Dicevo che il pezzo …

Dicevo che il pezzo del 26 dicembre – quello lungo e palloso intitolato “Buon 2001 (maledetto)” – sarebbe dovuto servire come una specie di introduzione a una cosa più grossa e ancora più pallosa. E’ quella che segue (e seguirà nei prossimi giorni, se non mi stancherò prima). Si tratta di un tentativo di ricostruire, a partire da un’ottica del tutto individuale e autobiografica, il passaggio epocale dell’estate 2001. Tre mesi: due “esplosioni” inframmezzate da una pausa di silenzio.
La prima parte, qui sotto, parla di luglio. E’ un pezzo che – in una versione leggermente diversa – ho già messo sul blog la primavera scorsa. Qualcuno l’avrà già letto ed esclamerà “che palle! Ancora?! Ma basta!”, Chiedo scusa, ma non ci posso fare niente: “Luglio, agosto, settembre (nero)”, come risulta chiaro già dal titolo, deve per forza partire da luglio.

LUGLIO, AGOSTO, SETTEMBRE (NERO)

I. Luglio 2001 – Genova

 

1.

La prima cosa che colpisce – molto concretamente, sulla pelle – è il calore del sole: la carne comincia subito a formicolarci, a friggere. Mi dico: va bene, probabilmente mi scotterò, ma forse finalmente mi abbronzerò anche un pochino, così la smetteranno di prendermi in giro.

Ci incamminiamo. Il paesaggio da dietro le lenti scure è un po’ squallido, a parte il luccichio del mare alla nostra sinistra, esagerato e pagano come sempre.

Poi iniziano i canti, le urla. Qualcuno, prima, aveva detto che sarebbe stata una cosa triste e silenziosa. Qualcun altro aveva aggiunto: “Dovrà esserlo – siamo seri”.

Invece no. Apriamo sempre di più le nostre bocche impastate, strofa dopo strofa, finché il sole non ha comincia a luccicare sulle nostre otturazioni.

Andiamo avanti così per molto tempo, ingrossandoci a ogni incrocio, a ogni piazzetta, per un tempo annullato che può essere contato indifferentemente in ore o giorni. È mattina? È pomeriggio? Chissenefrega. Il sole, a sbirciare nella sua direzione, sembra proprio che l’abbiano inchiodato in quel pezzo di cielo sopra le nostre teste.

 

2.

Sturla. Immobili in quel magma di corpi glassati di sudore, adesso sembriamo davvero una mitologica moltitudine. E dove noi finiamo, sopra le punte dei capelli, lo spazio si riempie di un vocio abnorme, in continua esplosione. Qualche finestra si apre, qualcuno ci indica col dito puntato e il bambino tenuto in braccio guarda più il dito che noi. Una vecchia saluta. La parte superiore di un uomo nudo si sporge da un balcone, lancia grandi secchiate d’acqua. La nostra disidratata gratitudine verso quello strano centauro, metà essere umano e metà ringhiera, sale a ondate, istericamente.

Ma perlopiù le case si sono abbottonate, rinchiuse, contratte in modo innaturale, come chi cerchi inutilmente di non ascoltare una storia che gli è sgradita tappandosi con forza muscolare le orecchie e strizzando gli occhi.

E  mi sembra che siamo noi, adesso, la storia sgradita.

 

3.

A volte le cose ci mettono un secondo a trasformarsi. Un passo prima si era come nel sonno, un passo dopo si picchia contro spigoli e sporgenze. Rosalinda corruga la fronte. Si ferma di colpo. Si sfila un auricolare del walkman, mi guarda seria e dice: “Alla radio dicono che la polizia ha appena caricato la testa del corteo”.

 

Si va tutti avanti, ostinati. Le notizie dal fronte circolano di bocca in bocca, sempre più terrorizzanti, e allora noi ci si dice: cazzo, cerchiamo di racimolare anche le ultime briciole di coraggio o di imprudenza, continuiamo. Non diamogliela vinta. E queste parole dobbiamo urlarcele l’un l’altro accostando le bocche alle valve delle orecchie. È difficile capirsi, se due elicotteri ti ronzano proprio sopra la testa.

 

Boccadasse, Lido d’Albaro, Corso Italia. Corso Italia: da una parte una muraglia altissima, dall’altra il mare. Nessuna via di fuga.

Fulvio mi fa segno di guardare in alto. Caserma. Su un’altura scintillano gli elmi blu.

Faccio incontri inaspettati: “Pamela! Anche tu qui!”

“E già. Come ti sembra la situazione?”

“Una merda.”

