Apoteosi della pecorella

Quanta retorica di merda sul bravo carabiniere bravo poliziotto che fa il suo dovere, figlio d’operai servitore della patria ecc. ecc. devoto alla causa che mangia a orari impossibili e si espone alla gogna degli insulti acab e così via, un buon padre di famiglia un bravo figlio di mamma, e quanti ce ne sono che tutti i giorni per uno stipendio da fame si sacrificano per il bene della collettività in silenzio senza clamore -

quanta merda retorica, a partire dalla vecchia stronzata di Pasolini su Valle Giulia, comodo riesumare il frocio comunista solo quando fa comodo, e allora anziché infarcirvi le bocche/i giornali/i social network di merda e retorica dite per esempio una volta per tutte la verità su Genova, fate giustizia di voi stessi e dei vosti crimini, che siano di manganello favoreggiamento compartecipazione morale o propaganda, e senza chiedere il solito cattolico perdono ai torturati e agli uccisi.

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Due parole e un punto

No TAV.

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Una fiaba per la buona notte

Una strepitosa fiaba popolare russa raccolta nel XIX secolo dal grande folclorista Aleksandr Afanas’ev. Ecco, magari non è proprio la cosa più adatta da leggere ai bimbi all’ora della nanna, ma di sicuro fa il suo porco effetto.

Пизда и жопа

В одно время поспорили меж собой пизда и жопа, и такой подняли шум, что святых выноси! Пизда говорит жопе:
— Ты бы, мерзавка, лучше молчала! Ты знаешь, что ко мне каждую ночь ходит хороший гость, а в ту пору ты только бздишь да коптишь.
— Ах ты, подлая пиздюга! — говорит ей жопа. — Когда тебя ебут, по мне слюни текут — я ведь молчу!
Всё это давно было, ещё в то время, когда ножей не знали, хуем говядину рубили.

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Trenta

Ho ritrovato questa foto ieri, rovistando in uno scatolone a casa dei miei. Mi ha colpito la coincidenza meteorologica (il velo di neve un po’ smangiato) e soprattutto temporale: sul retro la data riportata è “Febbraio 1982″. Trent’anni esatti.

Ci siamo io non ancora novenne (si dirà così?) e mia nonna Adriana a spasso per i boschi del Ticino, una cosa che facevamo praticamente ogni fine settimana.
Come ho già avuto modo di scrivere, considero quel tratto del Parco del Ticino il mio Heimat. Quanto alla nonna, non c’è bisogno di spiegare certe cose. Basti dire che mi raccontava le fiabe nel lettone durante i riposini dopo pranzo, mi portava al mercato degli uccelli e al cimitero a cambiare l’acqua ai fiori, mi cucinava la bistecchina e mi puliva il sedere quando facevo la cacca.
Non c’è più da molto tempo.

Non so bene perché mi sia venuto l’impulso di metter qui questa foto. Non credo c’entrino, almeno questa volta, narcisismi o esibizionismi. Comunque, per chi ha già letto la storia del mio prozio Enrico, la nonna Adriana era sua sorella.

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Il lavoro della memoria

Foto: Piero Farina 1983

Mi sono permesso di postare sul Primo amore un pezzullo che era già apparso in forma embrionale e in due tranche qui su questo blog, ormai un po’ di tempo fa. Per l’occasione l’ho rinominato “Cose salvate dalla sabbia”.
Si tratta di un testo molto molto autobiografico (che in realtà fa parte di un progetto più ampio intitolato come questo post e dedicato al ricordo), e la consapevolezza che in quanto tale potrebbe benissimo interessare solo al suo ombelicale autore mi ha trattenuto per parecchio tempo dal pubblicarlo lì; per dirla tutta, anche adesso non sono affatto convinto di aver fatto una cosa intelligente. Comunque sia, alla fine è andata così. Sul Primo amore potete leggerlo, se volete, e qui se volete potete insultarmi o farmi i complimenti.

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Combustione versus masticazione

Sottoposto a un regime dietetico ferocissimo a base di radicchio, sto seriamente pensando di ribattezzare questo blog “Brucare nel buio”.

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Cani e padroni di cani (più pupazzi di neve)

Lo so che non è colpa degli animali e che esistono tanti padroni civilissimi e responsabili che non uscirebbero mai di casa senza la palettina e il sacchettino per raccogliere l’adorabile merdolina del loro adorabile Pucci Cicci Fido o Adolf. Tuttavia fare lo slalom tra le merde di cane ogni stramaledetta volta che usciamo di casa, oltretutto sapendo perfettamente che anche evitandone novantanove di svariate forme dimensioni e colori ce ne sarà sempre una centesima pronta a occupare ogni interstizio della mia suola a carrarmato e/o la ruotina del monopattino di mia figlia nonché il suo vezzoso stivaletto rosa, mi induce senza troppi sensi di colpa a fantasticare di esecuzioni di massa, in cui vestito da cekista abbatto prima il cane – d’accordo, è incolpevole, ma resta pur sempre l’esecutore del bolo fecale – e solo dopo il suo proprietario e mandante.

Scherzo, però confesso che istintivamente i padroni di cani urbanizzati mi stanno sul cazzo. È più forte di me, e meno male che non sono solo istinto ma anche, ogni tanto, raziocinio (peraltro, pur non avendone mai posseduti, per inclinazione naturale sarei anche ben disposto nei confronti della razza canina – non fosse che i cani mi fanno allergia).

Di solito evito le generalizzazioni come la peste. Anzi ritengo che le generalizzazione (così come la sua gemella semplificazione) sia tra i vizi intellettuali più perniciosi (e contagiosi). Perciò, quando seduto sulla panchina ai giardinetti vicino a casa assisto tutti i giorni alla medesima scena – padrone o padronessa di cane con cane pisciante/cagante nell’erbetta a metri due dal cartello recante la scritta NO CANI nonché (per gli analfabeti e gli stranieri) il disegno di un cane sbarrato dal simbolo del divieto d’accesso – e reagisco sognandoli sottoposti a inenarrabili torture, mi rendo perfettamente conto di ricadere in quello stesso vizio inaccettabile.

Per inciso, quej gran figli di troja non hanno tutti i torti, se fanno pisciare/cagare la bestiola sull’erbetta: si dà il caso che l’area cani disti almeno metri trenta da lì! Come posso pretendere che facciano tanta strada? E poi l’area cani puzza ed è piena di merde di cane! Come posso pretendere che ci entrino?

L’altro giorno, invece, la coltre di neve ricopriva ogni cosa, anche le merde di cane. Io e mia figlia siamo andati ai giardinetti e abbiamo fatto un piccolo pupazzo. Al posto del naso gli abbiamo messo un rametto secco e per gli occhi ho usato due monetine da un centesimo. L’abbiamo modellato con la neve che si era accumulata su una delle panchine; poi, quando mi è parso ben compattato e solido, l’abbiamo portato in mezzo al prato e posato sotto un alberello. Infine ci siamo allontanati per ammirare da lontano il nostro lavoro, la nostra piccola effimera scultura. Eravamo quasi soli: pochissimo traffico, due ragazzini più grandi che lontano giocavano a tirarsi le palle di neve, due adolescenti in bicicletta sulla neve. Il nostro pupazzo troneggiava solitario in mezzo al biancore.
In quel momento è arrivata una donna con un cagnolino al guinzaglio. Due macchie scure nella neve. È entrata nel prato innevato, è passata davanti al cartello NO CANI, camminando senza fretta sul manto friabile ha portato l’animale fin sotto l’alberello, davanti al nostro pupazzo. E il cagnetto gli ha pisciato sopra.

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