Se anche solo dieci anni fa ci avessero descritto l’Italia di oggi, con tutto quello che è successo e tutto quello che promette di succedere, se ci avessero detto allora quali discorsi sarebbero divenuti pubblicamente leciti, quali atti socialmente accettati, quali tabù politicamente legittimati, avremmo scosso la testa increduli. Non avremmo creduto possibile il cinque per cento di ciò che quasi quotidianamente e ormai da anni ci costringiamo a ingoiare, digrignando i denti nel tentativo di non aprire la bocca oppure cercando di non pensare al sapore infernale, alle abrasioni dell’esofago al dolore di stomaco. Avremmo farfugliato qualcosa a proposito di “anticorpi”. Anticorpi democratici, dispositivi di sicurezza sanciti dalla Costituzione, reazione popolare.
Ora siamo arrivati al punto da chiederci cosa sia questo popolo, se dobbiamo considerarci parte integrante del popolo, come sarebbe ovvio, o se siamo un corpo ad esso estraneo, sordo ai suoi bisogni e alieno dalla sua vita emotiva, come sostiene la propaganda populista del regime.
La domanda è in sé malata, e frutto della distorsione delle categorie mentali attuata dal potere.
L’ennesimo atto di violenza semantica e politica del berlusconismo, che introducendo nella lingua e nella coscienza collettiva separazioni artificiali si comporta secondo la peggior tradizione autoritaria.
*
Mi hanno colpito, qualche settimana fa, i risultati di un sondaggio secondo cui i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’unità d’Italia sarebbero “sentiti” dal settanta per cento degli elettori di centrosinistra e solo dal venti di quelli di centrodestra.
Se ne può dedurre (ma in fondo lo si era capito da subito) per esempio che i tricolori – in verità sparuti – distribuiti anni fa nelle edicole in polemica con la marea di bandiere della pace che aveva invaso i balconi di tutto il Paese servivano con uso puramente strumentale come manganelli virtuali contro i “pacifinti” e non avevano niente a che vedere con l’amor di patria.
Peraltro, un giorno bisognerà che affronti una volta per tutte questi temi che da tempo mi ronzano confusamente in testa: il problema dell’identità, il significato dell’italianità ecc.
Ma ci sono due o tre cose che le vergognose polemiche sulle celebrazioni del 150° mi hanno aiutato a chiarire: che l’identità è sempre in realtà una combinazione di identità, una struttura complessa e mobile, che si modifica in base al contesto; che l’internazionalismo non è necessariamente in contrapposizione all’autoidentificazione nazionale (sarà pure una banalità, ma io ho sempre avuto problemi in questo senso); che, nella mia personale visione della storia, il Risorgimento e la Resistenza sono due esperienze legate da profondi rapporti di affinità e consequenzialità.
*
Scrivo questi appunti sparsi mentre il Giappone è devastato da terremoti e maremoti, il porco dittatore libico reprime nel sangue la rivolta con le armi che gli abbiamo venduto e in Costa d’Avorio migliaia di profughi pagano sulla loro pelle la protervia dell’ex presidente grande amico dell’Occidente cristiano.
Tanto per conservare un minimo senso delle proporzioni.
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"L’ennesimo atto di violenza semantica e politica del berlusconismo, che introducendo nella lingua e nella coscienza collettiva separazioni artificiali si comporta secondo la peggior tradizione autoritaria"
Scrivevo proprio di questo, da me, e nello stesso giorno peraltro. Ma il dramma vero sta nel finale, in quell'essere costretti a ragionare e discutere di polemiche e logiche perverse quando altrove il mondo è occupato tra catastrofi e barbarie. Costretti ad occuparci di un primo piano (misero) che si prende tutto, che si mangia tutti gli altri, che cancella ciò che sta fuori, oltre il cortile.
Ho letto quello che hai scritto. Mi è sembrato così denso da meritarsi molto più di un breve commento. Il mio tempo libero è pari a zero, purtroppo, ma se appena riesco cerco di risponderti come si deve.