 

Arriva di corsa un uomo. È sconvolto, grida: “Fermi, avanti duecento metri è un macello! La polizia sta caricando!”. “Chi è che sta caricando?”. “Il corteo! Picchia tutti indistintamente!”.

E allora ci fermiamo. Impossibile andare avanti, tornare indietro, girare a destra, svoltare a sinistra. Solo stare fermi, avanzare di uno o due passetti, faticosamente, migliaia di schiene contro migliaia di pance, migliaia di braccia contro migliaia di braccia.

 

4.

In cima a una stradina laterale di destra, chiusa da un cancello, spuntano altri elmetti luccicanti. Passa un ragazzo: tiene in mano una bottiglia, un foulard sulla bocca. Cerca un varco tra i nostri corpi. Qualcuno si ritrae spaventato. Qualcun altro gli urla di andare affanculo, figlio di puttana. Gli elmetti luccicanti a quel punto avranno forse stretto le impugnature dei manganelli, contratto l’indice sul grilletto dei lanciarazzi.

 

Grida concitate, una sirena. Un’ambulanza arriva facendosi largo tra di noi. Sembra in preda a una terribile urgenza. Mi passa proprio di fianco. Due cose attirano la mia attenzione. La prima è che non si tratta di un’ambulanza ordinaria, ma di un comune furgoncino bianco su cui hanno scritto “Servizio Sanitario GSF”. La seconda, che le hanno completamente fracassato i finestrini. Da quelle aperture dentellate posso scorgere le facce dei suoi occupanti. Hanno le pettorine rosse, le mani sporche di sangue, gli occhi sbarrati. Subito viene anche a me di sbarrare gli occhi.

 

5.

Qualcosa deve aver dato uno scossone al corteo, come quando si dà un colpo di frusta, perché all’improvviso ci si mette a indietreggiare convulsamente, con le mani alzate.

 

“Stiamo scappando,” urla incredula una ragazza dietro di me, “stiamo scappando!”. Un’altra grida: “Fermi, sto cadendo, fermi!”. Mi metto anch’io a scappare, a dire scemenze. Penso: se uno adesso veramente cade per terra, che gli succede? Ma è il pensiero di un attimo, perché a soffermarcisi troppo, poi uno dimentica di fare attenzione ai propri piedi e casca per davvero.

 

Vicino a me un’anziana coppia si tiene a braccetto. Lui è basso e ha la barba grigia, lei sembra la mia panettiera. Sono terrorizzati, paonazzi per il sole e la tachicardia. Continuano a balbettare “Com’è possibile che ci facciano questo?”.

 

Mani alzate, ho detto. A guardarle meglio, si vede che strane forme stanno germogliando in cima ai palmi, strani fiori rivolti verso l’alto, dove ancora volteggiano gli elicotteri. Sono i nostri diti medi.

 

6.

A ritroso, in massa sparpagliata. Le facce sono spugnose per la paura, la rabbia e la tristezza. I tre elementi si mescolano tra noi in proporzioni differenti. Per me soprattutto rabbia e paura. Un sinolo inestricabile di roba fusa insieme in forma di magma e merda. Il bisogno di pisciare è quasi insopportabile, ma bisogna contrarre i muscoli e andare avanti. O meglio, tornare indietro.

 

Metà pomeriggio. Si torna verso via Caprera in disordine sparso, a manciate. In tutto, qualche migliaio di persone che camminano sempre più lentamente. Uno vicino a me brontola che “non hanno rispettato il nostro diritto di manifestare”. Un altro si gira, batte le mani, incita: “Su, ragazzi, dai”. Fulvio lo guarda, mi dice: “Secondo te a quello se gli spacco il culo a calci faccio male?”

“No, ma è meglio se lasci perdere.”

“Oh, cos’è quel fumo?”

“Oh, cazzo.”

 

7.

A un centinaio di metri da noi la gente si mette a correre. Il coglione di prima grida “Non è niente, andiamo avanti, sarà qualcuno che ha acceso un fuoco sulla spiaggia!”.

Fulvio: “Guarda che quelli sono lacrimogeni!”

Il coglione: “Ma no, sarà un falò!”

Fulvio: “Ma vattene un po’ affanculo!”.

 

Andiamo avanti. Io e Fulvio ci guardiamo e all’unisono, senza parlare, ci infiliamo gli occhialini da piscina e il foulard.

Il fumo sembra diradarsi, la gente davanti a noi si ricompone.

Il coglione: “Visto? Non era niente”.

Fulvio ed io gli occhialini ce li teniamo, per il momento.

