GIUGNO 1989

Nel giugno del 1989 in Cina si moriva per davvero, processati e giustiziati da una gerontocrazia mummificata e disumana per aver chiesto libertà e democrazia. Molto meno tragicamente, moriva anche l’ayatollah Khomeini. Qui da noi, più modestamente, furoreggiava il malinconico lamento di Raf, che si chiedeva cosa sarebbe rimasto degli anni 80. La conclusione, si sarebbe cantato poi, è che dagli anni 80 non si usce vivi.
Quanto a me, stavo vivendo un periodo di estatica meraviglia. La scuola era finita, avevo preso ottimi voti in quasi tutte le materie e non dovevo più pensare a niente fino a settembre.
Di giorno curavo i bambini delle elementari all’oratorio estivo, per cui avevo anche dipinto il cartellone dei punteggi. Si trattava più che altro di farli giocare e stancare in modo sano dalle otto del mattino alle quattro del pomeriggio, preghierina e pranzo comunitario compresi. Organizzavamo giochi pazzeschi nel campo di calcio, epiche battaglie con centinaia di ragazzini indiavolati e sudati che si rincorrevano, litigavano, scivolavano, si sbucciavano, piangevano e urlavano allegramente. Contrariamente ad adesso, mi abbronzavo da dio.
Di sera uscivo con gli amici – il Marietto, l’Alessio, il Fede, il Marco, lo Steve, il Bonnie pompiere, il Degio, il Budda, il Giovanni, il Robi (detto “il presidente dei rincoglioniti”) e il Devècc… Andavamo a bere una birra o in bicicletta fino a qualche anguriera persa nei dintorni, in mezzo alla campagna e alle zanzare.
Da poco, tre o quattro mesi al massimo, suonavo il basso nel gruppo del Marco. Avevamo in repertorio una sola canzone, “The gold, it’s in the…”, presa da un vecchio, brutto album degli amatissimi Pink Floyd. Non avendo ancora molta confidenza con il mio strumento, la suonavo incerto pizzicando il MI e il LA con il solo dito indice.

La sera del 18 giugno – era per coincidenza il giorno del mio compleanno – la eseguimmo di fronte a un pubblico di mamme, vecchietti e ragazzini durante la festa dell’oratorio. Poiché si trattò della mia prima esibizione dal vivo, si può dire che ho esordito come musicista rock di parrocchia.
Ricordo che tirava un po’ di vento e perciò mi ero fatto prestare una felpa da un ragazzo più vecchio. Questa felpa bianca, rossa e blu era enorme (all’epoca ero molto magrolino), eppure mi ci sentivo bene e a mio agio.

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