Luglio, agosto, settembre (nero) #2

II. Agosto 2001 – San Pietroburgo

“Kuda?”
“Na Petrogradskuju Storonu.”
Il tassista guidava veloce e male. Guardavo sfilare le persone lungo i marciapiedi – tutti quei passanti biondicci e con gli abiti frusti, assemblati a caso – e cercavo di convincermi che ero finalmente tornato a casa. Guardavo i negozi, le insegne, mentre il tassista curvava bruscamente o bruciava un semaforo, mi tornava alla mente la Russia così come l’avevo vista e vissuta, la Mosca del 1993, nell’estate immobile che precedette il golpe e l’assedio del parlamento – impoverita, disorientata, grandi file ai chioschi della Belorusskaja per una salsiccia e una fetta di pane nero (200 rubli). Ripensavo irresistibilmente a quelle salsicce piccole e scure che Maria ed io divoravamo prima di rientrare al pensionato, con le gambe rotte per il gran camminare.

Ma chiunque mi risponderebbe che Mosca non è Pietroburgo, e che Pietroburgo noe è la Russia.

La città mi è venuta incontro così, gradualmente, mentre con il culo tormentato dalle molle del sedile tornavo indietro agli albori, alla preistoria. Prima il Moskovskij Prospekt, poi finalmente la cupola dell’Ammiragliato, la Neva, la fortezza di Pietro e Paolo.

Sara era taciturna. Capivo che un pensiero cupo la tormentava e che nessuno di noi poteva farci niente. Solo aspettare e riposare. Anche Anto taceva, abbandonato esausto di fianco al tassista. Mi sono voltato verso Maria, le ho accarezzato la coscia. “Siamo arrivati!”, ho sussurrato. Ma ancora senza troppa convinzione.

1.

“Sasha?”

“Net, Dmitrij.”

Qui in Russia niente va come previsto – basta pensare alla Rivoluzione e a ciò che ne è seguito per capire cosa intendo – ma tutto in qualche modo si aggiusta. Il fantomatico Sasha, che ci ha procurato l’appartamento e che avrebbe dovuto trovarsi in Via Lenin 34 per darci le chiavi, è desaparecido. In compenso, l’imprevisto Dmitrij – nessuno di noi quattro ne aveva mai sentito parlare – si materializza nell’aria tiepida del pomeriggio, chiavi in pugno. Solo alla fine scopriremo che è il nipote di “Chvost”. Se non sapete chi è Chvostenko non importa.

Entriamo in casa. E’ grande, disordinata, accogliente. Il sole entra dalle finestre e illumina improbabili tappezzerie, soprammobili incomprensibili, frammenti destrutturati di oggetti da tempo scomparsi. Alle pareti, di fianco ai letti, i soliti tappeti polverosi. Libri un po’ ovunque, una chitarra a dodici corde. Solo più avanti scoprirò che un tempo è appartenuta a Djusha Romanov. Djusha Romanov, detto en passant, è stato il flautista degli Akvarium, il più importante gruppo rock della storia sovietica. Il gruppo su cui mi appresto a scrivere la mia tesi di laurea. Si capirà dunque la circospezione con cui, a un certo punto, abbiamo cominciato a maneggiare lo strumento.
L’appartamento è vuoto. Ljuba, la padrona di casa, è in vacanza, e così pure suo figlio Kostja. Ci buttiamo sul letto con la sicurezza di chi si sente già padrone di casa. Ci addormentiamo tutti e quattro di schianto.
Quando più tardi, stropicciandomi gli occhi, entro in cucina, le finestre sono tutte spalancate. Sui fornelli giace una massa biancastra di plastica fusa e Mesjac sta fumando nervosamente. Voleva farsi un tè, dice, ma era stanca e stordita, così ha messo il bollitore sul fuoco. un bollitore elettrico, s’intende. Il cadavere disciolto del bollitore se ne sta lì, in disparte, a testimonianza della caducità della tecnologia.

