamo al mondo fighetto della poesia contemporanea, ha tutto il tono di una sfida al buon gusto. Davvero non c’è nessun bourgeois da épater?
    Mi parli della Dickinson e di Withman. Mi parli di Dante e dello splatter della Commedia, contrapposto alla soave Vita Nova. Dante non doveva e non poteva provocare nessuno con i suoi versi. Parlava di verità teologiche, e la sua voce si inseriva in una discussione vastissima, dove egli non era l’interlocutore che usava le scene più scioccanti ed il tono più brusco. Le pene dell’inferno sono sempre state descritte in immagini, in versi ed in prosa nel modo più crudo. E Dante non poteva certo dire che i diavoli vezzeggiano i dannati.

    Ho pensato a lungo su quale dev’essere stata l’evoluzione che ha portato un poeta a descrivere un’esperienza devastante come il quotidiano annientamento di centinaia di vite, che non può che lasciare segni indelebili nell’anima. Fino a che punto si può descrivere tutto questo in poesia? E che lettori avrà la Poesia del Macello, per quanto bella, forte, significativa, per quanto ogni parola sia ponderata, cesellata, sofferta?
    Forse l’ameranno i borghesi che vogliono essere scioccati oppure pochi eletti che si vantano dell’elevatezza del loro gusto? Certo l’amerà gente onesta come te, che però, poi, per invitare altri a intraprendere un viaggio spirituale che io ritengo sia stato per te fondamentale, non può che usare il linguaggio della sfida, del’invito al ferale banchetto.
    [… to be continued?]

  3. GabiMarian ha detto:

    Whitman, naturalmente…

    e perdona tutti gli altri errori.

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