Milano la morta. Afa, smog, la pelle si vela di sudore e diventa appiccicosa. Sindaci imbecilli, giunte comunali di buzzurri, fascisti ed ex-maoisti riciclati in Comunione e Liberazione. I cani, tutti complessati, isterici, che possono correre solo nelle aiuole cacate e pisciate. Le merde di cane che costellano i marciapiedi. Via Torino e Corso Vittorio Emanuele sono invivibili, percorse da fiumane di gente abbrutita dallo shopping, ridotta a manichini pubblicitari delle più svariate firme. Le donne indossano orribili scarpe a punta, che perforano l’aria incattivita e planano sulle merde già pestate e ripestate. Gli uomini di una certa età indossano polo verdognole e naturalmente parlano di soldi. La gente si ammucchia all’esterno del tempio berlusconiano del cinema U.S.A. e getta. Tutti parlano col telefonino. A volte si ha l’impressione che l’interlocutore sia l’apparecchio stesso. Sembriamo tutti decerebrati. Facce di persone insoddisfatte, che si sforzano di apparire felici per non scoprire insoddisfazioni e infelicità: il che, si sa, è una cosa sconveniente. La sera esce allo scoperto l’happy hour generation. I locali si gonfiano quasi come i prezzi della birra o le pance dopo il terzo giro di focaccine. Si paga a caro prezzo, l’ora d’aria del venerdì e del sabato: con il delirio della circonvallazione e un parcheggio impossibile. E poi, una volta abbandonata in sosta vietata la latta fumogena costata un occhio della testa, una volta raggiunto il locale prescelto, fare la fila, aprirsi un varco tra le braccia fino a un tavolino libero incuneato come in un buco del culo. Sedersi e succhiare una birra del cazzo, nel frastuono di una canzone del cazzo, fumando una sigaretta del cazzo dietro l’altra finché l’atmosfera non è satura e velenosa. I Navigli, il Ticinese… Cammino un po’ appannato in mezzo a tutta questa carne. Qualcuno mi urta (lo spazio sui marciapiedi è poco e ingombro) e se ne va senza chiedere scusa. Non bisogna mai chiedere niente, a Milano la morta, neanche la direzione, il nome di una via: ti guardano spaventati, pensano subito che tu voglia dei soldi.
Me ne torno a casa, nel buio che si coagula intorno ai lampioni. Un barbone all’ex fermata SGEA di Viale Bligny succhia del vino da un cartone. Due ragazze molto carine si guardano le scarpette e per fortuna sono arrotondate in punta.
Una volta, quando potevo, salivo fin sull’abbaino. Guardavo i tetti di Milano la morta e la capocchia della mia sigaretta galleggiava nell’oscurità fingendosi stella.

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