Arriviamo. Mi giro verso sinistra. C’è una stradina in salita, stretta e ripida. Attraverso gli occhialini un po’ appannati faccio in tempo a scorgere gli elmetti blu che scintillano sotto il sole. Un momento dopo partono i lacrimogeni. La gente si scompone, urla, si butta furiosamente verso destra. Veniamo travolti, trascinati via. A destra c’è un muro. Ci si schiaccia l’un l’altro contro quel muro. Qualcuno cade per terra. Rosalinda tossisce e stringe gli occhi. Gli occhialini non ce li ha mica, lei. Allora la afferro per un braccio e mi metto a correre come un cretino. Usciamo dalla nebbia. Aspettiamo che escano anche gli altri del gruppo.

Ci siamo tutti. Il coglione è ammutolito. Fulvio si sfila gli occhialini smadonnando ad alta voce. Tossiamo, la pelle ci brucia. Cerchiamo di lavarci le braccia e il petto. È il gas C.S., mica cazzi!

 

8.

Sturla, prima del tramonto.

Siamo dall’altra parte della città, rispetto a dove dovremmo essere. Mentre la folla dei manifestanti ci sfila di fianco, diretta ai pullman, cerchiamo di capire dove si trova lo spezzone milanese del corteo, quello con cui dovremmo tornare. Si cerca di telefonare, ma i cellulari funzionano a singhiozzo. Veniamo a sapere che è molto più avanti e sta contrattando con la polizia la strada per la stazione. Ora ci tocca rifare daccapo la strada. O in alternativa di trovare un posto dove passare la notte.

“C’è una scuola dormitorio, in centro. Se ci va male e non ribecchiamo il gruppone, possiamo andare lì.”

“Fa’ vedere la cartina… Dov’è?”

“Qui. Via Battisti.”

“No, prima proviamo a raggiungere gli altri.”

 

Deciso. Ci mettiamo a correre. Via Cavallotti, Boccadasse, Lido d’Albaro. Tutti quelli che incrociamo vanno nella direzione opposta, verso piazza Sturla. Ci fermano, dicono: “Non andate verso il centro, che la polizia sta facendo i rastrellamenti”. Questa cosa dei rastrellamenti, in particolare, ce la ripete più d’uno. Ci domandiamo se stiamo facendo una cosa intelligente, a ributtarci in bocca a quelli lì.

Ripassiamo dal posto dei lacrimogeni. Adesso non c’è nessuno, si passa tranquillamente.

I rastrellamenti. Verrebbe da ridere, da dire “Dài, mica è un film con la Wermacht e i Marines!”. Un elicottero ci ronza costantemente sulla testa. Sembra che ce l’abbia proprio con noi, che ci stia dando la caccia. Ovviamente non è così, è solo una mia paranoia. Ma d’altra parte chi può dire cosa può succedere, da qui in poi, e se è ancora possibile rintracciare un confine tra la fantapolitica e la realtà? Per il troppo caldo, mi dico, alla nostra svaccata democrazia si è sciolto il trucco, e da sotto è saltata fuori la sua vecchia, vera faccia. Che è luttuosa, feroce e fascista.

 

9.

Poi, contro ogni speranza, ecco il nostro gruppone, che avanza serrato lungo Corso Italia.

Facciamo cordone anche noi ultimi approdati, a turno, con l’assurda impressione di doverci guadagnare pericolosamente ogni metro di quel campo di battaglia non regolamentare per cui nessuno di noi immaginava di essere stato arruolato.

Il servizio d’ordine: “Più veloci!”, “Rallentate!”. E che cazzo, non ho ancora pisciato.

Finalmente il sole picchia di meno, ma le mie braccia sono ormai belle cotte.

Corso Marconi. Una carcassa d’auto incendiata, negozi devastati, vetri ovunque. Siamo in tanti, eppure all’improvviso non parla più nessuno. Stiamo entrando nel centro del gran casino.

 

Gli sbirri. Ovunque ci si giri, si vedono luccicare quei loro caschi blu o neri. Un blindato ci si accoda, un altro ci precede. Ai lati, altri sbirri. Ci guardano sfilare.

Si resta tutti zitti, come se nessuno avesse il coraggio di aprir bocca, come se una sola parola detta a voce troppo alta potesse scatenare nuova violenza. Ci guardano sfilare e perlopiù hanno espressioni vuote. Alcuni sembrano stanchi. I pochi che portano in faccia un sottile sorrisetto non hanno la divisa, sono in borghese e stringono in mano ricetrasmittenti o macchine fotografiche. Li guardo con la coda dell’occhio destro e un ondata di odio purissimo mi monta dentro, nello stomaco, irresistibilmente.

 

10.

