LEE KYANG HAE

Lee Kyang Hae era un muso giallo, un allevatore di vacche sudcoreano. Io non so come viveva, se aveva una famiglia. Stento a pronunciare il suo nome. So però per certo che a differenza di tante altre persone – vaccari o no – aveva una coscienza per sentire le ingiustizie, due occhi per individuarle, un corpo su cui sperimentarle. Lee Kyang Hae era un militante del sindacato degli agricoltori del suo paese.
Ieri Lee Kyang Hae era a Cancún, per protestare contro il neoliberismo e le sue materializzazioni organizzate. Contro il WTO. Anch’io vorrei essere là.
Ieri Lee Kyang Hae si è suicidato davanti alle fortificazioni che proteggono gli agenti Smith del Capitale, con un gesto dirompente, “assurdo”, dostoevskiano, urlando a suo modo che 2 + 2 fa qualsiasi cosa tranne 4.
Diranno che era un matto, che è stato un gesto senza senso. D’altra parte, chi se li incula più, i bonzi vietnamiti? Se usi la parola “bonzi” oggi scoppiano a ridere, è un termine ridicolo, andrebbe bene per un personaggio di Zelig. Jan Palach? Mah. Sarà un tennista.
Io dico che forse non possiamo avere idea della quantità di dolore e di disperazione che si annida dentro le urla della protesta.
Cos’ho scritto? Che si è suicidato? Ah, no – ho sbagliato. Lee Kyang Hae è stato ucciso.

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