STORIA DI NOI, DEL MARE E DELLA RABBIA IN 12 BRANDELLI

9.
Poi, contro ogni speranza, ecco il nostro gruppone, che avanza serrato dai cordoni lungo Corso Italia. M. rantola piano “La prossima volta li voto”. Sentirlo dire da lui, che li ha sempre detestati, fa un certo effetto (“l’amico è impazzito”).
Facciamo cordone anche noi ultimi approdati, a turno, con l’assurda impressione di doverci guadagnare pericolosamente ogni metro di quel campo di battaglia non regolamentare per cui nessuno di noi immaginava di essere stato arruolato.
Il servizio d’ordine grida: “Fate cordone!”, “Più veloci!”, “Rallentate!”. E che cazzo. E non ho ancora pisciato.
Finalmente il sole picchia di meno, ma le mie braccia sono ormai belle cotte.
Corso Marconi. Una carcassa d’auto incendiata, negozi devastati, vetri ovunque. Siamo in tanti, eppure all’improvviso non parla più nessuno. Stiamo entrando nel centro del gran casino.

Gli sbirri. Ovunque ci si giri, si vedono luccicare quei loro caschi blu o neri. Un blindato ci si accoda; un altro ci precede. Ai lati, altri sbirri. Ci guardano sfilare.
Si resta tutti zitti, come se nessuno avesse il coraggio di aprir bocca, come se una sola parola detta a voce troppo alta potesse scatenare nuova violenza. Ci guardano sfilare, e perlopiù hanno espressioni vuote. Alcuni sembrano stanchi. I pochi che portano in faccia un sottile sorrisetto non hanno la divisa, sono in borghese e stringono in mano ricetrasmittenti o macchine fotografiche. Li guardo con la coda dell’occhio destro e provo una sensazione purissima di odio.

10.
Un tipo alto e grosso come un armadio, barbuto, è l’unico di noi che non ha mai smesso di parlare. Mentre passiamo davanti a quegli ufficialetti in ghingheri, alza il vocione da sega elettrica e si mette a sbraitargli contro: “Fate lammòre! Fate lammòre!”. Dalla folla, in risposta, un coro unanime di “Ma piantala, pirla!”. Il gigante si offende: “Ma io non ho detto niente di violento! Ho detto ‘fate lammòre!’”. “Ma va’ a cagare!”.
Torna il silenzio.
Davanti a noi si profila la muraglia di container. Fanno impressione, davvero. Sembra impossibile che qualcuno possa aver avuto un’idea così fantapoliticamente mostruosa. Recinti di ferro e muraglie di lamiera. Dico a R.: “Questi sono pazzi”. Lei mi risponde: “No. Sono come i Pinochet, i Videla, i Massera. Fascisti”.

In quel silenzio esplode una voce isolata: “Assassini! Assassini!”. Un istante dopo, con tutta la voce che ci resta, siamo in migliaia a urlare la stessa parola. E mentre anch’io urlo, fino a sentir male alla gola, sento che quella vibrazione furiosa sta risuonando anche nelle orecchie loro, di quegli altri appena indietro. E penso che, pur con tutta la loro arroganza e le loro corazze, se avessero un briciolo di intelligenza dovrebbero cominciare a preoccuparsi. Perché se oggi possono anche convincersi e raccontare di aver vinto, da domani ci saranno migliaia di persone come me – agguerrite, ferite, incendiate di rabbia, in attitudine di combattimento. Perché tra ieri e oggi è scoppiata la guerra civile.
Assassini! Assassini! Assassini! Assassini! Assassini! Assassini! Assassini!

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