Sedicinove e io usciamo a caccia di cd. Piratati, naturalmente. Alla Gorkovskaja ci sono due o tre chioschi pieni di roba veramente ghiotta a prezzi stracciati – il corrispondente di due o tremila lire. Io faccio incetta di dischi degli Akvarium (la scusa è che mi servono per la tesi). Sedicinove si aggira con aria vagamente colpevole. Gli chiedo cos’ha comprato. “Un bootleg live dei Radiohead”. “Ah, kruto! (“kruto” sta per “figo”) E poi?”. “Il primo dei Kino”. “ah, e poi?”. “qualcosa dei Pearl Jam”. “E poi?” “Mah, basta…”. “Ma no, lì in mano ne hai un altro…” “Dove?” “Ma lì, in mano!” “Ah, ma non è niente…” “Dai, fa’ vedere!” “Ma…” “Perché lo nascondi?” “E va bene, toh!”.

È una compilation dei Limp Bizkit.

C’è un posto, nella Biblioteca di Pietroburgo (la Publička), una stanza non segnalata da nessuna scritta o cartello, nascosta a una svolta di corridoio dietro una porticina anonima da mattatoio, che davvero quando la apri si spalanca su un mondo altro. È la stanza dei fumatori.

Io ci sono entrato timidamente, brandendo il mio pacchetto di Sojuz Apollon con l’impaccio di chi gode di piaceri troppo raffinati e costosi (mediamente 7-800 lire il pacchetto), mi sono seduto e mi sono acceso le labbra.

Laggiù, in quell’antro, l’odore di fumo è così stratificato che ci vorrebbe un geologo, per studiarlo. A carotarlo, lo si potrebbe utilizzare per costruire intere cronologie della Russia moderna e contemporanea. Ci sono strati di fumo – i più sottili e compressi – risalenti agli albori del nichilismo, ci sono le fumate dei populisti, soverchiate dai possenti anelli concentrici dei primi marxisti. Ci sono le tracce azzurrine ed eleganti delle sigarette fumate da Aleksandr Blok alla vigilia della rivoluzione e chili e chili di torbido, catramoso tabacco proletario. Ci sono il terrore dei Trenta, il trinciato cattivo dei tempi della Grande Guerra Patriottica, il fumo un po’ esistenzialista dei tardi Cinquanta – bei tempi, quelli, con le loro pannocchie e le terre vergini da conquistare… ei giovani che partivano, non meno beatnik dei loro coetanei yankee…
C’è la nube tossica emanata dalla belomorkanal del tipo seduto alla mia sinistra. Un omone grande e grosso, con le ciabatte, le calze bucate sul calcagno e un maglione verde senza forma.

(Sojuz Apollon vs Belomorkanal = 9 rubli vs 3 rubli = disgusto vs nausea)

All’uscita. Maria: “Ma cosa ti è successo? Hai mangiato un posacenere?”.

“Dai, non devi vergognarti dei Limp Bizkit. Guarda, per farti compagnia ho comprato una compilation dei Beastie Boys”.

“Ma non sono tamarri come i Limp Bizkit!”
“be’, ma io non sono mica tamarro come te!”.

[To be continued]

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5 risposte a Luglio, agosto, settembre (nero) #2

  1. sedicinove ha detto:

    so che la sostanza non cambia… comunque per correttezza di informazione, erano i korn. :)

  2. razgul ha detto:

    Mi piaceva di più sputtanarti coi Limp Bizkit… :)

  3. anonimo ha detto:

    bellissimo il pezzo sulla publichka!

  4. mesjac ha detto:

    INFAME!!! Lo sapevo che avresti ritirato fuori la storia del bollitore!!! Alla fine gliel’ho pure ricomprato più bello, e Sedicinove ha passato un intero pomeriggio a scrostare la plastica dai fornelli (grazie) rischiando di sembrare un colne della Sgnaolin!

  5. mesjac ha detto:

    clone

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