STORIA DI NOI, DEL MARE E DELLA RABBIA IN 12 BRANDELLI

1.
La prima cosa che colpisce – molto concretamente, sulla pelle – è il calore del sole: la carne comincia subito a formicolarci, a friggere. Mi dico: va bene, probabilmente mi scotterò, ma forse finalmente mi abbronzerò anche un pochino, così la smetteranno di prendermi in giro.
Ci incamminiamo. Il paesaggio da dietro le lenti scure è un po’ squallido, a parte il luccichio del mare alla nostra sinistra, esagerato e pagano come sempre.
Poi iniziano i canti, le urla. Qualcuno, prima, aveva detto che sarebbe stata una cosa triste e silenziosa. Qualcun altro aveva aggiunto: “Dovrà esserlo – siamo seri”.
Invece no. Apriamo sempre di più le nostre bocche impastate, strofa dopo strofa, finché il sole non comincia a luccicare sulle nostre otturazioni.
Andiamo avanti così per molto tempo, ingrossandoci ad ogni incrocio, ad ogni piazzetta, per un tempo annullato che può essere contato indifferentemente in ore o giorni. È mattina? È pomeriggio? Chissenefrega. Il sole, a sbirciare nella sua direzione, sembra proprio che l’abbiano inchiodato in quel pezzo di cielo sopra le nostre teste.

2.
Sturla. Immobili in quel magma di corpi glassati di sudore, adesso sembriamo davvero una mitologica moltitudine. E dove noi finiamo, sopra le punte dei capelli, lo spazio si riempie di un vocio abnorme, in continua esplosione. Qualche finestra si apre, qualcuno ci indica col dito puntato e il bambino tenuto in braccio guarda più il dito che noi. Una vecchia saluta. La parte superiore di un uomo nudo si sporge da un balcone, lancia grandi secchiate d’acqua. La nostra disidratata gratitudine verso quello strano centauro, metà essere umano e metà ringhiera, sale a ondate, istericamente.
Ma perlopiù le case si sono abbottonate, rinchiuse, mi sembrano contratte in modo innaturale, come chi cerchi inutilmente di non ascoltare una storia che gli è sgradita tappandosi con forza muscolare le orecchie, strizzando gli occhi.
E che siamo noi, adesso, la storia sgradita.

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