BUON DUEMILAUNO (MAL…

BUON DUEMILAUNO (MALEDETTO)

C’è che parto per il mare, e allora voglio solennemente inaugurare le mie due settimane di meritata vacanza da tutto (me stesso compreso) sbudellandomi pubblicamente attraverso il mio blog.
Si dice che la fine dell’anno è tempo di consuntivi e previsioni. Ma anche senza voler a tutti i costi aderire al luogo comune, da un po’ avevo voglia di ripensare ad alta voce a certe cose del mio passato, per chiarirmi le idee su quello che mi aspetta, su quello che viene. E scriverle qui, in un certo senso, è proprio come dirle ad alta voce.
Sono consapevole del fatto che in questo non manca una certa dose di esibizionismo. Detto questo, per fortuna non sono tanto presuntuoso da credere che i cazzi miei debbano per forza interessare ed entusiasmare le masse. Anzi, lo dico subito: è una bella vomitata verbale, quella che segue, lunga, noiosa e incompiuta. Ha una sua ragion d’essere soprattutto perché mi serve da introduzione a un’altra cosa più grossa che sto scrivendo. Perciò se arrivi a leggere fino a qui e in questo punto ti fermi va benissimo, visto che esattamente qui vado a dirti la cosa più importante: e cioè che ti auguro di passare qualche giorno sereno e riposante (senza smettere l’atteggiamento inarreso, insurrezionale) e ti abbraccio affettuosamente.
Arrivederci ai primi di gennaio.
Raz

I. Ce n’est qu’un début

A un certo punto ho perso tutta la matassa del passato – i ricordi, le nostalgie, i rimpianti – e li ho seppelliti. Quand’è stato?
Prima avevo nostalgia di tutto, continuamente, avvertivo lo scorrere del tempo con un dolore quasi fisico. Poi, di colpo, ho smesso, così come si smette di fumare.
Dev’essere stato non molto tempo fa, in un’era che adesso mi sembra remota.
Eppure mi ricordo ancora bene com’ero, come sognavo di notte gli amici antichi, mi ricordo la sofferenza di averli persi per strada, la sofferenza anche dopo tanti anni, proprio come una ferita che si rifiutava di rimarginarsi.
Quand’è stato che la ferita si è cicatrizzata?

Il duemilauno per me si era aperto con una petroliera affondata che rischiava di devastare le isole Galapagos. Le Encantadas di Melville, che “rifiutano asilo persino ai più derelitti degli animali” e il cui spirito sembra gridare “Pietà di me, e mandatemi Lazzaro, che possa immergere la punta del dito in acqua e rinfrescarmi la lingua, perché in questa fiamma sono tormentato”, ma anche la terra d’incanto della mia infanzia (ah, le fotografie a colori fasulli sull’enciclopedia della zia…).
Anche i preparativi per trasferirmi a Milano con la mia ragazza, i tanti microtraslochi di libri, cd e cazzate inutili da salvare… Tutt’intorno, i cieli che ruotavano veloci, le giornate invernali che agonizzavano in una luce sempre più dispiegata, più precisa.
Di andare via di casa avevo un po’ paura – lasciare le cose conosciute, la comodità di delegare molte responsabilità – e nello stesso ero certo che non avrei potuto continuare così senza perdermi definitivamente.
Imprevedibilmente, le lusinghe di quella stessa provincia da cui avevo sempre voluto scappare… “tròvati una casa qui, in mezzo al verde, vicino a quelli che ami… Milano, il caos, l’inquinamento, la cattiveria, il traffico… non potrai più andare sul Ticino in bici quando ne avrai voglia, non potrai vedere la zia, la Sara, il Fulvio quando ne avrai voglia…”.
Invece ce l’ho fatta, a metà aprile ho salutato la vecchia casa. Certo ho salutato anche il papà e la mamma, ma non mi ricordo tanto bene. Dev’essere stata una cosa sbrigativa, un po’ imbarazzata.
La prima sera a Milano, nella casa nuova, per un attimo mi è persino venuto il magone. Mentre aprivo il frigo per cercare chissà quale compensazione colesterolica, mi sono reso conto che tutta la mia vita precedente era definitivamente archiviata. Non era più il presente un po’ monotono e triste che si trascinava di giorno in giorno. Era diventato il passato.
Ci ho dormito sopra. Il mattino dopo mi sono risvegliato in preda a un’inattesa euforia, a un senso di libertà completamente opposto al panico di poche ore prima.
Ho smesso di prendere il treno tutti i giorni, perciò le note quasi giornaliere che buttavo giù durante il viaggio sui miei quadernetti (i sostituti del diario personale) si sono diradate. Prima, nella mia vita da pendolare, ne facevo fuori in media uno ogni quattro-cinque mesi. L’ultimo prima di quello che sto usando adesso mi è durato un anno.

II. La vigilia

Sì, credo che sia successo tutto – o che tutto abbia cominciato a succedere – in quei primi sei mesi del duemilauno.