Un tipo alto e grosso come un armadio, con una gran barba, è l’unico di noi che non ha mai smesso di parlare. Mentre passiamo davanti a quegli ufficialetti in ghingheri, alza il vocione da sega elettrica e si mette a sbraitargli contro: “Fate l’ammòre! Fate l’ammòre!”. Dalla folla, in risposta, un coro unanime di “Ma piantala, pirla!”. Il gigante si offende: “Ma io non ho detto niente di violento! Ho detto ‘fate l’ammòre!’”. “Ma va’ a cagare!”.

Torna il silenzio.

Davanti a noi si profila la muraglia di container. Fanno impressione, davvero. Sembra impossibile che qualcuno possa aver avuto un’idea così. Recinti di ferro e muraglie di lamiera. Dico a Rosalinda: “Questi sono pazzi”. Mi risponde: “No. Sono come i Pinochet, i Videla, i Massera. Fascisti”.

 

In quel silenzio esplode una voce isolata: “Assassini! Assassini!”. Un istante dopo, con tutta la voce che ci resta, siamo in migliaia a urlare la stessa parola. E mentre anch’io urlo, fino a sentir male alla gola, sento che quella vibrazione furiosa sta risuonando anche nelle orecchie di quegli altri. Penso che, con tutta la loro arroganza e le loro corazze, se avessero un briciolo di intelligenza dovrebbero cominciare a preoccuparsi. Che se oggi possono anche convincersi e raccontare di aver vinto, da domani ci saranno migliaia di persone come me – agguerrite, ferite, incendiate di rabbia, in attitudine di combattimento. Che tra ieri e oggi è scoppiata la guerra civile.

 

Assassini! Assassini! Assassini! Assassini! Assassini! Assassini! Assassini!

 

11.

Il treno attracca. Milano Porta Garibaldi, è buio e le zanzare pungono di brutto, quando saltiamo giù dalla carrozza. La stazione è semideserta. Afa indonesiana come sempre.

Qualcuno si saluta, si dà appuntamento per l’indomani. In fondo al binario uno sparuto gruppo di persone ci coglie alla sprovvista con un lungo applauso. Il coglione sorride e si mette ad applaudire all’unisono con loro.

Fulvio: “Quello lì è proprio un deficiente”.

Io li guardo in faccia, questi milanesi qui che sono venuti ad aspettarci alla stazione per confortarci. Sono facce normali, di quelle che incroci in cortile o per strada. Provo in silenzio una scalmana di gratitudine.

 

Saluto tutti. Resto solo. Vado a prendere il tram. La giornata è finita.

 

12.

Quella sera, tornando a casa dalla stazione, sono passato davanti all’Hollywood. L’Hollywood, per chi non lo sapesse, è un locale molto noto di Milano – una specie di discoteca molto à la page, frequentata da vip di ogni risma – o almeno questo è quello che si diceva una volta. Magari adesso non è più così, ma chissenefrega. Comunque sia, nel passarci davanti ho dovuto fendere un piccolo gruppetto di avventori che si erano assiepati sul marciapiede davanti all’ingresso. Parevano molto allegri, su di giri, un po’ cocainizzati. Di sicuro erano molto fighetti. Ridevano, chiacchieravano. Io gli sono passato in mezzo col ghiaccio in cuore, per tutto quello che era successo in quei due giorni di merda. Ho provato un senso atroce di estraneità. I nostri piedi stavano calcando il medesimo asfalto, ma appartenevamo a mondi separati, incomunicanti.

La strada, i binari del tram, i palazzi con le finestre illuminate. Un sabato sera di luglio apparentemente come tanti altri.

Sono salito sul Nove, mi sono seduto zitto zitto. Ho pensato.

Domani comincia una nuova storia.

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7 risposte a Dicevo che il pezzo …

  1. anonimo ha detto:

    ogni tanto mi scordo dei blog…oppure li attraverso sensa curiosità , ma il tuo , come quello dell’amico
    Alderano , è irrinunciabile
    (pippilotte)

  2. razgul ha detto:

    Grazie, Pippilotte.

  3. nike ha detto:

    impossibile dimenticare. anche io non sono più la stessa da quel luglio.

  4. razgul ha detto:

    Oh, Nike, hai notato chi incontro nel terzo paragrafino?

  5. anonimo ha detto:

    certo certo, ma il particolare non mi era sfuggito nemmeno nella precedente versione!

  6. alderano ha detto:

    ciao razgul. quei giorni sono incancellabili, e mi fanno aggricciare lo stomaco ogni volta. anche stavolta, ho tutto addosso di nuovo. tutto.

  7. dakko ha detto:

    grazie per avermi fatto ricordare demetrio stratos

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