Fratelli e sorelle, compagni e compagne, slavisti e non slavisti… Insomma, tutti voi che per sbaglio o per errore capitate da queste parti in questi giorni afosi che nel prossimo secolo nessuno per fortuna ricorderà: mi piacerebbe tanto che dedicaste dieci minuti del vostro tempo e leggeste il pazzesco reportage del più grande scrittore italiano vivente – sto parlando di Antonio Moresco, ovviamente – sul paese più illogico che Dio o il Caso (o forse tutti e due insieme) abbiano partorito. Sto parlando della Russia, naturalmente. Con un senso della misura molto classico, lo scritto s’intitola Viaggio a Mosca; dopodiché comincia uno straordinario viaggio nel gorgo della modernità, in cui e da cui è impossibile scindere e isolare la (altissima) prosa giornalistica dalla memorialistica, la saggistica dalla narrazione.
Naturalmente la mia speranza è che i russisti diventino moreschiani, che i moreschiani vengano colti da passione lunatica per la Russia, che ogni persona di elevato intelletto diventi l’una cosa e si lasci compenetrare dall’altra, così che tutti insieme un giorno ci si possa trovare sulla Piazza Rossa (o in alternativa a Shushary) per recitare brani di Moresco a squarciagola tracannando bottiglie di Moskovskaja (o in alternativa litri di portvejn).

Per Sedicinove terremo da parte un cartone di grejpfrutovyj sok.

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2 risposte a

  1. sedicinove ha detto:

    Durante i giorni del Nord Ost ero anch’io in Russia. Ero spaesato e spaventato. Non dai ceceni, ma dal modo di pensare delle persone con cui parlavo. Nasha, nasha, nasha, nasha… sempre lo stesso aggettivo. Possibile che quando c’e’ di mezzo la Russia, non riesco mai ad orientarmi con lucidita’? Possibile che alla fine giustifico sempre tutto con la comoda definizione di “paese delle contraddizioni”? Ah… l’amour…

  2. pollywood ha detto:

    pubblicità blog snob
    a te che piacciono tanto le cosine che si muovono nei blogfine del faceto.

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