Beata Teresa di Calcutta?

Credo che possa essere interessante, in occasione della beatificazione di Madre Teresa di Calcutta – mentre i giornali e le televisioni si riempiono di lacrimevoli sbrodolate agiografiche – andarsi a ri/leggere il libro d’inchiesta del giornalista statunitense Christopher Hitchens La posizione della missionaria. Teoria e pratica di Madre Teresa (Minimum Fax, 1997).
Qui di seguito riporto alcuni estratti della recensione uscita (a firma di Maria Grazia Meda) sul numero del 10/12/02 della “Repubblica delle Donne”:

“…come si può adorare una donna che, ricevendo il Nobel per la pace, ha pronunciato un discorso nel quale la frase clou era: “L’unica, vera minaccia alla pace nel mondo è l’aborto”? Che intrattiene relazioni di amicizia, e sostegno politico, con dittatori sanguinari quali gli haitiani Duvalier? Dov’è la credibilità di una persona che proibisce l’uso delle medicine più comuni nei “suoi” ospedali, ma si fa curare nelle migliori cliniche private della California? (…) Perché, di tutti i milioni di dollari affluiti nelle casse dell’Ordine, neanche un centesimo si trova nel posto più logico, ossia nelle banche di Calcutta? In effetti, a quest’ultima domanda Hitchens aveva già trovato risposta. Per intuire quale sia, basta riflettere sul fatto che il Governo indiano è molto rigido in materia di contabilità delle organizzazioni no profit: per legge, tutte le donazioni e i conti devono essere resi pubblici. Per le altre domande, il saggista andò in India a incontrare Madre Teresa. Non senza aver letto, prima, un rapporto pubblicato nell’autorevolissima rivista scientifica The Lancet: un lungo articolo, nel quale un medico esponeva le condizioni sanitarie dei vari “ospedali” creati dalla suora. Il resoconto era raccapricciante: i malati sono ammucchiati per terra o su brandine sporche, lo stesso ago è riutilizzato finché non si rompe (alla faccia delle più elementari regole di igiene), non c’è personale specializzato, non è prevista alcuna terapia del dolore né alcuna forma di training medico per le sorelle che accudiscono i non morenti, nessuno è in grado di fare una diagnosi e quindi di salvare una persona.
Tutte informazioni che Hitchens verificò in prima persona. E soprattutto un fatto lo sconvolse: Madre Teresa non ha mai avuto la più lontana intenzione di curare gli altri, di alleviare fisicamente le loro sofferenze. Anzi, uno dei cardini della sua dottrina è basato proprio sul dolore fisico: Gesù ha sofferto sulla croce, ergo i suoi figli devono fare altrettanto. Indipendentemente dalla loro volontà. Nel suo libro, e nelle decine di interviste rilasciate dopo la pubblicazione, Hitchens riporta le testimonianze dei volontari e delle tante sorelle che hanno abbandonato l’ordine. Storie sempre uguali: non accettavano più di vedere soffrire fisicamente i malati, sapendo che esistevano i mezzi per alleviarne il dolore. Non sopportavano più di non potere comprare antibiotici specifici per curare la tubercolosi di tanti bambini. Né che un paziente facilmente curabile non fosse mandato in un altro ospedale perché “altri avrebbero potuto chiedere la stessa cosa”. Erano disgustati dal dover battezzare di nascosto i morenti. O dal veder rifiutata la costruzione di un ascensore, offerta dal Comune, in un rifugio per i poveri nel Bronx, perché allo spostamento dei disabili “avrebbe provveduto il cielo”. Non capivano perché, con tutto il denaro raccolto, non si potesse costruire un ospedale efficiente. Né perché Madre Teresa si buttasse, con una foga da crociato, nel referendum contro il divorzio in Irlanda, ma rilasciasse interviste nelle quali benediceva con giubilo la fine del matrimonio della sua amica Lady Diana. Erano esterrefatti dall’esperienza di alcune sorelle romane, le quali, trovandosi con troppi pomodori, avevano deciso di farne conserva. Che fu buttata, in quanto segno di sfiducia nella provvidenza divina. Se questi episodi fossero decontestualizzati, fornirebbero materia eccellente per qualche gag di humour nero. Ma Hitchens non è un umorista e noi, leggendolo, non possiamo ignorare la domanda che sottende tutto il libro: Madre Teresa era davvero una santa? O piuttosto era una dogmatica integralista, che usò i poveri e i morenti per lodare e promuovere una forma di religiosità spietata, intollerante e probabilmente estranea alla maggior parte dei credenti?”

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2 risposte a

  1. sobol ha detto:

    tutti a capo chino, nessuno che abbia espresso un pensiero diverso, un DUBBIO, qualche domanda, mi domandavo ieri sera, dopo una giornata di tg, che fine avessero fatto gli atei in questo paese…

  2. razgul ha detto:

    Sobol, bello sentirti! Eh, come vedi faccio quello che posso, ma madre teresa è talmente innervata nell’immaginario collettivo… Qualsiasi tentativo di analisi della sua figura che non sia la pura agiografia in stile clerical/sovietico si scontra con un tabù culturale pazzesco, fortissimo.

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