STORIA DI NOI, DEL MARE E DELLA RABBIA IN 12 BRANDELLI

3.
A volte le cose ci mettono un secondo a trasformarsi: un passo prima si era come nel sonno, un passo dopo si picchia contro spigoli e sporgenze. R. corruga la fronte. Si ferma di colpo. Si sfila un auricolare del walkman, mi guarda incupita e dice: “La polizia ha appena caricato la testa del corteo”.

Si va tutti avanti, ostinati. Le notizie dal fronte circolano di bocca in bocca, sempre più terrorizzanti, e allora noi ci si dice: cazzo, cerchiamo di racimolare anche le ultime briciole di coraggio o di imprudenza, continuiamo. Non diamogliela vinta. E queste parole dobbiamo urlarcele l’un l’altro accostando le bocche alle valve delle orecchie. È difficile capirsi, se elicotteri ti ronzano proprio sopra la testa.

Boccadasse, Lido d’Albaro, Corso Italia. Corso Italia: da una parte una muraglia altissima, dall’altra il mare, e nessuna via di fuga.
F. mi fa segno di guardare in alto. Caserma. Su un’altura scintillano gli elmi blu.
Faccio incontri inaspettati:
– P.! Anche tu qui!
– E già. Come ti sembra la situazione?
– Una merda.

Arriva di corsa un uomo. Sembra sconvolto. Grida: “Fermi, avanti duecento metri è un macello! La polizia sta caricando!”. “Chi è che sta caricando?”. “Il corteo! Picchia tutti indistintamente!”.
E allora ci fermiamo. Impossibile andare avanti, tornare indietro, girare a destra, svoltare a sinistra. Solo stare fermi, avanzare di uno o due passetti, faticosamente, migliaia di schiene contro migliaia di pance, migliaia di braccia contro migliaia di braccia.

4.
In cima a una stradina laterale di destra, chiusa da un cancello, spuntano altri elmetti luccicanti. Passa un ragazzo: tiene in mano una bottiglia, un foulard sulla bocca. Cerca un varco tra i nostri corpi. Qualcuno si ritrae spaventato. Qualcun altro gli urla di andare affanculo, figlio di puttana. Gli elmetti luccicanti a quel punto avranno sicuramente stretto le impugnature dei manganelli, contratto l’indice sul grilletto dei lanciarazzi.

Grida concitate, una sirena. Un’ambulanza arriva facendosi largo tra di noi. Sembra in preda a una terribile urgenza. Mi passa proprio di fianco. Due cose attirano la mia attenzione: la prima è che non si tratta di un’ambulanza ordinaria, ma di un comune furgoncino bianco su cui hanno scritto “Servizio Sanitario GSF”. La seconda, che le hanno completamente fracassato i finestrini. Da quelle aperture dentellate posso scorgere le facce dei suoi occupanti. Hanno le pettorine rosse, le mani sporche di sangue, gli occhi sbarrati. Subito viene anche a me di sbarrare gli occhi.

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