Milano-Kitezh A/R

In montagna abbiamo camminato in perfetta solitudine. I cardi, le merde di vacca con il loro profumo miracoloso, gli insetti. Una vipera, buttata lì di sbieco sul sentiero, tra le foglie, imbambolata dall’ombra. Poi improvvisamente la boscaglia finiva e la prospettiva colava giù ripida fino alle macchioline incerte dei ruderi, a valle. Il vento spazzava via le nostre voci. Ci sedevamo, mangiavamo le nostre scatolette. Tutt’intorno nessun altro, nemmeno per sbaglio.

Sono tornato a Milano. Una sera ho attraversato i Navigli per tornare a casa. Poco traffico dappertutto, tranne che lì, nel buco del culo in declino della Milano alcolica. Ho pensato: eccola qui, la mia generazione, con le scarpette con cui si crede più bella, con la camicia in cui si sente più viva. E a un tratto mi ha fatto pena, tutto quel grumo carnoso di trentenni, cresciuti a cartoni animati, vittime soddisfatte di riflessi condizionati, fighetti ma tanto tristi.

Il notiziario. Bomba a Baghdad, bomba a Bombay: sembra una filastrocca onomatopeica. Cazzo, penso, com’è facile di questi tempi saltare in aria. Ah, ma qui da noi la situazione è più tranquilla. Siamo l’élite del mondo, abbiamo la carta da culo, l’acqua minerale.

Il mondo del calcio mi faceva cagare anche prima. Adesso che il marciume è venuto fuori, mi chiedo come si possa continuare a far finta di niente, a sventolare la bandierina come pirla… A proposito: com’è che tanti compagni sono pronti a boicottare Esso, Nestlé, Nike, Microsoft e persino la pasta Barilla perché fa tanta pubblicità sulle reti Fininvest, ma non li sfiora nemmeno l’idea di un bello sciopero del tifo? Del tipo: “Smetto di tifare finché quella testa di cazzo del presidente della nota squadra… sarà anche il presidente della nota ex-nazione a forma di stivale…”.

Il sentiero era tutto cosparso di certe strane chioccioline lilla. Di quel colore non le avevo mai viste. Ogni tanto mi accovacciavo stupito a guardarle vivere in quel loro modo lento e silenzioso. Pensavo: ecco, se io adesso mi facessi cadere piano sul fianco sinistro, se assumessi una postura fetale anche solo vagamente simile al guscio di una chiocciola… Se mi fermassi qui, sul terriccio, zitto, senza pensieri, lontano da tutto…

Ma no, bisogna tornare. Per forza. E’ la vita che preme per entrarti in casa, dopo la parentesi ingannevole dell’estate. Come potremmo fare a meno del cinema con gli effetti speciali, delle birre medie a 6 euro e venti, dell’editoriale del Corsera, dell’ennesimo kamikaze di Hamas con un taglio di barba osceno?

Scrivi, scrivi, poi pensi “Ma che cazzo vuoi dire con questa lagna deprimente? Ma basta. Ma perché scrivi ‘ste cose che neanche a diciassette anni… E perché le scrivi qui? Per farti leggere?”
Va bene, lo ammetto. Questa sera ero un po’ di cattivo umore. Stupidaggini, niente di serio.

Però ho anche delle cose da raccontarvi, che sono serie e piacevoli. Se pazientate ancora un pochino… (vero, Nike? ;-)).

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2 risposte a Milano-Kitezh A/R

  1. ChicaVQ ha detto:

    Ma chi lo dice che “bisogna tornare”?
    Dove sta scritto?
    Bisogna fare solo quello che si vuole fare, abbiamo l’unico dovere di inseguire i nostri sogni e di vivere come più ci piace. Non è così semplice? Sì che lo è.

  2. razgul ha detto:

    Mmmh… a volte, sai, credo che non sia così semplice. Magari è che uno si sta preparando a qualcosa di meglio, e nel frattempo è costretto a barcamenarsi come meglio può nella quotidianità un po’ puzzolente.

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