Valerio evangelisti l’ha espresso meravigliosamente in suo intervento di qualche mese fa (vale la pena di rileggerlo, vi assicuro). È esistita un’America straordinaria (e voglio credere che esista ancora), che amo e che ha contribuito a determinare i miei gusti, le mie letture, la mia visione del mondo. Con quest’altra America ci sono cresciuto, in quel buco del culo che era il mio paese di provincia, nel buio dei primi anni novanta, quando mi sembrava di essere un clandestino e paria in mezzo ai quartieri geometrici delle villette a schiera e dei cassonetti ben allineati ai marciapiedi.
Gli scrittori e i poeti della Beat generation: proprio loro, che in fondo sono sempre stati considerati un prodotto sottoculturale, dai signoroni impettiti della critica. Allora – dieci, dodici anni fa – i loro libri bisognava andarli a cercare nelle librerie dell’usato, sulle bancarelle di certi fricchettoni stagionati. Mica si trovavano in ogni megastore Feltrinelli, tutti ristampati con copertine fighette. La mia copia di Juke-box all’idrogeno è stata una conquista maturata dopo mesi di ricerche matte e disperate: una copia tutta spiegazzata, corrosa, deflorata. Eppure, cazzo, che eccitazione la sera che l’ho potuta stringere in mano!
E poi tutti i miei amatissimi dischi della West Coast, su cui mi sono fatto le ossa come bassista, e che non erano semplici dischi ma si portavano dietro tutta una promessa di vita lucente: l’estate dell’amore hippie, la fratellanza, l’antimilitarismo e – sì – anche i capelli lunghi e le collane di perline… Quanto hanno girato sul mio piatto i Jefferson Airplane, i Grateful Dead, mentre i miei (sempre più radi) amici cercavano di convincermi che i Guns’n’Roses erano meglio?
E il jazz? E John Coltrane, senza il quale la mia vita sarebbe immensamente più povera?

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Una risposta a

  1. sedicinove ha detto:

    non si esce vivi dagli anni ’90…
    dai i guns non erano poi cosi’ male, hanno scritto anche delle pietre miliari come Knokin’ on heaven’s door…

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