GIUGNO 1989 (IV)

La mattina dopo è toccato a me (facevamo a turno) alzarmi presto e andare ad aprire i cancelli dell’oratorio. Mi è toccato far recitare la preghierina ai bambini, mi è toccato farli giocare. Il tempo si era un po’ guastato, l’aria era opaca, una leggera foschia faceva sembrare grigia e appiccicosa l’erba del campo di calcio.

Quella sera ci siamo riuniti nella chiesa dell’oratorio per una specie di veglia funebre. Il prete parlava con una voce spezzata, zoppicante. A un certo punto non è riuscito a trattenere le lacrime. Ricordo che c’era una gran folla e che molti qua e là sulle panche piangevano sommessamente, con il fazzoletto premuto contro il naso.

Mi ricordo il funerale, il corteo che ha attraversato il paese fino al cimitero. Sembrava immenso. C’era il sole.
L’hanno provvisoriamente deposta nelle colombaie del seminterrato, al fresco e all’ombra. Sulla lastra di marmo hanno appiccicato una foto di lei scattata al mare, molto bella. Ci sono passato davanti piangendo come un vitello.
Dopo, chissà perché, hanno sostituito quella foto con un’altra meno riuscita.

È passato qualche giorno. Sotto la doccia ho improvvisamente afferrato il concetto di morte. Ho capito cosa significasse scomparire per sempre, senza ritorno. Un’illuminazione molto poco cristiana.
Ho letto da qualche parte che i bambini non riescono a concepire la morte. Se è vero, io ho cessato in quel preciso istante di essere un bambino.

Sono partito per la montagna con il Marietto, il Fede e altri ancora. Dovevamo allestire il campeggio dell’oratorio, falciare l’erba, ripulire il campo, allacciare le tubature dell’acqua potabile, posare i prefabbricati della cucina e del cesso, montare tutte le tende. Ci si svegliava alle sei e mezza, si faceva colazione con il lardo e il vino e si lavorava con qualche breve pausa fin verso l’ora di cena.
Il mattino che siamo arrivati mi hanno messo a verniciare un tavolo con la resina impermeabilizzante. Con un avanzo di vernice, sul fondo del tavolo ho scritto la data di quel giorno. 29/6/1989. Rileggendola mentre si asciugava ho subito pensato che era già passata una settimana, una settimana esatta.
Una giornata di sole. Sudato e affaticato, ho posato il martello e alzato lo sguardo fino alle nuvole che correvano sopra la cima del monte Pelmo. Mi è tornata in mente. L’ho quasi vista. La sua faccia come in quella fotografia, proiettata contro lo sfondo azzurro.
Ho sempre amato la montagna, soprattutto le Dolomiti.

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Una risposta a

  1. ChicaVQ ha detto:

    Mi hai strappato un pezzettino di cuore.

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