STORIA DI NOI, DEL MARE E DELLA RABBIA IN 12 BRANDELLI

5.
Qualcosa deve aver dato uno scossone al corteo, come quando si dà un colpo di frusta, perché all’improvviso ci si mette a indietreggiare convulsamente, con le mani alzate.

“Stiamo scappando,” urla incredula una ragazza dietro di me, “stiamo scappando!”. Un’altra grida: “Fermi, sto cadendo, fermi!”. Mi metto anch’io a scappare, a dire scemenze. Penso: se uno adesso veramente cade per terra, che gli succede? Ma è il pensiero di un attimo, perché a soffermarcisi troppo, poi uno dimentica di fare attenzione ai propri piedi e casca per davvero.

Vicino a me un’anziana coppia si tiene a braccetto. Lui è basso, ha la barba grigia; lei sembra la mia panettiera. Sono terrorizzati, tutti paonazzi per il sole e la tachicardia. Continuano a balbettare “Com’è possibile che ci facciano questo?”.

Mani alzate, ho detto. A guardarle meglio, si vede che strane forme stanno germogliando in cima ai palmi, strani fiori rivolti verso l’alto, dove ancora volteggiano gli elicotteri. Sono i nostri diti medi.

6.
A ritroso, in massa sparpagliata. Le facce sono spugnose per la paura, la rabbia e la tristezza. I tre elementi si mescolano tra noi in proporzioni differenti. Per me sono soprattutto rabbia e paura – un sinolo inestricabile di roba fusa insieme in forma di magma e merda. Il bisogno di pisciare è quasi insopportabile, ma bisogna contrarre i muscoli e andare avanti. O meglio, tornare indietro.

Metà pomeriggio. Si torna verso via Caprera in disordine sparso, a manciate. In tutto, qualche migliaio di persone che camminano sempre più lentamente. Uno vicino a me brontola che “non hanno rispettato il nostro diritto di manifestare”. Un altro si gira, incita: “Su, ragazzi, dai”. F. lo guarda, poi mi dice:
– Secondo te a quell’orsetto se gli spacco il culo a calci faccio male?
– No, ma è meglio se lasci perdere.
– Oh, cos’è quel fumo?
– Oh cazzo.

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