Ricordo le mie letture di allora. Saggi sul Wto, sull’Ezln, mucchi di documenti sul primo Forum Sociale. Dai moti di Seattle qualcosa mi era come smottato dentro. Ora – mentre sui giornali si facevano previsioni sull’entità della catastrofe ecologica delle Galapagos – percepivo acutamente l’imperativo morale e l’urgenza di approfondire quello che stava succedendo per davvero, nel mondo di qua. Sentivo montare tutt’intorno un brusio di rabbia e indignazione come non l’avevo mai sentito prima, e scoprivo con stupore che era identico a quello che covavo in me, in latenza, da tanto tempo. Per la prima volta avevo l’impressione di afferrare la storia in sincronia, di esserci dentro, nel presente e con tutta l’anima.
È stata una fulminante, personale rivoluzione copernicana, e forse anche per questo, senza neanche rendermene conto, ho seppellito le mie carcasse.

Perché di fatto, da molto tempo ero lontano dalla politica. “Di sinistra”, certo, antifascista e da sempre – per natura, temo – schifato dal consumismo e dalla mercificazione della vita. Ma anche orientato su tutt’altre cose, su riflessioni sui generis esistenzialiste.
Erano i favolosi anni Novanta, gli anni del clintonismo e del centro-sinistra. Della trionfale avanzata neoliberista. Mi ricordo che a volte facevo lunghe passeggiate per i boschi del Ticino con la zia, e lei mi parlava con foga e irritazione delle politiche liberiste messe in atto dagli “ex-compagni” al governo. Mi diceva dello schifo crescente che le provocavano, pronosticava – o forse sarebbe meglio dire si augurava – una futura crisi culturale della sinistra. Ma io allora pensavo ad altro.
So che potrebbe suscitare ondate irrefrenabili di riso: meditavo su questioni “teologiche”. Ero incendiato da un intenso furore anticlericale e da un’altrettanto intensa ansia metafisica. Le pagine dei miei diari di quegli anni, a rileggerle, sembrano quasi un monografico su Dio. Il che, per un agnostico come me, non è poco.

Poi è venuto giugno, il mese più bello, quando incomincia l’estate, le giornate si allungano e le scuole finiscono.
Percorrevo la circonvallazione nel quieto ronzio della sera, con indosso finalmente solo la maglietta leggera, e le luci dei lampioni che si accendevano con uno sbuffo pigro mi schiumavano in bagliori gioiosi sulla coda dell’occhio.
Arrivavo, lasciavo come al solito la macchina a un quarto d’ora di distanza, facevo tutto il percorso con le labbra accese, sgambettando tra le merde di cane. Davanti alla porta Marco e Angelo mi aspettavano con la lattina di birra già mezza succhiata in mano. Entravamo nel cortile gremito, dove il fumo delle sigarette e il brusio delle voci si mescolavano in grumi di nebbia sopra le nostre teste sudaticce. Ci sedevamo tutti stretti su certe panche durissime, che squadravano le chiappe e infliggevano fitte di dolore
ai nostri culi. Iniziava la discussione feroce, le mani si alzavano, Marco gradualmente incrudeliva i propri commenti a bassa voce e Angelo cominciava a sorridere sghembo, con la sua aria un po’ angelica. Ma lui è un saggio e Marco un rigoroso materialista, io mi perdo a guardare un enorme, stupido, buffo cane lupo che scivola tra le gambe di noi umani inseguendo odori di piedi, ascelle, mozziconi…
Poi discutevamo lungamente tra noi, nel guscio della notte sempre più spessa:
“Guarda, alla fin fine io se vedo che buttano giù le vetrine di un mcdonald’s ci godo…”
“Che cazzo dici? Non capisci che così si fa un favore alla polizia? Disciplina, ci vuole, organizzazione, non quelle cagate velleitarie che servono solo a scandalizzare i miei vicini di casa.”
“Eh, sempre la tua disciplina, ma smettila di fare il veterostalinista.”
Marco s’incazza: “No, sei tu che sei un anarchico infantilista!”
Angelo, sorridendo di sghembo: “Secondo me avete ragione e sbagliate tutti e due…”.

È stato così che, quasi senza accorgermene, sono scivolato dentro luglio.
Il luglio del duemilauno.

[…]

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3 risposte a BUON DUEMILAUNO (MAL…

  1. anonimo ha detto:

    …e poi?

  2. ostinAzione ha detto:

    mbè, come vomitata niente male, stai meglio?altrimenti si può ripiegare su un bel te al limone…auguri…

  3. anonimo ha detto:

    va bene che ho scritto che non amo visite di cortesia o commenti di scambio, ma non ho scritto di essere anche maleducata. quindi, volevo ringraziarti. dal poco che ho letto (ma tornerò) il tuo apprezzamento mi fa molto piacere. a presto. bianca

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